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STORIA

«Et aperuit coenam» (Latino)

«Ed aprì la cena»  (Italiano)

(Motto della Città di Apricena attribuito a Federico II)

Trattasi però di erronea interpretazione poiché il nome Apricena deriva dal latino Apri coena e significa cena di cinghiale. Si narra che l'imperatore Federico II decise di far intavolare in quel luogo un ricco banchetto a base di carne di un enorme cinghiale da lui cacciato nei boschi circostanti. Altri studiosi sostengono che questa città trae origine, nel VII-VIII secolo a.C. da Uriate, dopo l'invasione del Gargano da parte degli Illiri Dauni: tesi sostenuta da alcune epigrafi greche rinvenute nel territorio di Vieste. Altri ancora lo fanno derivare da un insediamento romano denominato Collatia, città ricordata anche da Plinio e Frontino: a favore di questa tesi sull'origine Dauna di questa città, vi sono i numerosi reperti, rinvenuti in particolari sepolture a cassa litica rinvenute sia nel territorio che nella città di Apricena. Il periodo romano è attestato dal ritrovamento di alcune stele funerarie qui rinvenute e da un cippo, sempre funerario, custoditi in una associazione culturale di Apricena. I primi documenti storici della città di Apricena risalgono all'XI secolo d.C. con la donazione del Casale di Apricena al Monastero Benedettino di San Giovanni In Piano. Il Monastero, distante circa 5 Km. ad ovest dell'attuale centro abitato, ha ospitato, dice la leggenda, anche San Francesco d'Assisi, nel suo pellegrinaggio verso Monte Sant'Angelo e verso la Terra Santa. Si rifugiò tra le sue mura, nella sua fuga dal papato, anche Celestino V, futuro San Pietro da Morrone. Dalla fine del XIII secolo, questo monastero passò ai frati Celestini che lo abitarono sino al XV secolo, ma in seguito al loro trasferimento a San Severo, la struttura fu abbandonata. Il suo momento di maggior splendore Apricena lo visse con gli Svevi, infatti l'Imperatore Federico II di Svevia la rende parte del proprio demanio, svincolandola da ogni tipo di servitù. Dimorò per lunghi periodi in questa città, qui venne preparata l'alleanza tra Federico II e i ghibellini della famiglia degli Ezzellino da Vicenza e, con ogni probabilità, ad Apricena si cominciò a discutere delle nozze tra Selvaggia di Svevia (figlia di Federico II) e Romano degli Ezzellino. E' attestata la venuta di Federico II in questa città per ben 13 volte e tutte le volte i soggiorni sono stati talmente lunghi da giustificare la ristrutturazione e, per quanto possibile, l'ampliamento del preesistente castello, quello che oggi chiamiamo Palazzo Baronale o Torrione, modificandolo all'esigenze di ospitalità. Federico II era talmente legato a questa terra che nel 1222 riconobbe ai suoi cittadini l'esercizio degli Usi Civici nei territori di Sannicandro, Castelpagano e Civitate ( che sorgeva vicino all'attuale San Paolo di Civitate). Con lo stesso atto venne riconosciuto alla città il diritto di tenere mercato il mercoledì di ogni settimana con il relativo sgravio di ogni tassazione. Con la morte di Federico II e con la caduta di Manfredi, suo figlio, questa terra, come tutto il mezzogiorno d'Italia, passò sotto la dominazione dei francesi: angioini e successivamente degli Aragonesi. Il 30 di luglio 1627 un terribile terremoto rase quasi completamente al suolo la città di Procina; si contarono circa 900 morti, ma nel giro di due o tre anni venne interamente ricostruita. Ed è proprio in quest'epoca che venne ricostruita l'attuale chiesa matrice dedicata a San Martino e a Santa Lucia. San Martino è stato il primo patrono di Apricena e tale è rimasto sin al XVII secolo quando allo scoppiare della peste in Capitanata Apricena, per volontà popolare, si affidò a San Michele Arcangelo che rimase patrono sino alla prima metà del XX secolo. Oggi San Michele Arcangelo è compatrono con Maria SS Incoronata.
Il brigantaggio post unitario ha visto molti apricenesi nel ruolo di protagonisti, nelle campagne impazzava la banda di L'candrucc' che contava una trentina di aderenti, ma va sottolineato che la maggioranza della popolazione auspicava l'unità della nazione italiana.