Condividi con

FacebookMySpaceTwitterGoogle BookmarksLinkedinPinterest

Traduzione

Chi c'è online

Abbiamo 166 visitatori e nessun utente online

La salute è un bene prezioso per tutti e come tale va salvaguardato. Tutti dovremmo prevenire eventuali disturbi ed essere informati in modo corretto su cosa fa bene e cosa fa male.
La prevenzione, una sana alimentazione ed una buona attività fisica, ci porterebbero ad evitare molti disturbi ed abbasserebbe molti fattori di rischio per tante patologie.
Ad esempio per gli uomini la prevenzione della prostata. Il rischio di andare incontro ad ipertrofia prostatica e/o cancro della prostata aumenta con l’età e può essere considerata il fattore di rischio principale.
Anche un controllo periodico del seno (in molti comuni, però è utopia avere una mammografia per tempo) dopo una visita senologica, una mammografia od un’ecografia mammaria, viene frequentemente suggerita l’esecuzione periodica dell’autopalpazione del seno.
Molte donne, tuttavia, provano disagio a farla, non sentendosene all'altezza o per il timore di scoprire qualche anomalia.
Come in tutto poi ci vorrebbe un po' di moderazione, non ce ne vogliano i fumatori (ma se fosse possibile evitarlo proprio, in mancanza ridurlo). E non abusare con l'alcool.
Non sottovalutiamo nemmeno il colesterolo ed il cuore, ma forse la cosa che tutti dovremmo imparare a fare, sarebbe ridere di più, prendendo la vita molto più serenamente. La scarica positiva di una risata, dicono alcuni studi scentifici, ci porta a prevenire aterosclerosi, infarti e ictus.

 

PROSTATA

La prostata è una ghiandola fibromuscolare di forma variabile, simile ad una castagna e si trova al di sotto della vescica e circonda l'uretra.
La
Prostata è composta da una zona periferica, una centrale, una di transizione, una porzione anteriore ed una sfinterica preprostatica, tutte poi contenute all’interno di una capsula fibrosa che la isola dagli altri organi adiacenti quali il retto, la vescica ed i muscoli del piano perineale.
La prostata ha un'importante funzione nella produzione di liquido seminale, fornendo componenti fondamentali alla sopravvivenza ed alla qualità degli spermatozoi. Tra l'altro una notevole percentuale di casi di infertlità maschile è da attribuire all'infiammazione cronica della prostata.
La
Prostata può essere soggetta a diverse malattie infiammatorie quali le Prostatiti, l'Ipertrofia Prostatica Benigna, tumori maligni come l'Adenocarcinoma Prostatico. L'organo essendo èposizionato sotto la vescica e intorno all'uretra può influire sul modo di urinare. L’Ipertrofia Prostatica Benigna non è assolutamente da considerare una condizione che può precedere il tumore della prostata in quanto non degenera in una patologia neoplastica. Piuttosto le due patologie possono coesistere e trarre origine da zone della prostata completamente differenti tra di loro.
Per
l'uomo è importantissimo tener sotto controllo la propria prostata prima che possa causare disturbi. E’ inoltre da tener presente che una sintomatologia non molto importante può ugualmente essere un segnale di un cattivo stato del sistema urinario che può con il passar del tempo sempre più peggiorare la propria condizione.

Dopo i 50 anni sarebbe opportuno sottoporsi a delle visite urologiche, perchè come già detto una adeguata prevenzione permette di scoprire eventuali patologie in uno stadio iniziale consentendo così di trattare le patologie della prostata in maniera sempre più efficace.
Come detto il tumore alla prostata è una neoplasia diffussisima tra gli uomini ed aumenta con l'avanzamento dell'eta.

Le cause del tumore alla prostatanon sono ben note ma sicuramente fattori ormonali e quelli genetici ne facilitano lo sviluppo, così come un ruolo importante viene giocato dai fattori dietetici. Il suo sviluppo è, in buona parte dei pazienti, molto lento e tutto ciò non è positivo, poiché permette di venire a conoscenza dei disturbi tardivamente ed in uno stadio avanzato della malattia.
Per esempio un test che ci permette di monitarare il corretto funzionamento della prostata è il PSA (antigene prostatico specifico), infatti se c'è un aumento del PSA è bene fare una biopsia della prostata, così da scongiurare cattive sorprese.
Qualora venga diagnosticato un tumore alla prostata, molteplici potrebbero essere i modi per poterlo curare: si va dalla radioterapia esterna, ormonoterapia, prostatectomia radicale, o brachiterapia.

 

I TRATTAMENTI

La chirurgia

Nella fase iniziale del tumore alla prostata, se il paziente è in un ottimo stato,èpossibile effettuare la terapia chirurgica che consiste nell'asportazione della prostata. Questa terapia permette un'ottima prognosi con un tasso di sopravvivenza a 10 anni che si aggira sul 90% anche se a volte può causare complicanze quali disfunzione erettile (circa il 60%) e più raramente incontinenza urinaria (circa il 7%).


La radioterapia

Sempre nella fase iniziale, un buon trattamento potrebbe esser dato dalla radioterapia.
Qualora il tumore risulti localmente avanzato o nei casi di recidive locali è possibile proporla con metodica a fasci esterni. Anche la radioterapia presenta delle complicanze quali deficit dell'erezione (dal 25 al 50% dei casi trattati) nonchè disturbi irritativi delle basse vie urinarie.

 

 


DISTURBI URINARI IN GRAVIDANZA

Pipì, trattenerla potrebbe diventare un problema

 

Alle future mamme, questo disturbo avviene spesso anche con semplici gesti quotidiani quali, una risata, un colpo di tosse, sollevare dei pesi, ed ecco che viene fuori una goccia di urina involontaria. Ma questa situazione potrebbe verificarsi anche non facendo queste operazioni. Lo stimolo cresce sempre di più man mano che il parto si avvicini. Si tratta dell'incontinenza urinaria, questo disturbo colpisce circa il 10% delle donne durante l'attesa.

 

Quando compare

 

Nelle donne in gravidanza per la prima volta, i casi di incontinenza sembrerebbero più rari manifestandosi, solo dal terzo trimestre, quando l'utero è maggiore e la pressione esercitata sulla vescica e sulla muscolatura è più forte. Se si hanno avuto già altre gravidanze, e si sono manifestati disturbi d'incontinenza, le perdite involontarie potrebbero verificarsi già dai primi due mesi di gravidanza.

 

Che cos'è

 

Il distrurbo dell'incontinenza urinaria, non è altro che la perdita di urina che avviene, senza la propria volontà. Si possono classificare due tipi di distrurbi dell'incontinenza, quella da urgenza e quella da iperattività della vescica, se la vescica viene contratta più del dovuto (questo sintomo potrebbe avvenire quando ci sono malattie urinarie, tipo, cistiti acute, o gli anziani che urinano a letto, o i bambini) e quella da sforzo, quando vi è un'aumento improvviso della pressione nell'addome, per esempio quando si fa la tosse, quando si ride. La donna in genere è più soggetta a questo disturbo, associandosi nella maggior parte dei casi ad un prolasso della vescica detta cistosele, ovvero un cedimento delle strutture muscolo-fasciali che sorreggono la vescica stessa.

 

Quanto dura

 

Il disturbo, dovrebbe andar via da solo al termine della gravidanza, visto che non vi è più una maggior pressione dell'utero.

 

I fattori di rischio

 

Il rischio più elevato lo corrono quelle donne che hanno già avuto una precedente gravidanza, visto che i i muscoli sono ancora molto elastici, sopportando la pressione dell'utero. Le gravidanze future, però, i muscoli diventano meno elestaci, creando così una maggior rilassatezza. 

 

La ginnastica più adatta

 

Per migliorare e/o curare questo disturbo, la cosa migliore da fare sarebbe quelle di ridare elasticità ai muscoli della zona pelvica ed addominali. La situazione migliore sarebbe effettuare degli esercizi ginnici ad hoc negli ultimi mesi della gravidanza ed anche dopo il parto. Gli esercizi di fisiochinesiterapia, sono i più indicati.

 

Una precauzione

 

La cosa che si deve evitare di fare categoricamente è bere meno, pensando così di evitare uno stimolo eccessivo, anzi si dovrà bere tant'acqua, favorendo così il passaggio dei liquidi purificando l'organismo così da evitare che si formino nelle vie urinarie germi e batteri.

 

Gli esercizi utili

 

Sdraiarsi a terra, supine, allargate le gambe e contemporaneamente contraete le natiche, senza però indurire la pancia. Prima di contrarre i muscoli inspirare aria dal naso per poi cacciarla durante la tensione. Mantenere la posizione per sei-sette secondi e rilasciare. L'esercizio va ripetuto, con intervalli di almeno trenta secondi, per più volte.

 

Sedetevi ed allargate le gambe stendendole, appoggiate i palmi delle mani per terra all'altezza della zona dei fianchi, ed eseguite l'esercizio di prima.

 

Sdraiatevi in terra su di un fianco, gambe leggermente piegate ed iniziate a contrarre i muscoli delle natiche, come sopra.

 

Alzati in posizione eretta. Inspirare l'aria dal naso e, tiratela fuori contraendo i muscoli delle natiche. 

 

Chinatevi ed accovacciatevi sui piedi, rimanendo sulle punte, appoggiate i palmi delle mani sul pavimento. Quindi Contraete i muscoli pelvici, per poi rilassarli. Ripetete l'esercizio per circa dieci volte.

 

Mettetevi in ginocchio, mani e ginocchia leggermente divaricate, con la schiena piatta. Contraete i muscoli pelvici verso l'interno, per circa 5 secondi e poi rilasciate. Ripetete l'esercizio per circa dieci volte.

 

Sdraiatevi, piedi per terra e ginocchia in alto. Portate le mani sotto i glutei. Sollevate il bacino da terra, senza però contrarre i muscoli del gluteo, contraete i muscoli della zona perineale, contate 3 secondi e poi rilasciate. Ripetete l'esercizio per circa dieci volte.

 

Quando serve il medico

 

Se non trovate giovamento con la ginnastica non basta, perchè vi accorgete che dopo un mese circa la situazione non migliora, dovreste sentire il parere di un dottore, il quale vi consiglierà dell'elettrostimolazione. 

 

LO STRESS

Lo stress, dopo la parola crisi, è la parola più usata e conosciuta dagli italiani.
Se ne parla ai bar, dai parrucchieri, in ufficio, ma anche in famiglia. Oggi siamo tutti stressati, è molto difficile trovare una persona che non sia stressata, chi per i troppi impegni di lavoro o chi perchè lavoro non ne ha o per via dei genitori o per i figli, o semplicemente  perchè il mondo va troppo di fretta!

Ma poi che cos'è lo stress?

Lo stress non è altro che la tensione che ognuno di noi accumula. Il nostro corpo può esser paragonato ad una molla elastica, infatti se sottoposto a carichi psico-fisici elevati reagisce, allo stress resistendo, fin che può. Al tempo stesso ci invia dei piccoli segnali, come per sempio:

  • stanchezza
  • aumento del battito cardiaco
  • nervosismo/irritabilità
  • mal di testa

Si può andare incontro a vere e proprie malattie, se si tira troppo la corda ( reflusso gastroesofageo, lentezza digestiva, gastriti). Infatti è quello che accade a molte persone, quando si ha che fare con situazioni stressanti, e che non lasciano tempo allo svago. Come potrebbe succedere in una famiglia dove ci sono problemi, o in ufficio dove i capi cercano sempre tutto e prima di subito, senza lasciarti respiro.

Tutti i sistemi nervoso, digerente, immunitario ed anche riproduttivo, sotto stress potrebbero esaurirsi e quindi faticano a compiere i propri compiti. E quindi siamo più vulnerabili ad infezioni, ansie e in molti casi anche a disturbi digestivi.

Cosa fare quindi in presenza di stress?

Forse staccare la spina ogni tanto aiuta. Ma non possiamo stare perennemente in vacanza. Fosre l'unica e vera soluzione potrebbe essere cercare di risolvere le cause dello stress, e quindi dare all'organismo l'opportunità di recuperare.

 

 

PAP TEST

Il Pap test (test di Papanicolau, ovvero il nome del suo inventore un medico greco)è l'esame che consente di diagnosticare in modo celere, la presenza di un tumore al collo dell'utero. E' un esame citologico che individua le alterazioni delle cellule del collo dell'utero.
Questo tumore, insieme al tumore al seno è uno dei più diffusi tra le donne, però sono anche i due tumori più facilmente esportabili, se scoperti in tempo giusto, senza crear danni irreparabili.
Quindi come spesso si dice la prevenzione, aiuta ad allontanare ed a tutelare efficacemente, la propria salute e la propria vita.

CHI E QUANDO FARE IL PAP TEST

Tutte le donne sessualmente attive dovrebbero, ogni tre anni sottoporsi a questo tipo di test, anche le donne in gravidanza possono effettuare tale tipo di test.
Prima di eseguire il pap test, le donne dovranno avere alcuni piccoli accorgimenti:

  • Va eseguito lontano dalle mestruazioni, ovvero dai 5 giorni prima o dopo il flusso mestruale
  • Astinenza sessuale almeno 2 giorni prima del test
  • Non mettere nessuna crema, almeno una settimana prima del test
  • Le donne che non hanno mai avuto rapporti sessuali, "vergini", possono effettuare comunque il test, (anche se le possibilità da parte di chi non ha mai avuto rapporti sessuali di contrarre tale tipo di tumore è molto bassa), avvissando per tempo il ginecologo effettuerà un esame più dolce, senza l'utilizzo del divaricatore e senza che l'imene venga lesionato

COME SI ESEGUE IL PAP TEST

L'esame è indolore, può portare solo piccoli fastidi.
Si preleva una piccola quantità di cellule, la donna viene distesa sul lettino con le gambe divaricate. Il ginecologo poi inserirà una spatola con uno spazzolino, atta al prelievo delle cellule. Le cellule verrano poi analizzate in laboratorio.

 

 

DIABETE

Il diabete è una malattia cronica, la sua caratteristica è l'elevata presenza di zuccheri nel sangue rispetto alla norma, ed un'alterata quantità dell'insuluna, ovvero l'ormone che viene prodotto dal pancreas, che non permette più al sangue di defluire, ma lo accumula.
Il diabete, va curato con le insuline, ovvero siringhe, ma ottimi come palliativi restano: la dieta, l'esercizio fisico si consiglia di camminare molto.
Anche in questo caso la prevenzione è fondamentale, perchè permette di capire un corretto piano di cure anche a lungo termine. Effettuare controlli periodici della glicemia prima dei 40 anni può aiutarci, specie nelle persone obese o in sovrapeso, chi abbusa con alcool, zuccheri, grassi, chi conduce una vita sedentaria.
Se il medico, crede che ci siano dei casi sospetti di diabete, prescriverà un esame del sangue e delle urine per vedere il livello di zuccheri.
Il diabete può portare ad molti fattori di rischio, tra i quali:

  • Perdita delle facoltà visive
  • Insufficienza renale, fino ad arrivare a dialisi o a trapianti di rene
  • Malattie cardiovascolari, es. infarti
  • Problemi degli arti inferiori, specie del piede, in molti casi si arriva ad amputare gli arti

Meglio sottoporsi quindi ad esami del sangue periodici, e sopratutto evitare le cure fai da te.

 

 

COLESTEROLO

Il colesterolo è la quantità di grasso che si accumula in eccesso nelle pareti delle arterie. Viene prodotto dal fegato, ed è molto importante per la produzione della vitamina D, è presente in tutte le cellelule dell'organismo.
Il pericolo del colesterolo è dato dalla sua presenza in eccesso.
Tutti i cibi ricchi di grassi hanno il  colesterolo, es. il burro, le uova, i salumi, i formaggi e la carne, mentre non è presente nei cibi vegetali come la frutta e verdura.
Quindi una grossa quantità di colesterolo ci può portare ad avere malattie cardiovascolari come per esempio

  • aterosclerosi
  • obesità
  • diabete

Per questo è molto importante ridurre il colesterolo, evitando l'eccessivo consumo di grassi, alcool e dolci, ed aumentare le quantità di frutta e verdura ed anche legumi.

 

MELANOMA

La prevenzione è la migliore cura!

Anche il sole ha i suoi lati oscuri. Il melanoma infatti è un tumore della pelle che potrebbere nascere su un neo preesistente o su una cute sana. L'aumento dell'esposizione al sole è uno dei maggiori fattori di rischio per un Melanoma Maligno. I melanomi si possono curare e quindi evitare, l'importante è riconoscerli subito. Una delle tecniche più efficaci è la videodermatoscopia, con la quale si possono effettuare mappature precise. Le immagini verrano salvate su cartelle così da poterle confrontare nelle indagini successive. Il dermatologo notera qualsiasi cambiamento.

Ecco alcune caratteristiche di nei sospetti

Asimmetria: se una metà è diversa dall'altra

Bordi irregolari: se ci sono contorni a mò di cartageografica

Colore: se un neo cambia colore

Dimensione: se un neo cresce

Evoluzione: se ilsanguina

Ogni cambiamento è un segnale d'allarme, ma poi ci sono soggetti più a rischio come: chi ha la pelle chiara, capelli biondi o rossi od occhi chiari. Chi ha già avuto un precedente in famiglia, coloro i quali ne hanno tanti o chi ha subito molte scottature solari da bambino.

 

CUORE

Il cuore è l'organo più importante, è posto nella cavità toracica. Il cuore potrebbe essere paragonato ad una pompa aspirante, ovvero, riceve il sangue dalle zone più periferiche del corpo per poi rimetterlo in circolo nelle arterie.
Le principali cause di malattie del cuore sono:

 

  • Angina pectoris
  • Aritmie
  • Infarto
  • Lo scompenso cardiaco
  • Malattie delle valvole cardiache
  • Sincope

 

ANGINA PECTORIS

CHE COS'È

E' la chiusura anche parziale di una delle arterie del cuore. Si manifesta con doloridi una delle arterie che alimentano il cuore

I SINTOMI

E un dolore toracico, localizzato nel retrosternale, presentantosi come un'oppressione, senso di peso o bruciore. Il dolore si irradia spesso verso il collo, il lato ulnare del braccio sinistro, o anche destro, la regione interscapolare e l'epigastrio. Talvolta potrebbe irradiare anche la mandibola o ai denti. L’intensità del dolore può variare notevolmente, da un lieve senso di fastidio al centro del petto fino ad arrivare ad un senso di oppressione toracica, accompagnato da un senso di angoscia.

LA CAUSA

Il sangue al cuore è insufficiente a soddisfare le richieste di ossigeno, fondamentali per il regolare svolgimento della propria funzione di contrazione. I meccanismi che causano l'angina sono diversi, ma le caratteristiche sono identiche, al di là della causa dell'ischemia.

LA DURATA

La durata può variare da i 5-10 minuti (massimo 20), per cui, per definizione l’angina stessa ha durata non superiore, in genere, a 20 minuti.

L'ANGINA DA SFORZO

E' causata dalla presenza di placche aterosclerotiche nelle arterie coronarie, che ne ostruiscono parzialmente il lume (stenosi). Le stenosi non causano, in genere, problemi a riposo, ma ne impediscono un aumento adeguato del flusso di sangue al cuore durante sforzi o altre condizioni come per esempio stress o forti emozioni ecc., nelle quali la richiesta cardiaca di ossigeno aumenta consistentemente.

L'ANGINA A RIPOSO

E' causa da una ostruzione grave, transitoria, di un’arteria coronaria, causata da un trombo o di uno spasmo del vaso. In alcuni casi, l’angina può essere causata da alterazioni dei piccoli vasi coronarici, che non sono visualizzabili alla coronarografia.

L'ANGINA STABILE E QUELLA INSTABILE

I sintomi dell'angina stabile presentano, più o meno, sempre le stesse caratteristiche da almeno un paio di mesi.
L’angina instabile, viceversa, è caratterizzata da un recente aggravamento dei sintomi anginosi (aumento di frequenza, durata, insorgenza per sforzi meno intensi o a riposo, ridotta risposta alla terapia), e rappresenta una condizione di alto rischio di sviluppare un infarto miocardico.

LA DIAGNOSI

Nell’angina stabile da sforzo, l’elettrocardiogramma (ECG) da sforzo è il test che consente una diagnosi corretta nella maggior parte dei casi. In casi selezionati o di un risultato non conclusivo dell’ECG da sforzo, si possono utilizzare test da sforzo o stress test con l’uso di farmaci, che associano all’ECG delle tecniche diagnostiche di immagine, che consentono una valutazione del flusso di sangue al miocardio (scintigrafia) o della funzione contrattile del cuore (ecocardiografia). In soggetti con sospetta angina a riposo può essere particolarmente utile eseguire una registrazione ECG di 24-48 ore con metodica Holter. La dimostrazione definitiva e sicura della presenza o assenza di placche aterosclerotiche nelle arterie coronarie può essere ottenuta, tuttavia, solo eseguendo una coronarografia (v. Angioplastica e stent coronarici).

 

IL DECORSO

Il decorso clinico dell’angina pectoris dipende dai meccanismi che la determinano. Nelle forme stabili, in genere prevalentemente legate a sforzi, la prognosi è oggi piuttosto buona quando si attuino uno stile di vita e un trattamento adeguato. Le forme di angina instabile, d’altro canto, vanno prontamente riconosciute e seguite in ospedale per il maggiore rischio di sviluppare complicanze a breve termine, e richiedono nella fase acuta trattamenti farmacologici più aggressivi e, in diversi casi, una valutazione coronarografica.

 

LE CURE

Il trattamento medico dell’angina si basa su farmaci che possono prevenire gli episodi di ischemia miocardica (beta-bloccanti, calcio-antagonisti, nitrati) e su farmaci che evitano la progressione della malattia aterosclerotica coronarica e ne prevengono maggiormente le complicanze (anti-aggreganti, statine, anticoagulanti). Risulta poi fondamentale il controllo dei fattori di rischio cardiovascolare, con un opportuno stile di vita ed eventuali terapie farmacologiche. Nei pazienti sintomatici sempre più utilizzata è la rivascolarizzazione delle arterie coronarie stenotiche con interventi di angioplastica coronaria con impianto di stent (v. Angioplastica e stent coronarici), ma in casi selezionati è necessario ricorrere ad intervento chirurgico di by-pass aorto-coronarico per trattare la malattia coronaria e l’angina.

 

ARITMIA

Il termine aritmia descrive in genere un’anomalia del ritmo cardiaco.

IL RITMO DEL CUORE

Il cuore svolge la sua normale funzione di pompa contraendosi ritmicamente con una frequenza di circa 60-90 battiti al minuto. Le contrazione vengono stimolate elettricamente dalle cellule cardiache. Questa è determinata da una vera e propria corrente elettrica che attraversa tutto il cuore ad ogni battito, stimolando la contrazione. Questa corrente origina da un centro ben preciso del cuore, situato nell’atrio destro e chiamato nodo seno-atriale, ed ha un decorso altrettanto ben definito. Essa, infatti, attiva prima gli atri e, successivamente, attraverso una serie di strutture che formano un’unica via di conduzione, attiva i ventricoli. Quando le condizioni nelle quali l’origine e/o la regolarità e/o la frequenza di questa attività elettrica sono alterate vengono definite aritmie.

QUANTE POSSONO ESSERE LE ARITMIE

La prima e più importante distinzione, va fatta tra tachiaritmie, caratterizzate da una frequenza dei battiti aumentata, e bradiaritmie, battiti ridotti. Le tachiaritmie sono, poi, divise in sopraventricolari (tutte le tachiaritmie che non originano espressamente dai ventricoli) e ventricolari (tutte le tachiaritmie che originano dai ventricoli).

LE CAUSE

Le aritmie possono riconoscere numerose cause. Talvolta esse sono secondarie a malattie strutturali del cuore, altre volte possono essere dovute a malattie extra-cardiache. Molte aritmie, potrebbero verificarsi in un cuore apparentemente sano ed in assenza di altre patologie.

I SINTOMI

I sintomi delle aritmie possono essere molto vari, e vanno dalla semplice sensazione di “un colpo al cuore” o palpitazioni, sino a disturbi minacciosi per l’integrità dell’individuo, come la perdita di conoscenza e l’arresto cardiocircolatorio.

LE CURE CON FARMACI

Alcune aritmie sono banali e non richiedono alcuna forma di trattamento, altre invece come l'aritmia cardiaca deve essere sempre considerata con attenzione. Mentre le bradiaritmie serie o associate a sintomi sono efficacemente trattate con l’impianto di un pacemaker, il trattamento delle tachiaritmie dipende dal tipo di aritmia e comprende l’uso di farmaci o l’attuazione di interventi finalizzati ad eliminare il substrato dell’aritmia. Sono molti i farmaci che vengono utilizzati nella terapia delle tachiaritmie, poichè consentono in diversi casi un’efficace prevenzione delle ricorrenze, ma sono, in molti casi farmaci che in alcuni casi, potrebbero dare seri effetti collaterali.

LE CURE SENZA FARMACI

Alcuni tipi di tachiaritmie possono essere curate senza la somministrazione di alcun farmaco, come l’ablazione transcatetere. L’ablazione transcatetere consiste nella distruzione di una minuscola porzione di tessuto cardiaco, individuata come responsabile dell’insorgenza dell’aritmia, o comunque come indispensabile perché l’aritmia si inneschi e si mantenga. Eliminando tale punto critico, l’aritmia viene curata in modo definitivo. Per eseguire l’ablazione di una aritmia però è necessario studiarne in modo accurato il meccanismo tramite uno studio elettrofisiologico intracavitario, al fine di individuare in modo preciso il punto da ablare. L’ablazione transcatetere viene eseguita introducendo un catetere “ablatore” nelle cavità cardiache attraverso una puntura percutanea, in semplice anestesia locale, di una vena periferica (in genere una vena succlavia, situata sotto la clavicola). Il catetere ablatore viene posizionato a contatto con il punto critico per l’insorgenza dell’aritmia cardiaca e, attraverso di esso, viene erogata energia a radiofrequenze, che causa un riscaldamento della punta del catetere (a temperature non superiori a 65°C). Tale calore determina la coagulazione del punto responsabile dell’aritmia, che viene in tal modo distrutto. In genere, la procedura non dà disturbi al paziente, che, in alcuni casi, può tuttavia avvertire un senso di fastidio al collo o al torace, che scompare immediatamente con la fine dell’erogazione. Molto più raramente, invece dell’ablazione con radiofrequenze, si usa la crioablazione, con la quale si provoca la lesione del punto critico dell’aritmia mediante raffreddamento (temperatura sino a -70°C). La degenza in ospedale di un intervento di ablazione transcatetere di un’aritmia è di solito molto breve (2-3 giorni), come breve è il periodo di convalescenza dopo l’intervento. Come detto, l’ablazione, quando eseguita con successo, è una terapia definitiva dell’ aritmia. Essa, cioè, risolve il problema senza necessità di ulteriori terapie. Se eseguita da operatori esperti, essa ha un’elevata probabilità di successo e presenta un basso rischio di complicanze importanti. Per tali motivi, essa è attualmente da prendere in considerazione come prima scelta per molte delle tachiaritmie cardiache più comuni, quali la tachicardia parossistica sopraventricolare da rientro nodale, la sindrome di Wollf-Parkinson-White ed il flutter atriale tipico, mentre, in caso di aritmie più complesse, come il flutter atriale atipico, la fibrillazione atriale e la tachicardia ventricolare, la possibilità di terapia con ablazione deve essere valutata caso per caso.

 

INFARTO MIOCARDICO

CHE COS'È

L’infarto del miocardio consiste nella morte delle cellule (necrosi) di una parte del muscolo cardiaco, causata da un’assenza prolungata di flusso di sangue (in genere superiore a 30 minuti), dovuta, a sua volta, all’improvvisa occlusione dell’arteria coronaria che normalmente alimenta la regione. Maggiore è l’area del muscolo cardiaco colpita dall’infarto, maggiore è la gravità dell’infarto stesso, in quanto meno muscolo cardiaco rimarrà vitale a svolgere la sua funzione di contrazione.

LE CAUSE

L’infarto miocardico rappresenta un evento frequente nella popolazione attuale e da solo incide per oltre il 20% sul tasso di mortalità nei paesi occidentali. Molto spesso ci si sente chiedere “dottore perché mi è venuto l’infarto?” In realtà non è possibile dare una risposta precisa a questa domanda. L’infarto è, infatti, una patologia di origine multifattoriale, ossia una patologia di cui sono responsabili, in misura variabile, diversi fattori, che peraltro non sono uguali in tutti i pazienti. I principali fattori di rischio dell’infarto miocardico, come dimostrato da numerosi studi, sono il fumo, l’ipertesione, il diabete, lo stress, l’obesità addominale, l’inattività fisica, l’ipercolesterolemia, una alimentazione povera di frutta e verdura (Vedi Prevenzione Cardiovascolare). Avere uno o più di questi fattori di rischio non rappresenta una “condanna” ad avere un infarto, ma un aumento del rischio di poterlo avere, così come l’assenza di fattori di rischio non è un’assicurazione contro l’infarto, ma comporta semplicemente una notevole riduzione del rischio. È fondamentale comunque tenere presente che per l’infarto miocardico, come per molte malattie, la migliore terapia è la prevenzione, che comporta la riduzione, o meglio l’eliminazione, dei fattori di rischio.

IL MECCANISMO

Come detto, l’evento acuto responsabile dell’infarto miocardico è l’occlusione di un’arteria coronaria, e questa, nella grande maggioranza dei casi, è causata dalla formazione di un trombo (ossia, di un coagulo di sangue) all’interno dell’arteria coronaria. A sua volta, la formazione del trombo è innescata da una rottura o ulcerazione di una placca aterosclerotica (Vedi Prevenzione Cardiovascolare). La placca aterosclerotica, sulla quale si è accentrata molta parte della ricerca cardiovascolare negli ultimi dieci anni, è una protuberanza all’interno di un vaso (in questo caso coronarico), che ne causa un restringimento, ed è dovuta ad accumulo di grassi e cellule infiammatorie. Proprio queste ultime, attivandosi, sarebbero responsabili, in molti casi, della rottura della placca. Una volta rotta o ulcerata, la placca stimola la coagulazione del sangue che viene in contatto con essa, con conseguente formazione di un coagulo (trombo). Come accennato sopra, il trombo occlude l’arteria coronaria a livello della placca complicata, causando l’occlusione del vaso e l’interruzione del flusso di sangue nell’arteria colpita, con conseguente morte della regione miocardica abitualmente alimentata dal vaso.

I SINTOMI

L’entità del danno rappresenta il maggiore determinante della prognosi futura del paziente, per quanto riguarda sia la durata sia la qualità della vita. Pertanto gli sforzi maggiori della ricerca clinica si sono concentrati sui metodi più efficaci per riaprire quanto prima possibile un vaso coronarico occluso, in modo da ripristinare il flusso e cercare di salvare quanto più miocardio possibile.
I sintomi tipici dell’infarto miocardico consistono, anzitutto, di un dolore oppressivo, spesso descritto come una morsa o un macigno, al centro del petto. Il dolore può irradiarsi al collo, alla mandibola, alle braccia, alla schiena. Può talora essere localizzato ad uno solo di questi distretti e spesso può essere presente solo a livello dello stomaco, accompagnato talora da nausea e vomito, tanto da essere confuso con una gastrite.

CHE COSA FARE

Anche se i sintomi possono variare, è importante sapere che al presentarsi di disturbi tipici o suggestivi di infarto bisogna subito chiedere assistenza medica ed arrivare in Pronto Soccorso nel più breve tempo possibile. Molti pazienti, infatti, muoiono ancora prima di arrivare in Ospedale a causa di complicanze aritmiche che causano arresto cardiaco e molti arrivano quando il danno al muscolo cardiaco è ormai esteso ed irreversibile.

LE CURE

Negli ultimi venti anni si sono fatti progressi enormi nel trattamento dell’infarto miocardico, in particolare con la trombolisi prima, ossia un l’uso di farmaci che, dati in vena, sciologono il trombo presente nella coronaria, e con l’angioplastica primaria poi, un trattamento invasivo che permette con l’uso di un catetere di riaprire in modo rapido e permanente l’arteria colpita (Vedi Angioplastica coronarica). Grazie a questi progressi la mortalità intra-ospedaliera per infarto è scesa da oltre il 20% a meno del 5% nei pazienti trattati nei tempi dovuti con queste terapie. Dei pazienti con infarto miocardico, adeguatamente trattati, molti avranno una vita successiva sostanzialmente normale. Alcuni pazienti, tuttavia, avranno bisogno, a causa dell’entità dell’infarto, di trattamenti farmacologici intensivi per lo scompenso, oltre all’uso di alcuni apparecchi impiantabili , come i pace-maker resincronizzatori e i defibrillatori (Vedi Pacemaker e defibrillatori). Questi sono i pazienti che, in futuro, potrebbero giovarsi di terapie con cellule staminali. Tutti i pazienti colpiti da infarto, comunque, sono a rischio di ricadute nei mesi e negli anni seguenti, e questo dipende dal fatto che il processo patologico che è alla base dell’infarto, ossia la formazione di placche aterosclerotiche coronariche, è un processo cronico, che tende persistere o a peggiorare con il tempo facilitando nuovi episodi. Per cercare di prevenire le recidive, oltre ad una attenta correzione dei fattori di rischio, risultano indispensabili alcuni farmaci, come, in particolare, l’aspirina e le statine.

 

LO SCOMPENSO CARDIACO

È una sindrome che origina da un iniziale danno a carico del tessuto cardiaco e determina successivamente una riduzione della capacità del cuore di contrarsi

LE CAUSE

Molte possono essere le cause due sono le principali patologie che ne sono responsabili: l’infarto acuto del miocardio (Vedi Infarto miocardico) e le miocardiopatie (ossia patologie che colpiscono direttamente le cellule miocardiche, causandone alterazioni funzionali e strutturali). Negli ultimi anni, inoltre, sembra essere diventata più comune, come causa di scompenso, la miocardite, un processo infettivo, principalmente di natura virale, che colpisce le cellule del miocardio. Infine tutti i processi patologici a carico delle valvole cardiache possono determinare uno scompenso cardiaco se non trattate in modo appropriato.

I SINTOMI

La fase sintomatica dello scompenso è caratterizzata da un andamento cronico, con fasi più o meno frequenti di riacutizzazione, legata a fattori esogeni che induco un aumentato lavoro cardiaco quali febbre, anemia, ipertiroidismo. Il sintomo tipico è la dispnea, ovvero una “mancanza di fiato”, che in genere compare sotto sforzo, ma, nelle fasi più avanzate, anche a riposo. Essa è causata dalla progressiva incapacità delle camere cardiache di sinistra di svuotarsi efficacemente durante la contrazione, con conseguente accumulo di liquidi nel circolo polmonare. L’astenia (o “debolezza”) è un sintomo frequente, anch’esso legato a una ridotta funzione di pompa del cuore. Un esame clinico accurato consente, spesso, di evidenziare segni tipici dello scompenso cardiaco, come l’edema (gonfiore) distale degli arti inferiori e il turgore delle vene giugulari.

LA DIAGNOSI

L’esame iniziale è l’ecocadiografia, che, oltre a fornire informazioni sulla gravità del coinvolgimento cardiaco, ci dà anche informazioni sulla possibile causa dello scompenso e ci indirizza ad eseguire eventualmente esami di livello successivo, in grado di definire una corretta eziologia.

LE CURE

Una volta fatta una corretta diagnosi è necessario eseguire una valutazione prognostica ed impostare Esistono numerosi indicatori prognostici nei pazienti affetti da scompenso cardiaco ma quello di gran lunga più utilizzato è la frazione di eiezione, un parametro ricavabile dall’esame ecocardiografico che ci dà un’idea dell’entità della riduzione della funzione contrattile del cuore. Dal punto di vista terapeutico è necessario distinguere tre possibili terapie:
1) comportamentale
2) farmacologia
3) interventistica e/o chirurgica.

La terapia comportamentale consiste essenzialmente nel seguire un corretto stile di vita, con abitudini alimentari volte a ridurre l’apporto di sodio e di grassi con la dieta, laddove possibile un moderato esercizio fisico.
La terapia farmacologica le diverse classi di farmaci disponibili agiscono a livello di meccanismi cruciali coinvolti nella patogenesi di questa sindrome. Le principali classi di farmaci sono rappresentate dai beta-bloccanti, dagli ACE-inibitori, dai diuretici, dagli antagonisti dell’angiotensina e, in casi specifici, dai glucosidi digitalici e dai vasodilatatori.
La terapia interventistica possibilità di tipo interventistico (impianto di pace-maker bicamerali, sistemi di assistenza ventricolare, etc, Vedi Pacemaker e defibrillatori) e di tipo chirurgico (terapie di rimodellamento ventricolare). Il futuro terapeutico su cui si sta lavorando molto negli ultimi anni è quello delle cellule staminali che si vorrebbe sostituissero il tessuto cardiaco malato con tessuto sano.

 

LE MALATTIE DELLE VALVOLE CARDIACHE

 

Le patologie che le coinvolgono danno origine a un ampio spettro di malattie, alcune meritevoli solo di controlli, altre che richiedono interventi di sostituzione

Le patologie che coinvolgono le valvole cardiache danno origine a un ampio spettro di malattie, alcune meritevoli solo di periodici controlli, altre che richiedono interventi di sostituzione o riparazione chirurgica anche urgenti.

LE CAUSE

La malattia reumatica che, fino alla diffusione della profilassi antibiotica, rappresentava la principale causa di malattia delle valvole cardiache, mitrale ed aortica in particolare. Oggi, nei paesi industrializzati, a causa anche del notevole allungamento della vita media, prevalgono le malattie degenerative come cause delle malattie valvolari, soprattutto quelle della valvola aortica, e le disfunzioni valvolari secondarie alle miocardiopatie, spesso di origine ischemica. Un’altra causa di malattia valvolare in aumento è l’endocardite, in particolare quella delle valvole del cuore destro (tricuspide a polmonare), legata all’uso per via endovenosa di stupefacenti. Accanto alle forme acquisite, esistono alterazioni valvolari congenite, quali il prolasso della valvola mitrale o la valvola aortica bicuspide, che predispongono allo sviluppo di una malattia valvolare.

GLI EFFETTI

Qualunque sia la causa della malattia valvolare, il danno anatomico che ne consegue può produrre o una stenosi, cioè un’incompleta apertura della valvola, cosicché il sangue è costretto a passare da una camera cardiaca all’altra attraverso un orifizio valvolare più piccolo della norma (e quindi con più difficoltà), o una insufficienza, cioè un’incompleta chiusura della valvola, cosicché parte del sangue torna indietro nella camera cardiaca da dove proviene, cosa che una completa chiusura della valvola normalmente evita. Le conseguenze delle malattie valvolari variano a seconda della valvola coinvolta, del tipo di difetto (stenosi o insufficienza) e dell’entità della malattia stessa. Quindi il cuore può andare incontro a dilatazione, ispessimento delle pareti e, a lungo andare, ad un’importante riduzione della sua forza di contrazione.

I SINTOMI

I sintomi di una malattia valvolare possono comparire improvvisamente (in genere quando si ha un danno valvolare improvviso da parte di un processo acuto, come la lesione su base infettiva di un lembo valvolare o delle corde che lo sostengono) o, più frequentemente, essere progressivi nel tempo. I pazienti possono lamentare un facile affaticamento durante le normali attività quotidiane, difficoltà respiratoria (dispnea), inizialmente da sforzo, poi anche a riposo o durante la notte, svenimenti, di gonfiore (edemi) agli arti inferiori, dolori toracici o palpitazioni (aritmie). Nei casi più avanzati e non sottoposti ad adeguato trattamento, il paziente può andare incontro a embolie o a grave scompenso cardiaco.

LA DIAGNOSI

L’esame diagnostico principale nello studio delle malattie valvolari è l’ecocardiografia-color-Doppler, che ha il grande vantaggio di essere del tutto innocua e nello stesso tempo capace di fornire informazioni dettagliate, utili eventualmente anche al cardiochirurgo qualora sia indicato l’intervento chirurgico sulla valvola. A volte è necessario al cateterismo cardiaco, un esame invasivo che richiede l’uso di cateteri in grado di risalire il letto vascolare fino al cuore, per avere informazioni dettagliate sulle caratteristiche della malattia valvolare.

LE CURE

Si può procedere con la sostituzione o nella riparazione della valvola malata, nei casi più gravi La sostituzione avviene tramite protesi meccaniche (realizzate con materiali di carbonio), che hanno una durata teoricamente illimitata, ma che necessitano di una terapia anticoagulante per tutta la vita, o tramite protesi biologiche (costituite da materiale tratto da cadavere o da altri animali), che, per la loro minore durata nel tempo (8-10 anni) e per la possibilità di evitare la terapia anticoagulante, sono consigliate nei soggetti più anziani. Oggi la cardiochirurgia si è notevolmente evoluta e spesso risulta possibile conservare la propria valvola riparandola con tecniche sofisticate. Accanto alle tecniche chirurgiche, alcune malattie valvolari possono avvalersi della possibilità di correzione attraverso interventi percutanei, che usano cateteri a palloncino capaci di dilatare le valvole stenotiche, sul tipo di quelli utilizzati per dilatare le stenosi coronariche (v. Angioplastica e stent coronarici). Questa tecnica è oggi applicabile alla stenosi mitralica non calcifica e, molto recentemente, ad alcuni casi particolarmente selezionati di stenosi aortica. I notevoli progressi tanto nelle tecniche diagnostiche quanto nella terapia chirurgica ed interventistica hanno consentito un miglioramento della prognosi e della qualità di vita dei pazienti colpiti da malattie valvolari, inimmaginabile solo fino a qualche decennio fa.

 

SINCOPE

 

E' la perdita di coscienza transitoria e corrisponde, in pratica, a quello che viene chiamato «svenimento». Viene definita “sincope” un episodio di perdita di coscienza transitorio, a risoluzione spontanea. La sincope è un evento molto frequente (corrisponde, in pratica, a quello che viene comunemente chiamato “svenimento”) e rappresenta una delle cause più comuni di richiesta di prestazioni al pronto soccorso.

LE CAUSE

Tra le cause della sincope ci sonocome le alterazioni del ritmo cardiaco (che determinano una riduzione notevole della frequenza cardiaca o, viceversa, una frequenza cardiaca eccessivamente elevata) o la presenza di ostruzioni meccaniche all’espulsione del sangue da parte del cuore (ad esempio una stenosi grave della valvola aortica, v. Malattie valvolari cardiache). Un tipo frequente di sincope è la cosiddetta sincope vaso-vagale o neuromediata, che è dovuta ad un’attivazione eccessiva di una parte del sistema nervoso, chiamato nervo vago, che causa dilatazione dei vasi dell’organismo, con marcata riduzione della pressione arteriosa (che deve essere sopra certi valori per mantenere un adeguato flusso cerebrale) e, in alcuni casi, anche della frequenza cardiaca. Un’ulteriore causa di sincope è rappresentata da condizioni che portano ad una riduzione consistente e rapida dei liquidi presenti nel sistema circolatorio, e quindi ad una rilevante riduzione della pressione arteriosa, come, ad esempio, gravi emorragie o diarree, o alcune malattie endocrinologiche caratterizzate da un ridotto riassorbimento di acqua e sali minerali.

GLI ESAMI

Tutto dipende dal quadro clinico visto che di accertamenti necessari ad appurare la causa di una sincope sono numerosi e vengono. Un aspetto cruciale per determinare la causa della sincope è un’accurata ricostruzione dell’episodio. Le caratteristiche che orientano inizialmente verso le cause di una sincope, sono: il contesto ambientale in cui si è verificata, la posizione del paziente prima di perdere coscienza, eventuali sintomi che hanno preceduto la sincope, l’eventuale presenza di traumi determinati dalla caduta, la descrizione resa da eventuali testimoni circa la durata dell’episodio, le caratteristiche della respirazione e del colorito cutaneo durante la crisi, eventuali movimenti involontari, ed ancora le condizioni del paziente dopo la ripresa di coscienza. Insieme alla storia clinica, la visita medica, comprensiva della rilevazione della pressione in posizione sdraiata e in piedi, e l’elettrocardiogramma di base costituiscono dei punti di partenza per l’orientamento iniziale. Gli esami strumentali successivi, per citare solo i più comuni, potranno includere il massaggio del seno carotideo e il tilt-test, qualora si sospetti una sincope vaso-vagale o neuromediata, mentre accertamenti più prettamente cardiologici (come ecocardiogramma, ECG-Holter di 24-48 ore), applicazione di registratori di eventi, studio elettrofisiologico, coronarografia) sono indicati qualora si sospetti una causa cardiaca della sincope. Visita ed accertamenti strumentali neurologici sono, inoltre, indicati in caso si sospetti una malattia del sistema nervoso come causa della sincope.

L'EVOLUZIONE

Le implicazioni sulla prognosi a lungo termine della sincope sono criticamente dipendenti dalla sua causa. In poche parole, avere sofferto di un episodio sincopale da causa cardiaca ha delle implicazioni prognostiche molto più importanti di una sincope vaso-vagale o neuromediata, che non è gravata in genere da eventi sfavorevoli significativi a lungo termine. Il trattamento della sincope è anch’esso fondamentalmente dipendente dalla sua causa: in alcuni casi sarà sufficiente seguire delle norme comportamentali ed imparare ad effettuare alcune manovre fisiche appena compaiono dei sintomi premonitori (come tipicamente nel caso di una sincope vaso-vagale); in altri casi può essere necessario impiantare un pacemaker o un defibrillatore, assumere farmaci o effettuare interventi chirurgici. Individuare la causa della sincope rimane quindi l’obiettivo fondamentale del medico al fine di impostare un corretto trattamento ed impedire che recidive di episodi sincopali causino danni più gravi o che ad essa facciano seguito manifestazioni più gravi e potenzialmente fatali di una malattia misconosciuta.

 

 

ESAMI DEL SANGUE

E' consigliabile, sotto richiesta del proprio medico di famiglia, eseguire regolarmente dopo una certa età per far si che tutti i valori siano sotto controllo gli esami del sangue specie glicemia e colesterolo. Entrambi i test, che vanno fatti in appositi centri, stabiliscono il valore della concentrazione di glucosio presente nel sangue. Tali test servono a scoprire o ad evitare il rischio di ammalarsi di diabete.
Ovviamente tale rischio è molto più alto se l'età del paziente è più alta.
Con l'esame del sangue è possibile stabilire anche il colesterolo in eccesso
. I lipidi prodotti dall'organismi, se in quantità superiore, possono depositarsi sulle pareti dell'arterie in modo tale da formare delle placche.

 

 

DORMIRE BENE

Dormire fa bene, soprattutto in età avanzata, per cui sfatiamo il mito seondo cui agli anziani bastano poche ore di sonno. Il sonno si articola in due fasi: una di quiete, senza sogni, e una di REM, più profonda, alla quale corrisponde un rilassamento fisico generale: questo è il momento in cui il nostro corpo inizia un vitale " backup " e si prepara per la nuova giornata. Mentre si dorme, il cervello, che è un computer eccellente, raccoglie i dati registrati durante la fase di veglia, li elabora e li riorganizza. Dormire almeno 8 ore per notte e dormire meglio favorisce la produzione regolare di leptina ( dal greco "leptòs", che significa magro ), un ormone che tiene a freno i morsi della fame, aiutandoci a seguire con più efficacia la dieta a regime ipocalorico necessaria a mantenere lo stato di salute. Dormire aumenta positivamente la sensibilità al glucosio, che va a perdersi nei soggetti che soffrono d'insonnia; chi dorme poco rischia, inoltre, di vedere aumentare i livelli di proteine infiammatorie nel sangue, alzando il margine di rischio di flogosi cardiovascolari. Un regolare sonnellino pomeridiano aiuta a mantenere sotto controllo la pressione sanguigna e lo stato generale di tutto l'apparato circolatorio.
Prima di affidarsi a farmaci per combattere l'insonnia, è bene provare alcuni rimedi naturali: Valeriana, Melissa e Camomilla facilitano il rilassamento dei muscoli e aiutano la digestione; il Biancospino è adatto a placare l'ansia, mentre l'Escolzia ha il pregio di migliorarne la qualità.