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Stato:

Italia

Regione:

Puglia

Provincia:

Foggia

Coordinate:

41°38′0″N 15°55′0″E/ 41.63333°N 15.91667°E

Altitudine:

m s.l.m.

Superficie:

304,56 km²

Abitanti:

68,756

Densità:

347,85 ab./km²

Frazioni:

Siponto, Riviera Sud (Sciali e Ippocampo), San Salvatore, Pastini, Tomaiuolo, Ruggiano, Borgo Mezzanone.

Comuni contigui:

Carapelle, Cerignola, Foggia, Monte Sant'Angelo, San Giovanni Rotondo, San Marco in Lamis, Zapponeta

CAP:

71043

Pref. telefonico:

0884

Nome abitanti:

Manfredoniani, Sipontini

Santo patrono:

San Lorenzo Maiorano, Maria Santissima di Siponto e San Filippo Neri

Giorno festivo:

7 febbraio, 30 agosto

Manfredonia (antico Sipontum, quindi Sypontum Novellum, poi Sipontum Nova; Manbrdonje in dialetto locale) è un comune italiano della provincia di Foggia in Puglia. Il nome onora il suo antico fondatore, il re Manfredi. Parco Nazionale del Gargano.

TERRITORIO

Situata sul golfo omonimo, immediatamente a sud del promontorio del Gargano. Manfredonia confina a nord con Monte Sant'Angelo, a nord-ovest con San Marco in Lamis e San Giovanni Rotondo, ad ovest con Foggia, a sud ovest con Cerignola e Carapelle ed a sud con Zapponeta. È il ventisettesimo comune italiano per estensione territoriale, nonché il sesto più esteso della Puglia. Il territorio comunale è caratterizzato sia dalla bassa costa sabbiosa del golfo di Manfredonia, oggetto di bonifica recente, sia per la natura montuosa della parte settentrionale, inclusa nel Parco Nazionale del Gargano. Fino agli anni '30 aveva molte zone paludose interessate poi da bonifiche dell'agro sipontino; ancora presente è però una zona paludosa denominata Lago Salso. Il suo clima è uno dei più miti inverni umidi non si va al di sotto dei 4°, estati calde 30°C.

HANNO DETTO...

Antonio Giuseppe Gentile

« Arco di gentil marina, Figlia di Manfredi e della vergine Beccarino, una gemma Tu sei, fra le daune sorelle. Di Siponto Tua ava fremon ancor le sponde, della gloria di Roma. O santa, o augusta città, che il Gargano difende e l'adriatico bagna. Cammina...! Và avanti...! Splendori e Onori Tu avrai. »

 

 

 

STORIA

Numerosi reperti, tra i quali i più significativi sono le Stele Daunie, lastre funebri scolpite dell'VIII - VI secolo a.C., attestano che la piana a sud del Gargano era abitata sin da epoca neolitica. L'area fu sede di un importante insediamento dauno, Siponto, che in seguito fu ellenizzato, diventando uno dei porti più settentrionali della Magna Grecia. A questo periodo risale la leggenda di una fondazione ad opera dell'eroe omerico Diomede. Conquistata prima dai Sanniti e poi da Alessandro I d'Epiro nel 335 a.C., nel 189 a.C. divenne colonia romana, mantenendo comunque viva la sua importanza strategica e commerciale. Sede vescovile dal 465, Siponto fu centro importante tra il IV e il V secolo e vi fu costruita una basilica paleocristiana. A lungo contesa fra Longobardi e Bizantini, fu distrutta da questi ultimi nel VII secolo, durante il regno di Costante II. Ricostruita fu brevemente possedimento saraceno nel IX secolo e divenne sede di una delle 12 contee normanne. Siponto subì pesanti distruzioni per i terremoti del 1223 del 1255, in seguito al quale si ebbero probabilmente fenomeni di bradisismo che fecero cadere in rovina la città. Nel gennaio del 1256 il re di Sicilia e principe di Taranto Manfredi giunto a Siponto durante una battuta di caccia sul Gargano, trovò la città distrutta e gli abitanti costretti a vivere in case non più adatte all'uso abitativo, in un'area resa malarica dall'impaludamento. Decise quindi di ricostruire la città due miglia a nord dell'insediamento originario. Le sue intenzioni erano duplici: da un lato, creare uno dei più importanti centri di governo di tutto il Regno, secondo gli evoluti canoni amministrativi ormai consolidati dal padre, l'imperatore Federico II; dall'altro, presidiare il territorio la cui posizione era strategica anche per via della vicinanza all'Oriente bizantino. Le conferì il proprio nome in segno di futuro prestigio, onore e potenza. In marzo i lavori vennero affidati al maestro costruttore Marino Capece, che riutilizzò i ruderi della città più antica e organizzò l'importazione via mare dalla Schiavonia di legname, calce, pietre e sabbia. Nel complesso furono impiegati 700 operai e molti buoi. Il 23 aprile 1256, giorno di san Giorgio, fu posata la prima pietra e nel 1257, convocato il Parlamento di Puglia a Barletta, Manfredi ottenne di costruire la nuova città a spese dell'erario reale e della sua cassa privata. Nel novembre 1263 venne consegnato il Datum Orte, ossia l'atto notarile col quale la città veniva ufficialmente riconosciuta. Manfredi successivamente affidò i lavori a suo zio Manfredi Maletta. Ai primi del 1258 erano state costruite la metà delle mura che guardano verso il mare e verso Foggia, con fortini e baluardi, e la grande torre di San Francesco; la piccola chiesetta della Maddalena e la grande campana il cui suono era percettibile a distanze notevoli, questa serviva in caso di pericolo per chiamare a raccolta i pochi abitanti di Manfredonia. Nel 1264 Manfredi inaugurò solennemente il castello e la città. La nuova città ottenne benefici fiscali (franchigie) che la resero un porto franco e la sua popolazione si accrebbe con il trasferimento di abitanti delle vicine città di San Paolo di Civitate, Trani, Carpino, Monte Sant'Angelo, Barletta, Ischitella, Andria e Corato. Sin dalla sua costituzione fu dotata di una zecca che coniò e impresse diverse monete (doppio tarì, dinari d'oro, di rame e di biglione).

Con la battaglia di Benevento del 1266, che segnò la morte di Manfredi e il passaggio dei suoi possedimenti a Carlo I d'Angiò, gli angioini completarono il castello sotto la direzione del maestro costruttore Giordano Onofrio e del soprintendente l'architetto Pierre d'Angicourt. Nel 1269 Carlo I confermò i privilegi che Manfredi diede alla città. Il 7 febbraio 1270 iniziarono i lavori del nuovo duomo sotto l'arcivescovo Giovanni VII (Freccia da Ravello). Nel 1272 papa Gregorio X visitò Manfredonia ed in questa occasione Carlo dietro consiglio del papa fece collocare una lapide a Porta Puglia e ribattezzò la nuova città col nome di Sypontum Novellum o Sipontum Nova, denominazione che tuttavia non si affermò. Il 7 maggio 1273 Carlo I tornato in città, fece costruire a spese della città un ulteriore torrione al lato nord e perfezionare le mura a due ordini, rendendole praticabili con la costruzione di una strada tra il primo e secondo muro; tra il 1279 ed il 1282 venne completato il castello con bastioni, mura di cinta e fossato. Nel 1274 fu terminato il duomo e l'anno successivo riunitosi il parlamento manfredoniano si decise che l'Arcivescovo prendesse possesso del duomo come Pastor Bonus e nella città si stabilì il Magistrato. Dal 1256 molti canonici officiavano a Siponto ed altri a Manfredonia, tale discordia durò fino al 1327.Carlo II, succeduto a Carlo I, fece erigere altri tre torrioni lungo le mura e alterò il progetto originario del castello di Manfredi con l'utilizzo del sistema francese per avere una migliore difesa.Nel 1292 Carlo II stabilì i confini della città e sistemò le difese e nel 1299 incominciarono i lavori per la costruzione del porto e dell'episcopio, che sarebbe stato terminato soltanto nel 1316. La città perse parte dei suoi privilegi e nel 1300, con il trasferimento a San Severo della sede del Gran Giustiziere, perse anche il titolo di capitale della Puglia (Apuliae caput). Nonostante questo, la città s'avviava a diventare il centro commerciale più importante della Capitanata. L'importanza strategica del porto sipontino è attestata dai numerosi viaggi dei reali angioini: nel 1309 vi si imbarcò Carlo Roberto d'Angiò per occupare il trono d'Ungheria per diritto di successione; il 31 luglio 1333 Carlo Roberto e suo figlio Andrea sbarcarono a Manfredonia e nel 1344, la regina Elisabetta terza moglie di Carlo Roberto s'imbarco per raggiungere Visgrad, in Polonia. Gli Ungheresi si stanziarono a Manfredonia facendo del porto la base delle loro operazioni militari: Luigi I il Grande, re d'Ungheria sbarcò con il suo esercito il 18 settembre 1345 dopo l'uccisione del fratello Andrea. Il 6 maggio 1380 il golfo di Manfredonia fu teatro di un'aspra battaglia navale tra le flotte genovese e Veneziana, che vide la prevalenza dei primi, i quali fecero prigioniero l l'Ammiraglio della Serenissima, Matteo Giustiniani. Il 13 agosto 1380 moriva a Manfredonia il celebre ammiraglio veneziano Vettor Pisani mentre la sua armata era alla fonda nel golfo di Manfredonia. Durante il XV secolo gli Aragonesi per uniformarsi ai tempi ed alle nuove tattiche difensive costruirono altre torri. Dal 1424 al 1435, Manfredonia fu concessa in contea a Francesco Sforza. Dalla metà del '400 con Re Alfonso la città di Manfredonia iniziò ad impoverirsi caricando gli abitanti di tasse e balzelli; e così gli Aragonesi, Austriaci ed i Borboni. Nel 1444 alla città toccarono le spese dell'incoronazione di Re Alfonso e nel 1459 Re Ferdinando diede in pegno la città con altre città pugliesi ai Veneziani. Nel 1463 la città fu saccheggiata del Re Ferdinando. Nel 1503 i francesi occuparono Napoli e molte città del regno. Solo Manfredona e Taranto rimasero fedeli fino alla fine a Federico d'Aragona. Durante la dispora tra Venezia e la Spagna i primi conquistarono i principali porti pugliesi tra cui Manfredonia data in pegno da Ferdinando II d'Aragona.

Manfredonia ospitò Cesare e Guido Fieramosca quando il maresciallo francese Lautrec invadeva il Regno di Napoli. Guido combatteva contro i Veneziani in Puglia dopo che questi stavano riconquistando tutte le città tranne Manfredonia, difesa da Carlotto di Parma detto il Cavaliere, da Alessio Lascari e Pier Luigi Farnese e lo stesso Fieramosca. Tre città resistettero alla Francia: Manfredonia, Gaeta e Napoli. Il Lautrec non riuscendo a conquistare la città operò delle razzie nelle campagne circostanti fino a quando una delle navi che appoggiavano le operazioni francesi venisse colpita dai cannoni della Torre di San Francesco. La città di "Manfredi" dunque nel 1528 resistette all'assedio francese e fu conservata all'imperatore Carlo V. Lo stesso imperatore per alleviarla e riconpensarla della fedeltà le riconfermò nel 1533 gli antichi privilegi, esenzioni e gabelle. Sotto Carlo V, la città godette un periodo di felice progresso e benessere.

Pedro Téllez-Girón y de la Cueva fu deposto dal grado di Viceré di Napoli da Filippo III di Spagna. Costui incoraggiò gli Ottomani a venire nel Meridione promettendo loro l'appoggio del popolo napoletano e così questi il 16 agosto 1620, forti di 56 galee comandate da Alì Pascià sbarcarono presso Manfredonia. Trovando impreparati i difensori riuscirono in poco tempo a conquistare le mura ed i bastioni, da questi aprirono il fuoco contro il Castello. Le suore dei conventi con gli altri cittadini si rifugiarono nel Castello e dopo aver resistito tre giorni sfiniti dalla fame e senza alcuna speranza di soccorso capitolarono il 18 agosto 1620. Durante l'assalto furono uccisi cinquecento Manfredoniani e settecento ottomani. La città fu selvaggiamente saccheggiata e distrutta, non rimase nulla della splendente città medievale che anni prima valorosamente resistette al Lautrec. Il bottino de Turchi fu di 36 cannoni di bronzo, tutte le campane delle chiese, una statua d'argento di san Lorenzo Maiorano, oro, argento, vestiti, libri, grano, cereali ecc. Furono distrutti tutti i documenti più importanti della città, fu bruciato il corpo di san Lorenzo Maiorano (rimase solo il braccio destro). Solo la chiesa di San Marco vicino alla Cattedrale rimase leggermente lesionata e funzionò da Cattedrale fino alla costruzione del nuovo Duomo nel 1640. I manfredoniani furono spogliati anche dei loro abiti e maltrattati, molti di essi fustigati, uccisi e condotti schiavi. Tra i prigionieri anche la giovine Giacoma Beccarino una bella fanciulla portata in Turchia come dono al Sultano, il quale rimase affascinato dalla bellezza della ragazza. Divenne la sua favorita ed ebbe successivamente da Giacoma l'erede al trono (che morì in età giovane). La Beccarino visse da prigioniera ed inviò alle suore clarisse di Manfredonia, dove anni prima risiedeva, una lettere per sapere notizie sui suoi genitori (morti durante il sacco) e due ritratti: il suo e quello della balia.

 Dopo la calata dei Turchi nulla restò di Manfredi e dei d'Angiò, tranne la piccola Chiesa di San Marco con la volta lesionata, parte del Castello e le antiche mura. L'Arcivescovo sipontino Annibale sceso dai monti del Gargano per constatare le rovine osservò che la valanga turca non aveva lasciato altro che rovine, desolazione, lutti e miserie. Questi, aiutato dal cardinale, viceré Borgia ottenne franchigie per trent'anni per i dispersi manfredoniani. Nel 1624 fu riedificato il Duomo e nel 1644 il nuovo Seminario. Grande aiuto alla ricostruzione fu dato dall'Arcivescovo Cardinale Orsini (fu poi papa Benedetto XIII), che resse la diocesi sipontina dal 1675 al 1680. Nel 1737, Manfredonia aveva una popolazione di 536 abitanti e nel 1749 di 3238. Alla pubblica istruzione provvedeva un solo maestro, la cui remunerazione ammontava a 12 ducati annui nel 1754. Nel 1783, per ordine dell'arcivescovo con una spesa di 200 ducati veniva trasferito il cimitero dal vecchio ubicato al centro della città attaccato alla Cattedrale all'attuale ubicazione attaccato alla chiesa di Santa Maria dell'Umiltà. La prima mappa della città di Manfredonia si ebbe sotto il Sindaco Giacinto Cipriano il 22 aprile 1787. Furono stabiliti i confini del territorio che toccavano l'antica Salpi (ora Zapponeta) estendendosi nella Puglia fino a Borgo Mezzanone, Ramatola con Santa Tecla, Farano, Ciminiera, Coppolachiatta, Colonnelle e sotto i monti del Gargano e verso Macchia (frazione del Comune di Monte Sant'Angelo). Nel 1835, veniva ultimata la strada Manfredonia-Foggia e avviata una comunicazione da Manfredonia-Cerignola, il cui progetto era già approvato in precedenza e attuato in seguito. In questo stesso anno furono lastricate molte strade interne di Manfredonia e aperta "alla ruota" la strada Manfredonia-Monte Sant'Angelo. Solo dopo gli inizi del XIX secolo, migliorate le vie di comunicazione e il porto, si creò una situazione favorevole al commercio e la città cominciò di nuovo ad espandersi e a crescere. Testimonianza di questo sviluppo è il dato di fatto che la città di Manfredonia fu anche sede nel settecento di una importante magistratura speciale, il Tribunale del Consolato di Terra e di Mare, che trattava le vertenze inerenti al commercio marittimo ed estero, come da uno studio di Carmine de Leo.

Nel 1910, in occasione di una epidemia di colera, alcuni giovani si riunirono in un'associazione di assistenza, chiamata "Croce Verde", che collaborava con il personale del locale ufficio sanitario. Fu la prima città d'Italia ad essere bombardata da navi austriache durante la prima guerra mondiale, all'alba del 24 maggio 1915. Fu colpita la stazione ferroviaria con 100 bombe. Due lapidi poste una proprio nella stazione e un'altra all'inizio del Corso ricordano l'evento.



GONFALONE

Lo stemma tradizionale riporta la scritta S.P.Q.S. (Senatus Populusque Sipontinus), sormontata da corona, e raffigura il vescovo san Lorenzo Maiorano, vescovo di Siponto, su un cavallo bianco, mentre attraversa un ponte, sotto il quale si trova un drago. Per memoria della leggenda che nel 552 volle un incontro tra Totila e San Lorenzo Maiorano, il re goto gli mandò un cavallo selvaggio che non obbediva a nessuno, ma inspiegabilmente Lorenzo lo domò e ottenne che Siponto venisse risparmiata dalla distruzione. Il gonfalone, di colore azzurro, riporta nel centro la scritta "Città di Manfredonia" e lo stemma comunale.


MONUMENTI


Castello svevo-angioino-aragonese

Voluto da Manfredi di Sicilia all'atto di fondazione della città, il castello è frutto di diverse trasformazioni, ampliamenti e rifacimenti durante le diverse epoche. All'origine la struttura era un quadrilatero con una cinta muraria dotata di cinque torrioni a pianta quadrata (quattro agli angoli ed una presumibilmente posta a nord-est presso la porta centrale). Attualmente esistono di quelle torri solo quattro di cui solo quella a sud-est ha mantenuto l'originaria forma quadrangolare, mentre le altre tre sono state inglobate in strutture cilindriche. Di chiara marca sveva, il primo castello fu concluso da Carlo I d'Angiò. In epoca aragonese si assisté a un processo di radicale trasformazione del complesso, nell'ambito di un complessivo progetto di fortificazione delle strutture difensive delle più importanti città costiere. Fu infatti disposta la costruzione di una nuova cortina muraria inglobante la struttura primitiva e dotata di una leggera inclinazione a scarpata tale da renderle più rispondenti alle esigenze dell'arte difensiva conseguenti all'uso dell'artiglieria militare. Agli angoli vengono costruiti quattro torrioni cilindrici più bassi di quelli interni. Dopo l'attacco nel 1528 del maresciallo francese Lautrec il torrione di nord-ovest venne modificato a bastione inglobando la precedente struttura a forma cilindrica. Anche le altre tre torri erano interessate al progetto di fortificazione ma questo non fu mai portato a termine. Nel 1620 il castello dovette capitolare all'attacco dei turchi a causa della esiguità dei pezzi di artiglieria e perché privo di parapetti protettivi sufficientemente alti a garantire l'incolumità dei difensori. Nel corso del XVIII secolo la struttura venne usata come caserma ed il grande bastione a prigione. Durante il regno dei Borboni e in epoca successiva fino al 1884 il Castello viene tenuto in efficienza in quanto Manfredonia viene qualificata come piazza forte. Dal 1888 fino al 1901, anno in cui l'edificio fu acquistato dal Comune di Manfredonia, appartenne all'orfanotrofio militare di Napoli. Nel 1968, con D.P.R. del 21 giugno n. 952, il Castello viene donato dal Comune allo Stato con l'impegno, da parte di quest'ultimo, di istituire al suo interno un museo per conservare i reperti provenienti dal territorio circostante. L'attuale museo archeologico che custodisce stele daunie databili all'VIII-VI secolo a.C.). Il castello di Manfredonia non è il frutto di un progetto unitario concepito fin dalla sua origine così come oggi ci appare, ma è il risultato di trasformazioni, ampliamenti e rifacimenti avvenuti in epoche diverse. In origine tutta la struttura consisteva in uno spazio quadrilatero racchiuso da una cinta muraria raccordata da cinque torri a pianta quadrata, di cui quattro poste agli angoli e la quinta ubicata presumibilmente nei pressi della porta principale di Nord-est. Tale primitivo impianto non corrisponde più alla realtà attuale in quanto della quinta torre restano solo poche tracce, mentre le altre, ad eccezione di quella posta a Sud-est, hanno cambiato la loro struttura formale. Infatti, un'opera di inglobamento avvenuta in epoca successiva, ha trasformato le precedenti strutture quadrangolari in torrioni a pianta cilindrica. Il castello di Manfredonia si connota sotto il profilo architettonico per un'impronta di chiara marca sveva caratterizzata dalla estrema regolarità geometrica e dalla linearità delle strutture, elementi questi che lo accomunano ad analoghi modelli difensivi realizzati dagli Svevi. Ma se sul piano comparativo il Castello di Manfredonia, denuncia una evidente "facies sveva", a livello documentario esso e da attribuire a Carlo I d'Angio. Infatti i primi documenti che parlano del Castello di Manfredonia provengono proprio dalla Cancelleria angioina e risalgono all'aprile del 1279. In essi si fa riferimento al reclutamento di manodopera specializzata per l'inizio dei lavori. Certo non e da escludere l'ipotesi che gli angioini abbiano usufruito di strutture preesistenti, riferibili a Manfredi, e che le abbiano poi inserite in un progetto più organico e definitivo. Con il governo della casa d'Aragona, (1442), si assiste ad un ulteriore processo di visibile trasformazione del Castello. Negli ultimi anni del XV secolo, infatti, gli Aragonesi, all'interno di un complessivo progetto di fortificazione delle strutture difensive delle più importanti città costiere, dispongono per il Castello di Manfredonia la costruzione di una nuova cortina muraria inglobante la struttura primitiva. A queste mura viene data una leggera inclinazione a scarpa tale da renderle più rispondenti alle mutate esigenze dell'arte difensiva conseguenti all'uso dell'artiglieria. Agli angoli di questa nuova cortina muraria vengono posti quattro torrioni cilindrici casamattati, questa volta più bassi di quelli del recinto interno, più idonei alle nuove tecniche di difesa. La costruzione del grosso bastione posto ad Ovest del Castello, denominato dell'"Avanzata" o dell'"Annunziata", segna per l'edificio un'altra tappa nella storia della sua edificazione. Con esso l'immagine del Castello risulta finalmente essere rispondente alla realtà attuale. Il bastione, realizzato attraverso l'inglobamento della precedente torre circolare, probabilmente all'indomani dell'assedio messo in atto nel 1528 dal maresciallo Lautrec, doveva servire come elemento di difesa per attacchi nemici provenienti dalla città. Il programma di inglobamento, che avrebbe dovuto interessare anche gli altri torrioni della cinta muraria esterna, non fu portato a termine. Non ci è dato conoscere i motivi che sospesero questo programma, ma certamente su tale decisione dovette influire la convinzione che il proseguimento dell'opera di trasformazione non avrebbe comunque impedito la capitolazione del Castello di fronte ad un nemico ben armato. Nel 1620, infatti, sotto il fuoco dei tiratori turchi appostati sugli edifici più alti della città, il Castello dovette capitolare a causa anche della esiguità dei pezzi di artiglieria e perché privo di parapetti protettivi sufficientemente alti a garantire l'incolumità dei difensori. Perso oramai il suo originario significato di fortezza difensiva, il Castello assume nel corso del XVIII secolo la funzione di comune caserma mentre il torrione Ovest del circuito interno viene adibito a prigione. Gli interventi operati in tale periodo sono diretti a rendere più funzionale la struttura per i nuovi scopi a cui è destinata. Durante il regno dei Borboni e in epoca successiva fino al 1884 il Castello viene tenuto in efficienza in quanto Manfredonia viene qualificata "Piazza Forte". Dal 1888 fino al 1901, anno in cui l'edificio fu acquistato dal Comune di Manfredonia, appartenne all'Orfanotrofio Militare di Napoli. Nel 1968, con D.P.R. del 21 giugno n. 952, il Castello viene donato dal Comune allo Stato con l'impegno, da parte di quest'ultimo, di istituire al suo interno un Museo Archeologico per conservare i reperti provenienti dal territorio circostante.
E' un complesso a pianta quadrangolare, munito di spesse mura perimetrali e corredato, agli spigoli, di tre torri circolari e di un bastione pentagonale. All'interno sorge il primitivo nucleo fortificato, ideato ed iniziato da re Manfredi di Svevia e portato a termine nel periodo angioino. L'ampliamento aragonese (seconda meta del sec. XV) è identificabile, ad eccezione del bastione pentagonale, all'attuale configurazione esterna del castello. Un'ulteriore modifica e attestata dal bastione pentagonale (o dell'Annunziata), realizzato nella prima meta del '500. Sede del Museo Archeologico nazionale.


Palazzo San Domenico

Sito in piazza del Popolo, è sede del Comune. Caratterizzato da un colonnato e loggetta, fu convento dei Padri Domenicani, che alla fine del XIII secolo fino all'epoca napoleonica l'abitarono officiando nella Chiesa attigua (Chiesa di San Domenico).

 

 

 

 

 

 

Palazzo Mettola

Tra corso Manfredi e via Arcivescovado, fu della Famiglia De Florio, della quale si ricorda suor Antonia, che nel 1592 tramutava la sua abitazione nel monastero delle Clarisse.

 

 

 

 

Palazzo De Nicastro

Il palazzo, in stile tardo barocco, sorge in via Tribuna. In questo palazzo ebbe i suoi natali il musicista e storico Michele Bellucci(1849-1944).

Palazzo Delli Guanti

 

In Via San Lorenzo, in stile tardo barocco, questo palazzo fu abitato nel 1432 dai Cavalieri Teutonici di San Leonardo. È caratterizzata nella parte centrale da un elegante loggiato con volte a crociera in colonnine che sovrastano il portale d'ingresso ad archivolto. All'interno vi è un grazioso cortile con scale di accesso al loggiato, dov'è custodito un crocifisso ligneo del XVIII secolo, testimone di una tradizione popolare. Dopo un salto di oltre tre secoli pervenne alla famiglia del Marchese Delli Guanti.

 

Palazzo Celestini

In corso Manfredi, dal 1350 monastero dei Celestini fu mutato in abbazia nel 1657. Nel XVIII secolo fu demolito e ricostruito secondo i dettami del barocco che oggi si ammira. Nel 1813 fu concesso al Comune da Gioacchino Murat per uso di Casa Comunale. Dopo recenti lavori di restauro è attualmente sede delle Civiche Biblioteche Unificate e dell' Auditorium Comunale.

 

 

Palazzo De Florio


Casa patrizia in stile barocco
del XV secolo, fu fatta costruire da ricchi mercanti sipontini in contatto con Lorenzo il Magnifico e con i mercanti europei del Rinascimento. Il loggiato, di epoca posteriore al palazzo di pura linea classica, è costituito da una serie di archi a tutto sesto insistenti su pilastri a sezione rettangolare con semplici cornici all'imposta. Il tutto è coperto da una serie di volte a crociera.

 

 

 

 

Palazzo delli Santi

 

In via Santa Maria delle Grazie, risalente al XVIII secolo. Questo Palazzo è caratterizzato da un portale in pietra finemente lavorato in forma rococò e dalla elegante balaustra continua che sormonta il muro perimetrale del primo piano con pregevole soluzione di balconata d'angolo. Ospitò Ferdinando II, re di Sicilia nel 1859 reduce dalla visita alla Grotta di San Michele a Monte S. Angelo.

 

 

 

 

Palazzo Cessa

Ospitò, nel 1723, Pietro Giannone in fuga da Napoli.



LUOGHI DI CULTO

Cattedrale

Intitolata a San Lorenzo Maiorano patrono della città, che fu vescovo di Siponto tra la fine del V secolo e la metà del VI, venne costruita tra il 1270 e il 1274, ma solo nel 1324 vi si trasferì il capitolo diocesano. Nel 1620 fu distrutta dagli ottomani. L'edificio attuale risale all'episcopato di Antonio Marullo (1643-1648). Vi si conservano le reliquie del patrono della città e alcune opere d'arte traslate nel XX secolo dalle altre chiese del territorio, tra le quali l'antica icona della Madonna di Siponto, la statua in legno policromo di fattura bizantina detta Madonna dagli occhi sbarrati o La Sipontina e un possente crocifisso ligneo duecentesco.
Il Duomo dedicato a S. Lorenzo Maiorano vescovo di Siponto (488-545), sorge sulle rovine dell'antico tempio angioino. La ricostruzione ebbe inizio nella prima meta del XVII sec. e portata a termine, dopo alterne vicende, nella seconda metà del XVIII sec. L'invaso interno è ad aula unica con volta a botte lunettata. L'abside, di forma quadrangolare, è ricoperta da una maestosa cupola.Sono quivi custoditi tre pregevoli gioielli dell'arte medioevale l'icona della Madonna di Siponto e la statua lignea della stessa, nonché il crocifisso ligneo del sec. XIII proveniente dalla chiesa di San Leonardo. Nella sacrestia, inoltre, si conservano tele ed arredi sacri del '600 e '700. Le pitture a guazzo che si osservano nell'interno della cattedrale sono di Natale Penati da Milano.

Basilica di Santa Maria Maggiore di Siponto


Sorta sopra una preesistente chiesa paleocristiana (a sua volta rimaneggiamento di un tempio classico), la chiesa è attestata dal 1117 e assolse funzioni di cattedrale di Siponto sino al 1323. Si presenta come un edificio in stile romanico pugliese a pianta quadrata, edificato su una cripta della quale riproduce la struttura. Per motivi di sicurezza i principali arredi sacri fra cui l'icona della Madonna di Siponto e la statua della Madonna dagli occhi sbarrati sono oggi custoditi nella cattedrale cittadina. Nel 1977 è stata eretta a basilica minore.
E' sita a 3 Km. da Manfredonia sulla S.S. 89 per Foggia. Cattedrale dell'antica Siponto, venne consacrata nel 1117 da Papa Pasquale II. E' una costruzione a pianta quadrata con due absidi (ad oriente ed a sud) ed un portale riccamente decorato ad occidente. I muri perimetrali sono percorsi, su tre lati, da arcate cieche poggiate su mezze colonne addossate alle pareti. La parte superiore del tempio fu rifatta, a più riprese, tra il XVI e XVIII sec. La sottostante cripta risale alla prima meta del sec. XIII.
Caratteristico questo tempio, citato in un antico manoscritto del 1248 (o 1249), quale è appunto lo "Scadenzario di Federico II", col titolo di "Ecclesia S. Mariae de Siponto". Non se n'ebbe tutta la costruzione in una sola volta, poiché la Chiesa superiore differisce molto dalla inferiore, non solo, ma ci furono anche delle ricostruzioni, dopo che nel 1527 venne rovinata dalla caduta di una torre, che v'era dal lato dell'attuale sagrestia. Osservato da vicino questo Tempio, ricordato da Leandro Alberti nella "Descrizione d'Italia", e da lui visitato nel 1525, risponde alla segnalazione che ne fa la espressione di "sontuosa cappella di pietre quadrate, che poi rimase cosi", cioè incompleta, accanto all'antica Cattedrale. La campanella, che si scorgeva in alto, fu collocata nel settecento: più su si vedeva la testa di un'aquila (quella forse dell'ambone dell'antica cattedrale), e sul frontone, nel centro, lo stemma dell'arcivescovo Ginnasio (1586-1607), il restauratore di questa e di un'altra Chiesa di Monte S. Angelo. Per tutto il resto può dirsi un piccolo "gioiello" d'arte romanico-pugliese. L'influsso moresco si nota, oltreché negli archi lunati, nei motivi ornamentali geometrici. Tipiche di questa chiesa: la sobrietà e signorilità degli elementi architettonici, e la originale concezione che la differenzia notevolmente dalle altre chiese coeve di Puglia. Spicca solenne all'ingresso il portale, che si apre fra due leoni accovacciati, dal cui dorso sorgono le due colonne, che reggono le mensolette per l'archivolto accennato nel centro. Ai lati di esso si sviluppa una serie di archi ciechi, che un tempo giravano intorno all'intero tempio con effetto grandioso. Si notino al centro di essi i rombi ornamentali che ricordano la stretta parentela tra il romanico pugliese e quello pisano. L'interno, in cui la luce viene quasi tutta dalla lanterna della cupoletta, è un quadrato con quattro piloni nel centro. Per tre lati gli archi parietali rispondono sulle arcate esteriori: solo dal lato orientale la parete, perfettamente liscia, fa pensare alle riparazioni, compiute prima della consacrazione della Chiesa, che fece il Cardinale Arcivescovo Orsini nel 1675, di cui risultano le croci nei lati e la lapide con l'epigrafe a destra dell'ingresso. Una tela istoriata del napoletano Giuseppe Castellano del 1719 ricorda i quattro Santi Sipontini: Giustino vescovo, Felice, Florenzio e Giusto, detti i Martiti di Furconio, in Abruzzo.

In questo Santuario, frequentato da numerosi fedeli e pellegrini, era in grande venerazione un Tavolo della Madonna col Bambino, simile a tanti altri che si assegnano al sec. XIII. Constatato il grave stato di conservazione del legno (spaccato e pressoché svuotato dai tarli), si è proceduto, a cura dell'esperto Aronne Del Vecchio, al risanamento del supporto ligneo mediante iniezione di caseina e collanti, alla rimozione di grossolane ridipinture ed alla restituzione in pristino del fondo oro dell'immagine e di alcune parti della stessa. In tale occasione si sono scoperte, ai margini verticali del quadro, due fasce ornamentali con finissime figure di santi del più puro stile bizantino. La venerata icona e dunque molto più antica di quanto non si ritenesse. Portato per restauro in Roma nel 1927 e benedetto in Vaticano del Papa Pio XI, se n'è fatta la solenne incoronazione in Manfredonia il 28 agosto 1955 dal Cardinale Roncalli, Patriarca di Venezia. Le bellissime corone, opera di moderna oreficeria, furono realizzate attraverso le offerte d'oro della popolazione. Nel pregevole e bellissimo dipinto su legno di cedro (m. 1,29 x 81), ora nella chiesa madre di Manfredonia, è rappresentata, a grandezza poco più del naturale, dalla cintola in su, la Vergine Madre col capo alquanto reclinato verso il Bambino, che amorevolmente sorregge col braccio sinistro e accompagna col destro. Lo sguardo materno, anziché verso il Divin Figlio, è rivolto verso i fedeli, ai quali Ella è del tutto intenta, quasi per raccoglierne i sospiri, i voti, le preghiere, e rassicurarli di quella benedizione celeste, che impartisce Gesù pargoletto con la destra, alla greca, mentre la sua sinistra poggiata su quella della Madre, ne completa serenamente il gesto. Sul tamburo di legno all'ingresso della Chiesa v'è ancora lo stemma papale di Benedetto XIII (Orsini).

BASILICA PALEOCRISTIANA


Uscendo dalla cripta, accanto al Santuario, si vedono i resti della basilica paleocristiana, scoperta con gli scavi iniziati nel 1936 e ripresi nel 1953. Nell'area  dove si profila un muro reticolato lungo m. 27 e trasversalmente un rettangolo della stessa struttura con intonaco e pittura policroma si osservava un pavimento a mosaico pluricolore (ora su di una parete della Chiesa), sovrapposto ad un altro pavimento bianco e nero, un'abside a nord-est e colonne di marmo, di cui sono rimaste sul posto alcuni fusti e capitelli. Tra un groviglio di fabbriche di varie epoche furono rinvenuti parecchi frammenti d'iscrizioni latine ed una anche greca; materiale raccolto nel Castello. La superficie di questa zona archeologica appariva, anteriormente agli scavi, coperta di alcuni massi di dimensioni più che notevoli (cm. 45 x 60 x 90 circa), sparsi qua e là come del resto se ne scorgono ancora, frammisti ad altre costruzioni posteriori. Parecchi sarcofaghi, già precedentemente esplorati, attestano la sepoltura di personaggi eminenti, ai lati di questa basilica. In un sepolcro si rinvenne la crocetta pettorale di bottega bizantina, che si conserva con altri oggetti nel Museo Civico cittadino. Altre antichità provenienti da questa stessa zona sono andate disperse, ovvero si conservano in Manfredonia: dicesi che sia stata asportata da qui per Monte S. Angelo, nella basilica dell'Arcangelo, la Cattedra episcopale in marmo, importantissima opera d'arte romanica del sec. XI dell'Acceptus. E' certo invece che l'Acceptus lasciò nella basilica di Siponto un suo ambone, del quale un elemento (l'aquila) era inserita sul tiburio della Chiesa; ed altri elementi marmorei, ritrovati durante gli scavi di cui sopra è cenno, possono bene appartenere all'opera dell'Acceptus. Sotto alcuni alberi della pineta, accanto alla medesima basilica, possono osservarsi alcuni massi, infissi nel suolo e disposti in allineamento, che richiamano alla mente i menhir di altre località. Procedendo più oltre, a destra, per la statale verso Foggia, dopo circa mezzo chilometro, fuori le antiche mura di cinta, nella Masseria Capparelli si trovano le Catacombe, non meno interessanti per la loro struttura ed antichità. Un'intera area cimiteriale protocristiana, ricca di ipogei e sepolcreti scavati nella roccia tufacea si sviluppava immediatamente a Nord della Siponto romana, verso Manfredonia. Sono attualmente visibili un'ipogeo tra la statale e la ferrovia, una bella catacomba sotto la nuova chiesetta della borgata balneare ed un altro ipogeo nella vicina pineta.

Abbazia di San Leonardo


© Foto di Matteo Borgia

Fondata nel XII secolo, in Lama Volara, a 10 km dalla cittadina, si compone di una chiesa dell'XI secolo in stile romanico pugliese con influssi bizantini, e dei resti abbaziali e dell'ospedale, che per secoli ha assolto il ruolo di luogo di sosta per i pellegrini che percorrevano la via Sacra Longobardorum verso il santuario di San Michele Arcangelo, sulle pendici del Gargano. Sia il portale sia l'esterno conservano una serie di sculture e bassorilievi che raffigurano episodi biblici ed elementi significativi della mistica medievale. Sita a 10 Km. da Manfredonia sulla S.S. 89 per Foggia, la chiesa era parte integrante di un insigne complesso abbaziale dei Cavalieri Teutonici sorto tra la fine del sec. XI ed il principio del XII sec. L'impianto del tempio consta di tre navate a tre absidi semicircolari. La navata centrale è arricchita da due cupole in asse, mentre quelle laterali sono coperte da semibotti. Sul lato nord-ovest emerge un superbo portale.Nell'interno v'era un pregevole crocifisso ligneo del sec. XIII (ora presso la Chiesa Cattedrale di Manfredonia).

San Leonardo le Matine (in Lama Volara) sulla statale per Foggia dista chilometri 10 da Manfredonia. Il monumento è attiguo ad altre fabbriche e si scorge da lontano per le due cupole della chiesa ed il tipico camino a torretta, che s'innalza sulla cappa dell'antica cucina del Convento. Vi si accede per un viale dal lato Nord-Ovest, sul quale trovasi la facciata secondaria, ma più interessante. Avvicinandosi, lasciamo a sinistra una cisterna con basso-rilievi del 1600 (S. Leonardo, stemma dei Gaetani, ed altro stemma gentilizio), e, a destra, l'antico ospedale con un ingresso e due finestre dal lato opposto, di stile gotico, probabilmente del 1327. Guardando la facciata della chiesa da questo lato, più lungo degli altri, proviamo un incanto che aumenta esaminandone i particolari. Una serie di mensolette, interessantissime per la varietà e delicatezza dei motivi, assolvono la funzione di sostenere la cornice, nella quale si raccolgono e scorrono le acque piovane del tetto. Numerosi archetti, divisi in serie di tre ciascuna da lesene, con quattro monofore, denunciano il motivo dominante del romanico del secolo XI. In questa cornice venne posteriormente incastonato il portale di una ricchezza, solennità e forza di rilievo davvero notevoli. Interessantissimo anche il simbolismo che ha guidato la creazione di questo portale. Il leone che maciulla una figura nuda ci ammonisce, con l'apostolo S. Pietro, ad essere sobri e vigilanti, perché il nostro "avversario, il diavolo, gira attorno (a noi) come un leone ruggente, cercando di divorare" (Lep. V. 8). Nell'altro leone, invece, che ha in bocca un pesce (ICHTUS, monogramma greco per significare Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore) troviamo simbolizzato il cristiano, che cibandosi di Cristo (ossia del Pane Eucaristico) e meditando la dottrina di Gesù Salvatore del mondo, diventa forte come un leone, terribile al demonio, ispiratore del male, siccome ammonisce S. Giovanni Crisostomo. E cosi col misticismo medievale, tutta la scultura va movimentandosi ed arricchendosi dagli stipiti all'arco centrale, da cui domina, fra due angeli adoranti, la figura stessa del Salvatore, nuovo Legislatore, principio e fine, alfa ed omega, come dice S. Giovanni, simboleggiato dall'aquila, la quale porta in alto scolpita la sigla "Joh'es" (Johannes, Giovanni); mentre dal lato opposto, sulla stessa linea orizzontale, una figura umana alata, con il libro in mano, esprime l'evangelista S. Matteo. E di sotto in entrambi i lati, il leone ed il bue, col nimbo, simboleggiano gli evangelisti S. Marco e S. Luca. Rappresentato come un centauro, con la cetra, c'è Davide, a cui fa riscontro dal lato opposto un personaggio cornuto con le spalle rivolte a Cristo, ossia l'anticristo. E' più forte, nello stesso ordine, il cervo simbolo dell'anima anelante verso Dio, al quale fa riscontro il dragone, ossia il demonio. La stessa fascia, che dalla base va fino al capitello, da entrambi i lati, contiene dei simboli. Il centauro saettante esprime la costellazione del mese di novembre, in cui cade la festa di S. Leonardo (6 novembre); il drago, ucciso da S. Giorgio, il coniglio e la pecora, e il cervo (riprodotto ancora due volte) sono tutte le espressioni simboliche, non addossati, esclusa la più mostruosa di due leoni terminanti con una sola testa, indicante forse un emblema di famiglia gentilizia. Né sono da trascurarsi i due capitelli figurati. Il somarello, realizzato con molta grazia, e sormontato dal Pellegrino al Gargano, protetto dall'Angelo che lo precede con la spada sguainata e alle spalle dell'Arcangelo S. Michele, che uccide il drago. Nell'altro capitello e raffigurata la visita dei re Magi al Bambino Gesù, sostenuto dalla Madre, alle cui spalle c'è il protettore di questa sacra Famiglia, S. Giuseppe, quasi dormiente. Nel vuoto, in alto, ci sarebbe stata un'altra immagine della Vergine con il Bambino, fra i due Santi protettori dei crociati: S. Giacomo minore e apostolo e primo vescovo di Gerusalemme, e S. Leonardo di Limoges, discepolo di S. Remigio, che evangelizzò i Franchi, (per cui si rappresenta col Vangelo in una mano e con la catena nell'altra, simbolo della salvezza eterna, che ottiene l'anima sciolta dai vincoli del peccato). Il tutto, nell'insieme, sia per l'arte che per lo spirito religioso, ancora profondo e radicato, ci fa assegnare questa scultura alla fine del secolo XII, quando la Chiesa era ancora ufficiata dai Canonici Regolari di S. Agostino. Quando si parla della badia di San Leonardo la memoria ci porta immediatamente a riflettere, a chiederci chi ne fosse l'autore, quali furono i "moventi" che ne hanno spinto l'edificazione, oltre a quelli di natura religiosa e sociale. Infatti funzionava come romitorio e ospedale per i pellegrini sin dal XII secolo: tappa decisiva anche per gli stessi crociati che si recavano alla Grotta di San Michele, a Monte Sant'Angelo, prima di partire o al ritorno dalla Terra Santa. Il pensiero del visitatore si incuriosisce e si arricchisce di suggestioni, che aumentano man mano che si avvicina a quell'architettura di pietra dorata mentre assume, proprio durante il periodo estivo, una spazialità irreale, contribuendo così ad aumentare la sequenza di interrogativi. Molto si è parlato di San Leonardo, sin dai secoli scorsi, e così Emile Bertaux accenna alla "ricchezza del portale scolpito che immette nella nave di sinistra"; il Lenormant pure ne descrive compiutamente lo stile; il Gregorovius scrive che "la chiesa ha una porta bellissima ed una tribuna di puro stile romanico"; Artur Haseloff la definisce: "mirabile, tutta adorna di splendidi fregi e tralci ed animali"; infine, Alfredo Petrucci nel 1921 ne descrisse ampiamente le vestigia e la analizzò nei dettagli per la sua straordinaria finezza. Le emozioni prodotte sugli studiosi si susseguono ancora oggi, stimolando l'interesse anche del turista contemporaneo che, colto e attento, si lascia sempre più attrarre da percorsi, itinerari che vanno oltre la semplice storicità delle cose; sempre più catturare, grazie alla sete del sapere, da quegli elementi di mistero, di enigma che può suscitare una scultura, un bassorilievo, una traccia di affresco, un'architettura suggestiva. Lo spunto ci viene dal Tomaiuoli quando afferma, parlando di San Leonardo, che tra le "realizzazioni architettoniche dei secoli XII-XIII esiste una sparuta minoranze di chiese con caratteristiche compositive diverse dalle coeve metodologie edilizie", a questa minoranza, "i cui caratteri costruttivi e stilistici esprimono un mondo culturale a cavallo tra l'oriente latino (Terra Santa) ed il mondo franco che aveva come punto di riferimento il territorio della Puglia", appartiene la nostra badia. Orientata verso l'asse Est-Ovest, ad orientem come vuole la tradizione cristiana, diviene semplice affiancare alla simbologia sole-luce gli elementi luce-ascensione: "nella tradizione medievale il Cristo è costantemente associato al sole e chiamato sol salutis, sol invictus, e ancora sol occasum nesciens ... il sole levante ha grande potenza benefica, vince la notte e le tenebre ... al simbolismo del sole è strettamente connesso quello della corona di raggi o corona solare" che viene rappresentata nella volte a botte della navata centrale con un piccolo rosone che scandisce attraverso i suoi undici "petali", il 21 giugno di ogni anno da circa 10 secoli, l'ingresso del Sole nel Cancro; né più né meno come l'obelisco sul selciato di Piazza san Pietro a Roma, come il rosone della cattedrale di Chartres, nella Francia settentrionale; e, infine, come l'architettura di Castel del Monte, affermano alcuni studiosi, sia stata dettata addirittura dalla meccanica solare, in cui il sole protagonista assoluto, col suo gioco sapiente di luci ed ombre, abbia suggerito le proporzioni del Castello. Sicuramente era conosciuto, sin dall'antichità, il "de Architectura" di Vitruvio che ci parla, nel suo IX libro appunto, degli orologi solari e della gnomonica; come pure, era in vigore in quell'epoca, la concezione geocentrica di Tolomeo secondo il quale la terra è al centro e il Sole le gira intorno. Il momento più suggestivo per noi è allorquando, dalle 12 alle 13 circa del 21 giugno, il raggio di sole evidenzia l'intersezione dell'asse principale della navata centrale con l'asse del bellissimo portale laterale, disegnando in senso orario, sul pavimento della chiesa, una corona luminosa.

 I caratteri architettonici della chiesa con una navata centrale, coperta da una serie di cupole, e quelle laterali da volte a botte, dette rampanti, esprimono un mondo culturale tra l'oriente-latino "Terra Santa" e quello franco delle crociate, pellegrinaggi (N. Tomaiuoli della Soprintendenza ai Beni AA.AA.AA.SS. per la Puglia).

 Il monastero venne fondato verso la fine dell'XI sec. dai canonici regolari di S. Agostino e nel 1261 venne concesso da Papa Alessandro IV all'Ordine Teutonico di S. Maria di Prussia, che lo reggerà fino al 1475. L'ultimo rappresentante di quest'Ordine fu il Vescovo di Troia, Stefano Gruben. Nel 1485 n'era abate il Cardinale di Parma, Giangiacomo Sclafitamus. La sua storia è tutta scritta nel "Regesto di S. Leonardo di Siponto", edito dal Camobreco nel 1913. I documenti più antichi risalgono al 1127. Accanto alla Badia vi era un'ospizio, che ospitava i pellegrini diretti alla grotta di S. Michele e in Terra Santa. Fece anche da infermeria agli Abruzzesi, che svernavano le loro greggi in Capitanata. All'interno della chiesa sono tutt'ora riscontrabili dei lavori decorativi, eseguiti dai Cavalieri Teutonici, mentre all'esterno domina lo stupendo portale, del quale hanno parlato insigni studiosi di storia dell'arte, come: Bertaux, Lenormant, Gregorovius e Artur Haseloff. Interessantissimo il simbolismo dei due leoni, che sorreggono questo portale, l'uno che, frantumando una figura nuda, ammonisce ad essere vigilanti, perché il diavolo gira intorno a noi come un leone ruggente e l'altro che, cibandosi di un pesce (Ichtus monogramma greco per Gesù Cristo, Figlio di Dio Salvatore), fa diventare forte il cristiano come un leone. L'architrave, di età federiciana, e impreziosito di foglie a forma di "S" e i capitellli delle colonne portanti sono vere opere d'arte, realizzati con molta grazia, spirito religioso e ricchezza d'espressione, come la visita dei Magi al Bambin Gesù e il somarello montato dal pellegrino al Gargano, protetto dall'Arcangelo Michele. Non meno importante è la scultura del centauro saettante, che rappresenta la costellazione del mese di novembre, in cui cade la festa di S. Leonardo (6 nov.) e la finestra dell'abside centrale, sormontata da un grifone, che porta la firma di Guilielmus sacerdos. Un insieme di messaggi, di sculture, di pitture, di firme e di nomi importanti fanno di questa Abbazia un vero monumento nazionale. Ma la chiesa di S. Leonardo non è solo questo. Altre due grandi meraviglie ci vengono offerte da questo grandioso Tempio: il fascio di luce del solstizio d'estate e l'omonimo Crocifisso. La prima si verifica il 21 giugno di ogni anno, tra alle ore 12 (ora solare), quando si assiste al fenomeno del misterioso raggio di sole più alto dell'anno, catturato attraverso un foro gnomonico di un rosoncino a 11 raggi, collocato nella volta della chiesa, che nulla ha da invidiare alla celebre Cattedrale francese di Chartres, dove a mezzodì di ogni solstizio d'estate un raggio di sole illumina una formella metallica incastrata nel pavimento mediante il foro di una ventrata, mentre il fascio di luce di S. Leonardo cade al centro dei due pilastri, che guardano l'ingresso laterale della chiesa. La seconda meraviglia è l'artistico Crocifisso ligneo. Si tratta di un vero capolavoro d'arte del XII-XIII sec. delle dimensioni di m. 2,44 d'altezza per 2,20 di larghezza. La scultura, realizzata in loco da intagliatore dauno, funge quasi da ponte tra il mondo delle icone con pittura e tecnica orientali e quello delle sculture d'Oltralpe con la corrente nordica, portata prima dai Normanni e dagli Svevi e successivamente dagli Angioini. Entrambe le culture, trovando alimento in Puglia, hanno dato vita ad una scuola di artisti locali, che con mezzi e tecniche proprie hanno originato nel Gargano una scuola di intarsiatori, come risulta dai versi di Floriano da Reims, nel secolo X, sulla produzione di marmi intarsiati dai Sipontini. Questo fatto non esclude che l'intarsio fosse praticato pure sul legno. Certo è che nell'XI secolo operano nel Gargano valenti scultori: Acceptus, David e Romualdo, le cui opere firmate testimoniano il grande patrimonio artistico della nostra terra, come l'aquila marmorea della Basilica di Siponto (custodita presso l'Episcopio di Manfredonia) e la cattedra della grotta dell'Arcangelo Michele a firma di Acceptus. Il Crocifisso di S. Leonardo, dopo gli interventi di restauro del 1957, eseguiti in Roma presso l'Istituto Centrale del Restauro, ha rilevato tracce di colore azzurro e rosso nel perizoma e bianco nelle carni. La presenza di pittura, elemento tipico dello stile e della tecnica delle icone, convalida l'appartenenza di questo Crocifisso al mondo bizantino, mentre l'opera scultorea dello stesso lo avvicina a quello d'Oltralpe e quindi alla cultura europea. Infatti a quest'ultima corrente vengono attribuiti vari esemplari di Crocifisso doloroso di tipo spagnolo e altri di gotico francese, che esprimono la naturalezza della scultura monumentale delle Cattedrali di Chartres e di Reims. Singolare però è il Crocifisso di S. Leonardo che e il più antico del gruppo e che sembra sia stato prodotto in un ambiente, dove il colore aveva un senso simbolico, che è caratteristica delle icone. Il Crocifisso di S. Leonardo, ricoperto di una tela gessata su cui si distende il colore, evidenzia chiaramente il mondo orientale, mentre il rilievo delle costole, dei muscoli e delle vene richiamano la tecnica delle sculture in metallo. Quest'opera non esprime sofferenze, come nell'arte gotica (Crocifisso della Cattedrale di Lucera, quello di Andria e altri di fattura spagnola), ma calma, serenità, pace e quindi un Cristo glorioso e risorto con gli occhi aperti, i piedi staccati e le braccia distese in segno di abbraccio universale. Per il Petrucci il Crocifisso è databile tra il 1220-1230, quando il monastero di S. Leonardo era ricco e potente. Prima del 1956, il cimelio dominava nel primo altare a destra dell'ingresso principale. Nel 1958 venne esposto all'Expo di Bruxelles, dopo il restauro del 1957. Per circa 28 anni è stato il fiore all'occhiello della Pinacoteca Provinciale di Bari e lontano dal suo luogo originario. Solo il 24 aprile del 1985 rientrava dal suo lungo esilio in Manfredonia, grazie all'opera di un apposito comitato d'Onore: Centro di Documentazione Storica di Manfredonia, Circolo Unione, Lions Club e Rotary Club. Attualmente, è custodito nella Cattedrale di Manfredonia, dove viene venerato e ammirato insieme al Sacro Tavolo della Madonna di Siponto (anno 1200) e la statua lignea, detta "Sipontina" del V-VI secolo.

Chiesa di San Domenico

La costruzione della cappella, di fatto un'abside, dedicata a Santa Maria Maddalena, contigua della Chiesa di San Domenico e del Convento dei Frati Predicatori fu disposta da Carlo II d'Angiò nel 1294. Dopo la devastazione del 1620 ad opera dei turchi, il complesso fu riedificato poco dopo sulla vecchia costruzione. Il nuovo progetto settecentesco ridusse la chiesa ad una sola navata, come appare oggi. Le pareti laterali della navata sono popolate da sei altari in stile barocco, anche se all'interno della Chiesa sono numerosi i richiami allo stile romanico; la facciata in stile gotico è stata restaurata ed il suo rosone ripristinato nel 1960; la vecchia cappella conserva quattro preziosi affreschi parietali del Trecento.
Dell'originario impianto gotico non restano che la perimetrazione esterna, la facciata principale, alcuni affreschi trecenteschi ed una ricca nicchia con bifora e tondo quadrilobato (questi ultimi presenti nella zona absidale, non compromessa dai successivi interventi di restauro). Tali elementi permettono di ipotizzare a favore del tempio una "facies mendicante" (edificio gotico mononavato a terminazione absidale rettilinea). Tra la seconda meta del '600 e la prima del '700 l'interno della chiesa viene trasformato nell'attuale configurazione strutturale e formale.

La chiesa di S. Domenico con l'adiacente convento venne costruita da Carlo II d'Angiò tra il 1294 e il 1299 e abitata dai Padri domenicani fino all'invasione dei Turchi (1620). Il convento settecentesco di S. Domenico, ricostruito sui ruderi di quello trecentesco, incorpora nelle sue strutture le vestigia gotiche superstiti, come l'arcone ogivale, verso il mare, murato e impostato su ricchi capitelli, i pianterreni che si affacciano sulla Piazzetta e la cappella della Maddalena nella sacrestia del XIII secolo, ricca in passato di affreschi ormai quasi scomparsi.Questa cappella, all'origine, era inserita nelle antiche mura di cinta. E' venuta alla luce nel 1895, durante lo scavo di un'aiuola eseguito dal custode delle carceri, che occupavano alcuni locali del Municipio. Tra le opere pittoriche di essa ricordiamo l'affresco di S. Nicola, di S. Domenico, dell'albero genealogico della Stirpe di David e l'affresco della Maddalena con la deposizione di Cristo nell'edicola dell'omonima cappella.Nella chiesa si conservano una Madonna del Cinquecento, epigrafi latine di Patrizi Manfredoniani, un Crocifisso e diverse tele.Del convento, dopo il sacco dei Turchi, fu riparato un antico dormitorio e ricostruita la chiesa con il contributo di molte famiglie sipontine.Nel 1725 furono completate la volta della navata centale (unica rimasta della chiesa) e la cupola a spese dei fratelli Giuseppe e Tommaso Cessa.Con Regio decreto del 28 aprile 1815 il convento divenne bene del Comune di Manfredonia.All'origine, la chiesa aveva tre navate con la facciata gotica, che doveva essere imponente con il suo bellissimo rosone.Gli attuali locali adiacenti e rispondenti sulla Piazzetta costituivano la navata sinistra, mentre la navata destra è servita per l'ingresso all'ex convento.La facciata che oggi ammiriamo, è stata restaurata intorno agli anni 60. Anche il rosone originario, precedentemente incorporato nella muratura, è stato in parte ripristinato nella cornice. Purtroppo nel 1875 il rosone perdeva la raggiera decorativa, compromettendone l'alto pregio artistico, per collocarvi un orologio pubblico, poi scomparso per ridare alla facciata il suo primitivo aspetto.Interessante e completamente originale il magnifico portale, nella lunetta del quale scorgiamo ancora tracce dell'affresco della Madonna del Rosario.All'estremità del portale è ben visibile e conservato lo stemma angioino.Nelle navale laterali possiamo tutt'ora ammirare colone e capitelli angolari che sostengono le volte a crociera.Il colonnato barocco del Municipiio, dal quale si domina l'intera Piazza del Popolo, è del Settecento

Convento di Santa Maria della Vittoria


Edificato nel 1571 e distrutto dai turchi nel 1620, venne ricostruito nel 1662. Nell'intitolazione ricorda la vittoria navale dei cristiani sugli ottomani nella battaglia di Lepanto combattuta nello stesso anno della fondazione. Qui nel 1575 si convertì san Camillo de Lellis, che visse durante il noviziato. Nel 1811 il convento fu chiuso definitivamente e inglobato nell'attuale cimitero con l'annessa chiesa. Tra gli ambienti superstiti, quello di maggior richiamo è il chiostro.
Il convento di S. Maria della Vittoria fu edificato nel 1571 su richiesta e a spese dei Sipontini, quando venne eletto Provinciale P. Domenico da Ragusa. La chiesa venne consacrata dal Cardinale Arcivescovo Tolomeo Gallio col titolo di S. Maria della Vittoria a ricordo della vittoria navale sui Turchi, che i Cristiani riportarono a Lepanto il 7 ottobre dello stesso anno. La costruzione del convento fuori le mura della città fu decisa dai Frati Minori Cappuccini al fine di avere un orto. Col saccheggio dei Turchi del 1620 il complesso religioso venne incendiato e depredato di tutti gli oggetti preziosi. Nel 1662 venne riedificata la chiesa col titolo di S. Maria dell'Umiltà ad opera di un devoto, come si evince da una iscrizione. Tra i superstiti locali del convento, quello di maggior richiamo è il chiostro, dove visse l'aspirante cappuccino Camillo De Lellis, figlio del Colonnello dell'Imperatore Carlo V. E' proprio in questo convento che il guerriero Camillo, prima manovale e poi domestico, si convertì (Anno Santo del 2 febbraio del 1575) quando, di ritorno dal convento di San Giovanni Rotondo, si presentò al Padre Guardiano per chiedere penitenza e diventare cappuccino, dopo aver meditato lungamente, attraversando la Valle dell'Inferno. Così Camillo, dandosi completamente alla vita francescana, prima curò gli ammalati nell'ospedale di Roma, dove era ricoverato per un'ulcera ad una gamba e, poi, fondò l'Associazione dei Crociferi, a cui successe l'Ordine dei Ministri degli Infermi con il distintivo della croce rossa. Le facciate del convento e della chiesa non rispondono molto allo stile gotico, se non nelle arcate degli ingressi, mentre l'interno richiama il barocco. Sull'altare maggiore della chiesa, coperta da una grande volta a botte, si possono ammirare otto tele, mentre sulla parete destra del presbiterio domina una grande tela di buon pennello, che riproduce la Madonna col Bambino, S. Giuseppe e lo Spirito Santo. Degne di rilievo sono pure le due tele degli altari laterali. Nel 1811 il convento fu chiuso definitivamente. Attualmente, la chiesa e il convento fanno parte del cimitero comunale.

Chiesa della Sacra Famiglia

 Sorta nel 1982, è caratterizzata dai maestosi mosaici dell'artista Ambrogio Zamparo, raffiguranti la Natività, la Trinità, il Cristo, la Nuova Gerusalemme, il Battesimo di Gesù e alcune scene evangeliche. L'icona lignea del crocifisso è opera di Matteo Mangano.

Chiesa di Santa Chiara

La gentildonna Isabella de Florio, nobile, ricca e bella, rimasta vedova ancor giovane, "fè risoluzione di darsi tutta a Dio e le sue ricchezze impiegarle per la dote e fondazione di tal convento". L'Arcivescovo Domenico Ginnasio, oriundo di Castel Bolognese (Ravenna), (1586-1605), nel 1592 "consentì all'erezione del nuovo Monastero delle Clarisse in Manfredonia da Isabella De Florio". La pia fondazione, approvata dalla santa Sede, ebbe vita fino alla soppressione in tutta Italia delle corporazioni religiose, avvenuta per virtù della legge 7 luglio 1866 n.3096. L'importante edificio di S.Chiara consta di un grande isolato di forma rettangolare, prospiciente le vie S.Chiara, Tribuna, Arcivescovado e S.Lorenzo. E' costituito dalla chiesa, che occupa la parte angolare Nord-Est dell'edificio, e del monastero che occupa tutta la restante parte dell'isolato. La chiesa, le cui facciate occupano parte delle vie S.Chiara e Tribuna, ha, su queste strade, due ingressi, i cui portali sono semplici ed uguali tra loro. Entrambi sono preceduti, all'esterno, da pianerottoli e gradini, indispensabili per superare il dislivello esistente tra le sedi stradali e la chiesa. Alla sommità dei portali, nelle graziose artistiche nicchie si ammirano due pregevoli statue di pietra, che raffigurano S.Francesco e S.Chiara. Si ritiene che l'Arcivescovo Francesco Rivera (1742-1777), durante il suo episcopato, abbia fatto rivestire le due facciate di intonaco rustico e liscio, ripartito da ampi riquadri geometrici. Varcato l'ingresso principale, quello da via S.Chiara, si accede nella grande unica navata, coperta da un'importante volta semicilindrica lunettata, intramezzata da costoloni che la ripartiscono, lunette, costoloni e lesene, con ricchi motivi decorativi a stucco ispirati allo stile barocco settecentesco. Lungo le pareti laterali della navata si aprono tre grandiosi arconi a destra, ed altrettanti a sinistra, sotto i quali si elevano cinque altari barocchi; di questi, quattro sono rivestiti di marmi policromi, ed il quinto identico agli altri, di fronte all'ingresso di via Tribuna, è di legno intarsiato. L'arcone centrale, nella parete destra, è privo dell'altare per consentire l'ngresso secondario da via Tribuna. Nelle zone lunettate della volta si aprono, al di sopra della trabeazione, tre coppie di lunghe finestre, munite di grate dalle inquadrature di sostegno riccamente ornate, ove le monache solevano sostare per assistere, devotamente compunte, alle funzioni religiose. Soprastante all'ingresso principale, vi è una tela con cornice dorata, che raffigura l'Assunzione della Madonna.

Lungo la parete destra, entrando: sul primo altare, detto della crociffissione, vi è al centro un grande Cristo in legno, che si fa risalire all'epoca della costruzione della chiesa; è collocato sopra un grande dipinto su tela, ornata di una cornice di legno dorata. La tela, nella sua parte inferiore, raffigura, a destra del Cristo, le pie donne e a sinistra S. Giovanni Evangelista; in quella superiore il Padre Eterno che offre a Gesù Crocifisso l'amore per l'Umanità. Proseguendo, si ha prima l'ingresso dalla via Tribuna, poi il secondo altare sul quale è stata realizzata, ai primi di questo secolo, una nicchia per collocarvi la statua di S. Rita da Cascia, in cartone romano, ed infine un grande pulpito di legno intarsiato, molto ricco e bello, che risale, col suo organo, alla costruzione della chiesa. Lungo la parete sinistra, entrando, si incontra: il primo altare dedicato a S. Maria delle Grazie, sul quale spicca un grande dipinto su tela con cornice dorata, che raffigura la Madonna delle Grazie ed alcuni Santi Francescani, tra i quali primeggia S. Francesco d'Assisi. Una grande tela sovrasta anche l'altare centrale, che come si è detto è di legno dorato: si ritiene che questa tela sia opera che sembra del secolo XVII; vi si raffigura Gesù alla colonna: d'intorno, sino ad occupare tutta la parete sottostante all'arcata, una fastosa cornice di legno intarsiato, di stile barocco, fortemente decorativa, s'impone per la sua ricchezza. Nella parte inferiore dell'altare, notiamo una bella pala con vetro, destinata a ripostiglio di reliquie. Sull'ultimo altare, di fronte alla statua di S.Rita da Cascia, fu ugualmente realizzata, ai primi di questo secolo, una nicchia per collocarvi la statua in gesso della Madonna Immacolata. Questo altare, è da rilevare, era dedicato a S. Giuseppe con il diritto di patronato a favore della famiglia di D. Luca Brencola e portava la data 1678. Al centro del presbiterio c'è l'altare maggiore: sulla parete frontale, in alto, una nicchia, dalla ricca cornice, accoglie la statua di S. Chiara di Assisi. La statua della Santa ed il suo vestimento sono in legno finemente intarsiato ciò che rivela la mano di valente artista. La Santa reca nella destra il pastorale, simbolo del comando, e nella sinistra la pisside nella quale si conservano le particole consacrate. Tutta l'attenzione del visitatore si concentra su queste opere molto interessanti per essere prove cospicue dell'arte dell'ultimo Rinascimento. Entrando, a destra, in alto, la prima epigrafe è del Cardinale Arcivescovo Orsini; essa reca la data del 1680, e volta in italiano suona così:

QUESTO INSIGNE TEMPIO
D.O.M
IN MEMORIA DI S. CHIARA VERGINE
INSIEME COL CONVENTO DELLE CLARISSE
ERETTO E DOTATO
A SPESE DELLA FIORENTE FAMIGLIA DE FLORIO
NELL'ANNO 1592 SOTTO IL PONTIFICATO DI DOMENICO GINNASIO
ARCIV. SIPON.

Chiesa della Beata Vergine Maria Stella Maris

 

Chiesa di San Camillo de Lellis

 

Chiesa di San Carlo Borromeo

 

Chiesa di San Giuseppe sposo

 

Chiesa di San Michele Arcangelo

 

Chiesa di Santa Maria del Carmine

 

Chiesa dello Spirito Santo

 

Chiesa del Santissimo Redentore

 

Chiesa della Santissima Trinità

 

Chiesa del Santissimo Salvatore

 

Chiesa di Santa Maria Regina

 

Chiesa di Santa Maria del Grano

 

Chiesa del Corpus Domini

 

Chiesa di San Benedetto

E' ubicata nel cuore del centro storico ed e sicuramente una delle più belle chiese di Manfredonia che il tempo abbia conservato. Si presenta con una planimetria semplice, lineare, ma assai armonica, ricavata laddove una volta sorgeva l'antico Palazzo Pretoriano, edificio utilizzato per l'amministrazione della giustizia e rimasto in piedi fino alla meta del '700 con tutte le sue imponenti strutture.In questo edificio, subito dopo la terribile invasione dei turchi (1620), si insediarono le monache celestine della SS. Annunziata avendo perduto, nei pressi del castello, il loro monastero che accoglieva esclusivamente fanciulle sipontine appartenenti alle famiglie più altolocate della città.Con l'insediamento delle monache celestine il Palazzo Pretoriano venne, in varie fasi, trasformato in chiesa con lo svuotamento delle vecchie strutture interne. Si ricavarono, al piano terra, la sacrestia e gli ambienti di servizio e, al piano superiore, i coretti. Il grosso di queste trasformazioni fu operato nel XVIII sec. ed è continuato nel secolo successivo. L'interno della chiesa, così come noi oggi la vediamo, è formato da "una grande unica navata, coperta da una volta semicilindrica lunettata, a cui fa seguito il presbiterio. le pareti laterali della navata sono ornate da più coppie di lesene, che si fronteggiano con i relativi capitelli, di stile composito; queste lesene, decorate con stucchi a rilievo, proseguono nell'intradosso della volta, determinando accentuati costoloni. Installate alla sommità negli spazi laterali, rispondenti alla sommità della volta, sporgono con rispettoso aggetto, finestre balconate, munite di grate flessuose dalla sobria decorazione".Lungo le pareti sono ricavati quattro altari corredati da tre tele ed un crocifisso probabilmente seicentesco. Le tre tele raffigurano S. Benedetto, S. Lucia e l'Assunzione, sono opere settecentesche di autori ignoti di scuola napoletana. Le uniche tele firmate e datate (1767) sono quelle poste sulle pareti laterali del presbiterio: rappresentano l'Annunciazione e la Santa famiglia; l'autore è il pittore napoletano F.S. Serio.L'ingresso principale è, all'interno, graziosamente decorato con esili lesene, capitelli e pulvini. Su di esso si nota un'artistica grata ricurva sagomata con sottili sbarre di ferro. Il presbiterio, coperto da una imponente cupola, accoglie l'altare maggiore, l'ambone e una statua raffigurante S. Anna e la Madonna bambina.

 

Chiesa di San Francesco d'Assisi


Fu edificata nel 1348 dall'arcivescovo Pietro II che introdusse l'Ordine dei Frati Minori Conventuali. Per la sua costruzione furono adoperate le rovine del convento di San Francesco, sito in Siponto e distrutto dal terremoto nel 1223. Nel 1620 l'intero complesso religioso venne incendiato e saccheggiato dai Turchi. Ripristinata nel 1676, la chiesa venne consacrata dall'arcivescovo Orsini (poi Papa Benedetto XIII) e nel 1755 fu nuovamente ricostruita dall'arcivescovo Francesco Rivera. In epoca moderna è stato demolito il muro di recinzione che congiungeva la chiesa al convento. Le facciate sono state restaurate intorno al 1932 e altri interventi sono stati effettuati nel 1950. Il rifacimento esterno della chiesa con i caratteri del romanico non richiamano lo stile gotico dell'interno, dove si conservano un bellissimo crocifisso ligneo del Seicento, una stupenda pittura del XVII sec. (la Natività), opera degli artisti Berardino e Giulio Licinio (zio e nipote), un'epigrafe dell'arcivescovo Orsini e delle interessanti lapidi. Si conserva, inoltre, una tela con la figura del Servo di Dio Francesco Antonio Boccoli, morto nel 1767 e figlio del console sipontino in Ragusa (Jugoslavia). Le sue ossa, che riposano nel monumento eretto in suo onore, furono traslate due volte sotto l'arcivescovo Dentice e l'arcivescovo Gagliardi.

 

Chiesa di Sant'Andrea

 

Chiesa di San Francesco da Paola

 

Chiesa di Santa Maria delle Grazie

 

Chiesa di San Matteo

NATURA

Grotta Scaloria

Scoperta occasionalmente nel 1931, venne indagata più compiutamente nel 1967 evidenziando una cavità più profonda con uno scenario di grande suggestione che fa pensare in particolare ad un utilizzo legato ad un rituale religioso, in onore di una divinità delle acqua. Contenitori di ceramica dipinta sono stati rinvenuti collocati su tronconi di stalagmiti spezzate e con all'interno stalattiti concrezionate per lo stillicidio delle acque ricadenti dalla volta. Il culto, praticato attorno alla metà del IV millennio a.C., prevedeva anche la raccolta delle acque in una vaschetta rettangolare tagliata nella roccia. A questa preziosa testimonianza è legato un senso di magia accresciuto dalla probabilità che nella grotta si consumassero anche pasti rituali. Contestualmente alla frequentazione dell'area bassa della grotta per scopi cultuali, la parte alta risulta utilizzata come necropoli, come attestano i numerosi rinvenimenti di ossa e due sepolture, a fossa semplice con scheletro in posizione contratta e collettiva, con resti di individui di diverse età e sesso, morti probabilmente di malaria.

Il lago Salso

è una zona umida costituita da circa 550 ettari di canneto, dal 1992 parte del Parco Nazionale del Gargano. L'area, estesa originariamente circa 4000 ettari, è stata oggetto di pesanti interventi di bonifica iniziati nell'Ottocento e proseguiti soprattutto a partire dagli anni trenta. Oggi è alimentata dal canale Roncone, alimentato dalle acque del torrente Cervaro. Con l'istituzione del Parco Nazionale, l'attività venatoria è stata vietata e l'area è interessata da opere di rivalutazione naturalistica e agricola. Notevole per quantità e varietà è la presenza di uccelli migratori.

CULTURA

Raccolta Etnografica del Centro Studi Pugliesi

Museo Archeologico Nazionale

CUCINA

Piatti tipici della cucina sipontina sono la farrata (rustico fatto di sfoglia di pasta, riempito di grano macerato, di ricotta e di essenze), un rustico carnevalesco, e la ciambotta, una zuppa di pesce.

EVENTI

- Festa Patronale in onore di San Lorenzo Maiorano, 7 febbraio.

 

- Carnevale Dauno

 

- Premio "Hargos Hippium" (seconda metà di agosto)

 

- Festa Patronale in onore di Maria Santissima di Siponto, dal 28 agosto al 1 settembre.

 

- Premio Internazionale di Cultura "Re Manfredi" (metà settembre)

 

- Premio internazionale di canto lirico, a cura dell'accademia musicale "Re Manfredi"

 

- Premio nazionale di poesia "Città di Manfredonia"

 

- Premio nazionale di cultura "Re Manfredi di Svevia" a cura dell'ANCIS.

- Sagra della Farrata (a Carnevale)

PORTO

Il Porto di Manfredonia centro di interesse economico nazionale, è formato da due moli, di Ponente e di Levante. Il porto industriale è situato a circa 1.8 mg ad Est. È in fase di costruzione il nuovo porto turistico di Manfredonia a ridosso del molo di ponente denominato "Marina del Gargano". Manfredonia ha una delle flotte peschereccie più grandi dell'adriatico ed è l'unico porto sia peschereccio che industriale della Provincia di Foggia.

Aspetti di archeologia del territorio sipontino

1. La grande laguna

Il tratto di costa settentrionale della Puglia compreso a nord dal promontorio garganico e a sud dal corso del Cervaro che chiamiamo Piana di Siponto oggi rappresenta un prezioso campione della ricchezza e complessità dei fenomeni insediativi della provincia di Foggia, offrendo insieme un esempio molto concreto delle varie forme di occupazione che interessarono la laguna a seconda dei mutamenti geologici e climatici inquadrabili nei diversi periodi storici.

La grande laguna che caratterizzava in antico questo territorio è una ragione primaria della sua frequentazione: i villaggi neolitici erano vicini all'acqua presso la foce del Candelaro, di certo impegnati in attività di sfruttamento delle risorse marine, come la raccolta dei molluschi; nell'età del Bronzo l'urbanizzazione del sito di Coppa Nevigata e il ritrovamento di ceramica di tipo miceneo provano l'esistenza di contatti e scambi per mare con le genti egee; più vicine nel tempo anche le immagini sulle stele daunie ci raccontano questo paesaggio lagunare ove si praticavano caccia, pesca e navigazione: questa è la laguna di cui parlano le fonti di epoca romana (Strab. VI,3,9), navigabile attraverso canali che collegavano fra loro i centri più importanti, Salapia, Siponto e Arpi, ma che certo in età tardorepubblicana doveva essere malsana se l'abitato di Salapia venne trasferito in un sito più prossimo alla costa (Monte Salpi) (Vitr., de arch. 1.4.12) e se Cicerone fa riferimento alla sipontina siccitas et Salapinorum pestilentiae fines (Cic., de lege agr. II, 27.71). Ed è al mare ancora che questo territorio lega la sua storia in età romana, quando Siponto era uno dei porti più importanti della Puglia (Strab. VI,3,9), e in tea tardoantica e altomedievale questo sbocco sul mare, l'unico rilevante della Puglia settentrionale, sarà una ragione degli scontri fra i Bizantini e il Ducato di Benevento. La Piana di Siponto fu dunque abitata sin dal Neolitico con villaggi prossimi alla laguna, uno dei quali, quello di Coppa Nevigata, continuo nella successiva età del Bronzo con un impianto urbano; nell'età del Ferro si occuparono le alture emergenti nella laguna e vicine alla costa; con la romanizzazione si fondò con la colonia di Siponto una città in un altro sito, più a nord, e vicina al Gargano; la conclusione di questo articolato fenomeno si può ritenere Manfredonia, quasi la tappa finale, nata in epoca sveva poco lontana dall'abitato precedente, Siponto.

2. Il neolitico

È noto che nel Neolitico il Tavoliere fu interessato da un grosso processo insediativo testimoniato da migliaia di villaggi individuati attraverso l'aereofotografia e, in alcuni casi, verificati con ricognizioni sul terreno o indagati con scavi sistematici. L'area prossima alla foce del Candelaro oggi è certo fra quelle meglio conosciute sotto questo profilo, grazie alle ricerche che da anni vi conduce l'Università di Roma: i villaggi trincerati (fra i quali ricordiamo Monte Aquilone, Masseria Candelaro, Coppa Nevigata, Santa Tecchia, Masseria Valente, Masseria Fontanarosa) erano ai margini delle aree emerse ad una distanza modulare di due chilometri con economia agricola e forse vicini all'acqua per forme di approvvigionamento a scopo irriguo, ma certamente per la raccolta dei molluschi: prova ne sono sin dalla meta degli anni '50 i ritrovamenti di una particolare industria litica con puntine ritoccate utilizzate per l'apertura di gusci di cardium trovati in abbondanza in quel sito.

 Ma il neolitico del territorio sipontino è legato anche alle singolari testimonianze di culto restituite dai rinvenimenti di Grotta Scaloria, presso il centro urbano di Manfredonia. Le esplorazioni compiute nel 1967 nella parte più profonda della cavità, della quale si conosceva dagli anni '30 solo l'ambiente superiore, consentirono di riconoscere un luogo di culto delle acque; una vaschetta rettangolare tagliata nella roccia e dei vasi dipinti a bande rosse, dello stile detto 'Scaloria Bassa', posti su stalagmiti troncate, avevano la funzione di raccogliere le acque di stillicidio dalla volta, e un focolare con ossa animali semicombuste potrebbe provare lo svolgersi di pasti rituali. Se la parte bassa della grotta ebbe solo destinazione cultuale e solo nel Neolitico Superiore, l'ambiente superiore fu frequentato dal Paleolitico e fu finalizzato come necropoli contemporaneamente alla destinazione cultuale della parte bassa: infatti, scavi recenti compiuti nel 1978-1979 nel 'camerone Quagliati', cioè nell'ambiente ove Quagliati aveva rinvenuto vasi dipinti nello stile detto 'Scaloria Alta', hanno portato alla luce una sepoltura plurima di circa venti individui, bambini, donne e anziani, forse morti a causa di una epidemia.

3. L'età del Bronzo

La continuità di occupazione dell'area prossima alla foce del Candelaro in età eneolitica è stata provata da recenti ricognizioni topografiche, ma al momento attuale la maggiore evidenza archeologica e rappresentata per l'età del Bronzo da Coppa Nevigata, centro di estrema importanza la cui conoscenza risale agli inizi di questo secolo. La già ricordata posizione del sito, prossimo alla laguna, favoriva la provata attività di scambio, ma la presenza di un grande muro documenta anche la necessità di difendersi durante l'antica età del Bronzo; lo stesso muro venne poi abbattuto agli inizi del Bronzo Medio, l'abitato livellato e ampliato con un impianto ortogonale analogamente ai centri egei e nello stesso momento sono attestate ceramiche di produzione micenea e di imitazione. Un altro sito era abitato durante l'età del Bronzo, non lontano da quello di Coppa Nevigata, presso Masseria Cupola, ove e stato recentemente indagato un fondo di capanna con materiale ceramico attribuito al Bronzo Antico, Medio e Recente, segno delle complesse forme di occupazione di quest'area e della necessità di procedere ad una lettura dei fenomeni in senso diacronico e sincronico, considerando le loro articolazioni per i periodi successivi. Sola testimonianza, che andrebbe pero ulteriormente verificata, di una continuità di frequentazione di Coppa Nevigata dopo l'età del Bronzo, così come accade nell'area della Cupola, è un vaso in pietra quarzitica con iscrizione che ne ha consentito la datazione agli inizi del VI secolo a. C. e che tra l'altro attesterebbe anche l'esistenza di rapporti con il mondo egizio durante l'età del Ferro.

4. Le Stele Daunie

All'abbandono di Coppa Nevigata fanno seguito nuove forme insediative occupando le alture emergenti prossime alla costa. La documentazione archeologica più rilevante proviene dalla zona presso Masseria Cupola, sì da suggerire di riconoscere in questo insediamento quello preromano di Siponto, anche per la mancanza sino ad oggi di testimonianze dell'età del Ferro nella zona della città romana; in realtà l'occupazione di queste aree dovette essere molto articolata, come peraltro provano ritrovamenti anche in altre zone prossime alla Cupola (Beccarini, Roncone). L'area di masseria Cupola, essendo stata più volte oggetto di scavi sistematici, se ci impedisce di avere una visione più ampia della distribuzione dei siti delle laguna nell'età del Ferro e dei rapporti degli insediamenti fra loro, offre uno spaccato abbastanza chiaro degli aspetti culturali di questi stessi insediamenti, consentendoci di cogliere le affinità e le differenze esistenti fra questo centro lagunare, che chiamiamo convenzionalmente Cupola o Cupola-Beccarini, e gli altri abitati della Daunia preromana. All'età del Bronzo Finale si riferisce l'interessante corredo di una tomba a fossa terragna scavata nel 1971, composto da una fibula ad arco a gomito e occhiello, un bracciale a fascia laminare costolata e un torques, tutti in bronzo. Poco conosciamo dell'organizzazione di quest'area nell'età del Ferro, ma è significativa l'esplorazione effettuata nel 1974 di un fondo di capanna, datato nella seconda meta del VI secolo a. C., a pianta pentagonale, con pali perimetrali e un grande palo centrale preceduta da un portico sghembo, al cui interno, forse a causa di un incendio, fu successivamente ricavata un'altra capanna più piccola a pianta circolare. Più ricca la documentazione relativa alla sfera funeraria: le tombe erano a fossa con lastrone di copertura, in alcuni casi, però, con le pareti contenute da muretti a secco e coperte da cumuli di pietre. Fra queste ricordiamo una sepoltura che conteneva fra gli oggetti di corredo vasi di bronzo e ornamenti in argento e oro che rivela in modo eclatante, per la presenza e il pregio dei materiali di importazione, il grado di acculturazione e il potere economico della società di questo insediamento nel VII secolo a. C., la stessa che esprimeva precisi contenuti attraverso le stele daunie. Ed è proprio a questi eccezionali documenti della protostoria italiana, appunto le stele, che la zona della Cupola lega il suo interesse e la sua notorietà, dal momento che, per la maggior parte, queste provengono da questo sito (l'altra area di grande concentrazione e quella di Salapia, mentre notevolmente più scarsi sono i reperti rinvenuti a Arpi, Ordona, Ascalo, Tiati) e tutte, con qualche rara eccezione, sono frutto di ritrovamenti di superficie essendo venute alla luce durante lavori agricoli o, molto spesso, reimpiegate in edifici rurali. Le stele della piana sipontina, collocate cronologicamente nei secoli VII e VI a. C., rappresentano il maggior documento della civiltà daunia, la più alta espressione della cultura dei centri di questa laguna in epoca preromana e, in un quadro storico-archeologico estremamente lacunoso e muto sotto il profilo letterario, offrono numerose possibilità di procedere ad una lettura dei vari aspetti di queste comunità. A causa della mancanza di ritrovamenti in contesti chiari (i frammenti di stele rinvenuti al di sopra di alcune sepolture nel corso degli scavi 1966-1967 furono riferiti già al momento di 'sconsacrazione' che ne avrebbe causato il riutilizzo) e ancora incerta l'interpretazione di un loro probabile utilizzo come sema tombale, segnacoli infissi sulle sepolture. In tal caso gli schemi iconografici adottati, della veste raffigurata sui due lati della lastra calcarea con notazioni ricche di particolari, si riferirebbero al defunto, uomo con kardiophilax, spada e scudo, donna con collane, fibule, pendagli, cintura. Il campo della. lastra libero all'interno di questi schemi veniva variamente campito con scene di diverso contenuto: di vita quotidiana (molitura del grano, filatura, caccia, pesca) e di combattimenti. Un posto particolare spetta, anche per l'estrema difficoltà di lettura, ai soggetti legati al mondo funerario più facilmente comprensibili quando si risolvono in rappresentazioni di cortei, di esegesi più complessa invece, quando riproducono le immagini che popolavano le credenze religiose e la fantasia di quelle comunità. Come si e già avuto occasione di dire, il fenomeno insediativo di quest'area durante l'età del Ferro si estende oltre la Cupola: scavi compiuti agli inizi del secolo al Roncone, tra Cupola e Masseria Fontanarosa, portarono alla luce due sepolture ad enchytrismoi (oltre a tombe a fossa a ad una tomba romana) documentando l'uso, nel VII secolo a. C., attestato anche a Cupola, di seppellire gli infanti in contenitori ceramici.

5. Siponto romana

A partire dal V secolo la documentazione archeologica relativa a tutta l'area considerata diventa notevolmente scarsa, ma questa affermazione deve essere necessariamente filtrata nel quadro di una ricerca mai intrapresa in modo sistematico. Dalla metà del IV secolo cominciano le prime informazioni letterarie, quale la fonte sull'arrivo di Alessandro il Molosso a Siponto, ma a questo periodo si riferiscono solo pochi corredi di Cupola alquanto poveri se confrontati con le testimonianze coeve di altri siti, nonché alcune tombe rinvenute molti anni fa in circostanze casuali, in località Macchia Libera, alle falde del Gargano, di cui una contenente un cratere a campana a figure rosse. Agli inizi del II secolo a. C. risale la deduzione della colonia romana di Siponto, atto punitivo nei confronti di Arpi, per il comportamento filocartaginese tenuto da questa città dopo la battaglia di Canne: la fonte letteraria oltre a questa importante informazione contiene anche la preziosa notizia dell'estensione del territorio della necropoli arpana alla fine del III secolo a. C. sino alla costa. Alla prima fondazione del 194 a. C., dopo la causale verifica del suo abbandono, fece seguito il ripopolamento della colonia nel 184 a. C. di certo nell'area oggi prossima alla Basilica di Santa Maria Maggiore di Siponto. Come tutte le colonie romane anche Siponto aveva finalità di difesa marittima: le mura, il cui percorso seguiva l'andamento del banco tufaceo prospiciente la laguna, comprendevano all'interno del loro tracciato a pianta trapezoidale una superficie alquanto ridotta. Erano a doppia cortina con emplecton interno, realizzate in opera quadrata con blocchi di tufo disposti a filari alternati di testa e di taglio, ed erano intervallate irregolarmente da torri quadrate. Esse ricevettero molti rifacimenti fra i quali e particolarmente significativo quello testimoniato dal ritrovamento di due blocchi, ora al Museo Nazionale di Manfredonia, con una iscrizione riferibile alla ricostruzione di torri o porte, forse successiva agli episodi bellici che interessano la città nel corso delle guerre civili. È certo comunque che alla fine del II secolo a. C. Siponto aveva un porto importante, dal momento che la fonte di questo passo straboniano (Strab. VI,3,9), Artemidoro di Efeso, ricorda le transazioni di cereali, e che un canale navigabile la collegava alla vicina Salapia (zona Lupara-Giardino). Per quanto riguarda l'organizzazione dell'area urbana, con probabilità, l'asse viario principale della città romana, il decumanus, va riconosciuto nel tracciato della statale 89, mentre l'area forense forse in futuro potrà essere messa in luce presso la Basilica di Santa Maria. Qui, nella zona adiacente la chiesa, scavi compiuti nel 1935 scoprirono i resti del complesso paleocristiano e di strutture più antiche (mura in opera) quadrata, in opera reticolata, un lembo di mosaico con tessere bianche e nere, identificate erroneamente con un tempio di Diana per il ritrovamento avvenuto nel 1876, all'interno di una cisterna in quella stessa area, di un'epigrafe con dediche alla divinità. Poche le emergenze murarie oggi in luce: inglobati nella Masseria Garzia si riconoscono i resti in opera reticolata dell'anfiteatro costruito con la stessa tecnica di imponenti strutture visibili in localita Mascherone; entrambe rientrano certamente in un medesimo intervento edilizio, ma nell'ultimo caso e tuttora incerta l'identificazione del complesso per il quale s'era proposto in passato di riconoscervi un ustrinum, poi una villa e, più di recente, un'area suburbana forse da mettere in relazione con le esigenze difensive della penisola di Mascherone. Testimonianze frammentarie nel territorio provano poi come esso abbia conosciuto in questo momento forme diverse di occupazione: sulla costa, nella baia di Calafico a Macchia, un rilievo raffigurante Eracle in un tempietto, scolpito nella roccia, testimonia l'esistenza di un culto legato all'eroe; così nell'area di Masseria Cupola esisteva un insediamento in età tardorepubblicana documentato da ritrovamenti recenti fra cui si segnala una pregevole statua femminile panneggiata, in marmo; infine, c'era un centro abitato presso Monte Aquilone, a Masseria Fontanarosa, ove durante i lavori per la costruzione del ponte della ferrovia Candelaro, nel 1895, furono portate alla luce strutture murarie pertinenti e sepolcri, mosaici e materiale che allora confluì nelle collezioni del Comune di Manfredonia. Poche le informazioni sia archeologiche sia letterarie su Siponto in età imperiale, fatta eccezione per qualche documento epigrafico come una base con dedica all'imperatore Antonino Pio da mettere in relazione con la ripresa dei centri dauni a seguito della sistemazione delle reti stradali attraverso il territorio a partire dall'età traianea; lo sbocco portuale di Siponto veniva collegato all'Appia Traiana, quindi ad Aecae-Troia, attraverso l'asse viario Arpi-Lucera.

6. Siponto tardoantica e altomedievale

Alle informazioni letterarie sull'età tardoantica e altomedievale non corrisponde purtroppo un'adeguata e chiara documentazione archeologica e i significativi complessi ipogei, come quello monumentale di Capparelli, e i resti della basilica paleocristiana possono solo fornirci un'idea vaga della città in questo momento. Porto importante collegato a Salona e sede vescovile dalla metà del V secolo a. C., Siponto conobbe proprio fra i secoli IV e V d.C. il momento di maggiore splendore. A quel periodo risale il primo impianto della basilica paleocristiana ad una navata; forse alla metà del V secolo, con il vescovo Felice, furono aggiunte le navate laterali, la facciata fu abbattuta e prolungata e fu creato un atrio porticato. Ma e al vescovo Lorenzo che si attribuiscono edifici di culto, quale la basilica dedicata ai martiri Stefano e Agata, e a lui ancora, nelle due redazioni della sua vita, risalirebbe la costruzione della chiesa di san Giovanni con decorazioni musive riproducenti le chiese di Siponto e del Gargano realizzate da maestranze di Costantinopoli inviate dall'imperatore Zenone. Da questo momento i dati archeologici diventano sempre più scarsi: teatro di scontri fra Bizantini e Longobardi fino al suo passaggio a questi ultimi, cui fece seguito la distruzione della città da parte di Costante II, la storia di questo centro sarà sempre più legata al suo rapporto con Benevento e con il Santuario di San Michele a Monte S. Angelo: a sintetizzare questi secoli ricchi di avvenimenti storici e di fenomeni artistici rimane oggi, come simbolo e sigillo insieme, la Basilica di Santa Maria.

La cripta sipontina

La cripta, nella quale si conservava con altre reliquie dell'antica Siponto un'altra immagine, detta la Sipontina (la "Madonna dagli occhi sbarrati"), e d'epoca molto anteriore alla chiesa superiore, con evidenti segni del periodo precedente: quello bizantino.

La Madonna, a grandezza quasi naturale, appare seduta su un trono, in perfetta posizione frontale, col Bambino sulle ginocchia, bruna com'esso nel viso. Gesù benedice con la destra, mentre stringe con la sinistra il rotolo. Sullo stesso asse risultano anche i due nimbi. Per questi ed altri particolari stilistici, questa statua di legno, raro esempio nella zona di antica scultura lignea a tutto tondo, può essere assegnata alla fine dell'XI sec. Essa può ora ammirarsi nella chiesa cattedrale di Manfredonia.

Notevole la disposizione delle venti colonne marmoree, disposte in quattro ordini e fornite di capitelli di forme diverse, su cui poggiano gli archi a tutto sesto delle venticinque volte a crociera, che nel loro punto massimo dal pavimento non raggiungono i cinque metri. Quando vi siano sorti i quattro piloni circolari, in pietra, che corrispondono a quelli quadrangolari della chiesa superiore, non può precisarsi.

Ai lati delle pareti pendevano doni votivi.

Un sarcofago vuoto, rinvenuto nel sec. XVIII nella zona degli scavi, è accanto ai gradini della scala d'ingresso; in esso sarebbe stato sepolto il duce delle armi sipontine, Tulliano. V'è anche un'ara pagana, forse quella del tempio di Diana, già ricordata.

Culto neolitico delle acque e scavi nella grotta Scaloria

 La grotta si apre a circa 45 m. s.l.m. nella immediata periferia Nord di Manfredonia, in contrada Scaloria, nei pressi dell'attuale Palazzetto dello Sport.

Scoperta nel 1932 in occasione della costruzione dell'acquedotto Manfredonia - M. S. Angelo, vi si accedeva attraverso un orifizio che i lavori di scavo per la posa delle tubazioni avevano casualmente aperto ai margini di un camerone, poco distante dal punto dove in seguito è stato localizzato l'ingresso originario ostruitosi nel Tardo Neolitico. Tale ingresso è rimasto completamente impercorribile fino al 1979, quando è stato in parte riattivato per facilitare le operazioni di scavo che l'Istituto di Archeologia dell'Università di Genova ha condotto assieme a quelli dell'Università di California di Los Angeles e del Mississipi del Sud.

I risultati di questi scavi, che hanno permesso interessanti osservazioni sul deposito terroso esistente nei pressi dell'ingresso e il recupero di ingente materiale ceramico appartenente a varie fasi del Neolitico del Tavoliere foggiano, verranno ampiamente illustrati in altra sede da M. Gimbutas e da S. Winn che hanno direttamente curato i lavori.

Qui si intende riferire e documentare in maniera completa e definitiva i risultati raggiunti nel 1967 con l'esplorazione della parte più profonda della grotta, dove si è ritenuto di aver localizzato i resti di un cerimoniale religioso collegato ad un "culto delle acque" ivi praticato attorno alla metà del IV millennio a.C.

Di tale scoperta sono state già date più o meno dettagliate relazioni , ma solo ora, dopo gli scavi effettuati nel 1979 nella parte alta della grotta, si è in grado di presentarla nella sua interezza e in rapporto al suo originario contesto, costituito dai resti di un'intensa e prolungata frequentazione dell'avangrotta, la cui natura non sempre può essere ritenuta di carattere rituale.

Riassumeremo pertanto i dati salienti di questi scavi dopo che avremo presentato e tentato di interpretare i dati raccolti nel corso dell'esplorazione del 1967.

L'esplorazione dell'area del culto

Nel settembre 1967, l'Ufficio di Foggia della Soprintendenza Archeologica della Puglia venne informato che alcuni giovani speleologi di Manfredonia avevano scoperto uno stretto passaggio che immetteva in una nuova galleria della grotta Scaloria e che, durante il corso delle loro frequenti esplorazioni, avevano notato e in parte manomesso numerosi vasi preistorici, alcuni dei quali perfettamente integri.

Dopo una prima sommaria esplorazione, che permise di constatare la natura eccezionale del rinvenimento, venne organizzata una sistematica esplorazione, preceduta da un attento rilevamento di tutta la cavità, che poté essere eseguito grazie alla collaborazione del Gruppo Grotte E. Boegan della Società Alpina delle Giulie di Trieste.

La grotta Scaloria risulta composta da un ampio camerone (m. 80 x m. 100 circa) a cui originariamente si accedeva da un ingresso, che doveva essersi formato dopo il crollo di una porzione della sua volta. La formazione della grotta è del tipo cosiddetto d'interstrato, cioè dovuto al vuoto che deve essersi generato tra due strati di calcare che si sono separati a seguito di un movimento tettonico o per l'erosione dei materiali di interstrato. Tale vuoto, che declina da Nord verso Sud seguendo l'inclinazione degli strati calcarei, è molto esteso in senso orizzontale, ma varia da pochi cm. (e quindi è inagibile) a non oltre i 2 m. di altezza che raggiunge solo in pochi punti. In genere non supera il metro ed è pertanto percorribile con grandi difficoltà rese ancora più acute dalla formazione di concrezioni che ornano la volta e il pavimento.

Dal camerone iniziale si può raggiungere l'area bassa della grotta, sede della frequentazione cultuale, attraverso un percorso obbligato, impropriamente denominato galleria, ma in pratica una fessura per lunghi tratti ampia solo quanto basta per far passare un uomo, che però data la ridottissima altezza è costretto a procedere carponi.

Solo nel primo camerone, denominato "camerone Quagliati" perché sede degli scavi di questi nel 1932 (Quagliati, 1936), si nota un deposito terroso che segue l'andamento inclinato del pavimento e che, non superando il metro di altezza, termina a circa una trentina di metri dall'ingresso, dove si riduce a pochi centimetri di spessore.

Sul lato Sud-Ovest del camerone Quagliati è stata recentemente scoperta (1973) la possibilità di un passaggio, attraverso una fessura, che conduce nella parte più profonda della vicina Occhiopinto. Questa fu anch'essa, durante il Neolitico, sede di frequentazione, forse a carattere rituale, ma i suoi resti sono stati completamente manomessi prima che vi si potesse condurre qualsiasi studio. Rimane assolutamente improbabile che i neolitici abbiano conosciuto il percorso per transitare da una grotta all'altra, nè si vede l'assoluta necessità di ammetterlo, ora che sappiamo con certezza che la Grotta Scaloria presentava all'epoca un suo ingresso indipendente altrettanto comodo quanto bello, mai interratosi, della vicina Occhiopinto.

Le prime osservazioni sui reperti archeologici nella parte più profonda della Scaloria si avvalsero della collaborazione degli speleologici triestini e dei giovani scopritori. Con l'aiuto di questi ultimi, si cercò in un primo momento di ricostituire quei raggruppamenti di vasi da loro manomessi, ma presto ci si accorse che la gran parte dei reperti restava ancora in situ, concrezionata sul fondo roccioso o inglobata nella formazione stalagmitica. Pertanto tutte le osservazioni vennero concentrate solo su questi ultimi, al fine di giungere ad una interpretazione del complesso archeologico.

Risultò subito chiaro che i raggruppamenti di vasi erano distribuiti in varie parti dell'impervia galleria.

In seguito però si osservò la loro massima concentrazione nella parte finale di essa, specialmente in un'area pianeggiante al centro della quale si apriva, intagliata nel fondo roccioso, una vaschetta rettangolare (m.0,90 x 0,50 x 0,15) che continuava a raccogliere le acque di stillicidio della volta soprastante.

La presenza di un ampio focolare nei pressi di questa vaschetta, con evidenti resti di pasto costituiti da ossa di animali semicombusti, stava a confermare che questa zona della grotta era stata il principale punto di sosta dei frequentatori neolitici senza però ancora lasciare sospettare la vera ragione di tale frequentazione. In seguito ad una più attenta osservazione dei raggruppamenti di vasi, si notò che quasi sistematicamente essi apparivano disposti attorno ad una stalagmite spezzata in antico, la cui parte alta era adagiata sul fondo della grotta (fig. 4,1,3) e il cui troncone di base conservava ancora tracce di un vaso originariamente posto su di esso.

Tale constatazione ci porta ad ipotizzare un cerimoniale connesso con un particolare culto dedicato alle acque di stillicidio.

I rimanenti vasi che componevano il gruppo votivo sono stati da noi ritrovati spesso in frantumi, sparsi attorno al troncone stalagmitico, in un raggio di un paio di metri. Nei casi, piuttosto frequenti, in cui tali frammenti erano stati cementati sul fondo roccioso dalla concrezione stalagmitica, questi lasciavano ancora intravvedere le forme e posizioni originarie dei vasi a cui essi si riferivano.

Pertanto, nonostante una evidente dispersione di alcuni frammenti di vasi, subita forse già in antico, a cui si era raggiunta quella operata dai primi scopritori, non sembra esservi dubbio che, originariamente, attorno al vaso posto sul troncone stalagmitico se ne allineassero altri tre o quattro posti direttamente sul fondo roccioso.

Se la funzione del primo vaso è apparsa fin troppo evidente, posto come era (e come è stato da noi spesso trovato) in posizione atta ad accogliere lo stillicidio della corrispondente stalattite, non del tutto certa è apparsa quella dei rimanenti vasi che costituivano i singoli raggruppamenti.

E' infatti difficile poter stabilire quale fosse la loro reale funzione al di là del fatto che fanno da contorno al vaso posto direttamente sul troncone stalagmitico. Erano anch'essi destinati ad accogliere le acque di stillicidio della volta?

Oppure contenevano delle offerte dedicate ai singoli complessi votivi localizzati in quei soli punti dove l'intenso stillicidio in epoca precedente al neolitico aveva permesso la formazione di grosse stalagmiti?

Appare ovvio che propendere per una di queste due possibilità significa dare significati alquanto diversi alle motivazioni del culto stesso.

Nel primo caso infatti potrebbe conseguire un significato utilitaristico di tale culto, cioè una semplice operazione intesa a raccogliere l'acqua di stillicidio che poteva essere utilizzata magari a scopi salutari e/o terapeutici.

Nel secondo caso, invece, dovremmo ipotizzare un significato invocatorio, una richiesta di mediazione alla divinità, ritenuta capace di far sgorgare l'acqua dalla roccia.

Almeno tre osservazioni, che sarà opportuno descrivere attentamente, potrebbero far propendere per quest'ultima interpretazione:

- appare molto probabile che all'epoca in cui venne praticato il culto osservato, lo stillicidio della grotta fosse meno intenso ed esteso di quanto lo sia stato in seguito; forse era concentrato solo in alcuni punti della grotta, particolarmente in quelli dove sono stati ritrovati i complessi cultuali. Solo in queste aree infatti si erano formate delle grosse e alte stalagmiti con un diametro alla base di circa 20 cm. e un'altezza superiore al metro. Gli esempi più chiari, in tale senso,  mostrano adagiate sul fondo le stalagmiti che vennero rotte dai neolitici, i vasi posti accanto al troncone residuo e la crescita della nuova stalagmite. Vasi posti attorno difficilmente avrebbero potuto raccogliere acque di stillicidio, in quanto nell'area tale stillicidio non c'è mai stato, come in qualche caso dimostra l'assenza di concrezione sul fondo, mentre in altri casi sembra si sia instaurato in epoca successiva al Neolitico. Tutti i vasi impiegati per il rituale descritto appartengono alla classe più nobile della ceramica prodotta nell'epoca, sono cioè della classe figulina decorata con motivi a bande rosse semplici o contornate da motivi in nero ottenuti con la tecnica a negativo. Anche i pochi esemplari attualmente acromi potevano originariamente possedere una decorazione a bande rosse, completamente evanida a causa delle forti incrostazioni calcaree che la ricoprivano. Solo in un caso, un orcioleto ritrovato per altro isolato, lungo la galleria e lontano dai complessi votivi, siamo in presenza di ceramica d'impasto bruno levigato. Il costante uso delle ceramiche più fini farebbe escludere un impiego semplicemente funzionale dei recipienti cioè quello di raccogliere acque sia pure considerate salutari o purificatrici;

- l'assoluta unitarietà stilistica dei materiali ceramici impiegati nel culto, la presenza di un solo focolare nei pressi della vaschetta e il numero limitato delle ossa semicombuste in esso contenute (siano esse riferibili o non a resti di pasto sacro), farebbero escludere che la frequentazione di questa parte della grotta sia stata prolungata nel tempo. Tutto infatti farebbe pensare che essa non fu ripetuta per molte volte e per molto tempo qualunque sia stata la motivazione che indusse i frequentatori della parte alta della grotta a spingersi, non senza aver superato delle difficoltà, fino nella parte più profonda di essa per celebrarvi un simile culto.

Forse gli effetti invocati non furono esauditi, e la popolazione interessata fu costretta ad abbandonare completamente la grotta? E' certo infatti che un simile culto non venne mai più ripreso da parte di chi ricominciò a frequentare la parte alta della grotta, sia pure al solo scopo sepolcrale.

Non si tratta quindi di un luogo consacrato nel tempo, come ci si aspetterebbe per uno dedicato al culto delle acque salutari, se esso fu ignorato sia dai precedenti frequentatori della parte alta della grotta sia da quelli che vi ritornarono in seguito; ma piuttosto di un culto eccezionale collegato a fatti eccezionali che è difficile, come diremo in seguito, non collegare alle eccezionali condizioni che si vennero a creare nel Tavoliere e che ne determinarono l'abbandono proprio nell'epoca (3530 + - a.C.) in cui questo culto è stato datato dai carboni raccolti nel focolare posto vicino alla vaschetta rettangolare.

Essendo il programma esplorativo del 1967 concentrato sul rilevamento della grotta, sul posizionamento dei gruppi votivi e sulla relativa documentazione fotografica, ogni più accurato studio e raccolta di dati, intesi a chiarire ulteriormente il significato del rituale, vennero rinviati ad altro momento.

Molta attenzione venne invece dirette ad accertare il possibile rapporto tra i raggruppamenti rituali e l'esistenza, nella parte terminale della grotta, di alcuni laghetti. Venne così constatato che la più vicina presenza neolitica a tali laghetti era costituita da uno scheletro umano posto, in posizione seduta con le gambe stese, in un anfratto a circa m.15 dal principale di essi. Una delle gambe presentava una frattura di tipo traumatico del collo del femore che fece subito pensare ad un incidente, divenuto mortale per uno dei celebratori del rito, date le difficoltà di risalita.

La successiva segnalazione (1978) del rinvenimento di un cranio e di altre ossa umane in un anfratto, in prossimità dell'area della vaschetta rettangolare, non contrasta con l'ipotesi dell'eventuale incidente anche se non necessariamente deve essere estesa anche a quest'ultimo ritrovamento.

L'assenza di rinvenimenti di natura archeologica nei pressi dei laghetti, constatata anche per il loro fondale mediante una attenta osservazione durante le ripetute immersioni di un sommozzatore, difficilmente potrebbe voler dire che tali laghetti non rivestivano alcuna importanza nella celebrazione del culto. Piuttosto potrebbe essere dovuta ad una volontaria astensione dell'avvicinarsi a quei luoghi a cui forse veniva attribuita la maggiore sacralità, se addirittura non vi si vedeva l'espressione concreta della stessa divinità invocata.

Comunque occorre tener presente che di tali laghetti solo uno, quello situato nella parte terminale della grotta, con la sua profondità di circa 3 m., era quasi certamente presente, mentre tutti gli altri si possono essere formati in seguito all'innalzamento del livello marino degli ultimi 5500 anni.

Ipotizzando la presenza di un solo laghetto, sia pure di forma diversa da quella attuale, e attribuendo ad esso la sacralità di cui si diceva prima, si potrebbe perfino vedere nella vaschetta rettangolare una artificiale riproduzione di esso (e quindi l'immagine della divinità) attorno a cui consumare cerimoniali collettivi.

La presenza di tali resti scheletrici e di qualche altro, ancora non visto, non dovrebbe modificare il quadro generale del culto descritto per questa parte della grotta.

Qualcosa del genere è stato constatato in altro luogo di culto, e cioè nel fondo della grotta S. Calogero di Sciacca dove sono state localizzate almeno tre inumazioni, non in diretto rapporto con i raggruppamenti di vasi contenenti offerte votive.

Il significato di questo ristretto numero di inumazioni in luoghi certamente consacrati a culti non funerari, riservate a personaggi che potremmo anche immaginare di rango speciale nella società o direttamente implicati nel culto stesso (sacerdoti?), non può che rimanere misterioso. E' forte comunque la suggestione di poterle accostare ai seppellimenti riservati nelle Chiese cristiane a personaggi illustri.

Ceramiche ritrovate nella parte bassa di Grotta Scaloria

Il complesso di 31 vasi qui presentato, costituisce tutto quanto è stato possibile ricostruire dal materiale recuperato nel corso dell'esplorazione 1967, limitatamente agli esemplari che erano stati precedentemente rimossi dai primi scopritori o che si trovavano in condizione di essere facilmente asportati senza compromettere la unitarietà dei gruppi votivi. Tali gruppi erano stati contrassegnati sul rilievo e s'intendeva o ricomporli direttamente in situ riportandovi gli originali prelevati, o ricostruiti in museo dopo il completamento del recupero.

Purtroppo, come si è accennato, gli eventi successivi alla nostra esplorazione hanno reso impossibili entrambe le soluzioni.

Pertanto, poichè una parte dei vasi era già stata prelevata dagli scopritori senza precise notazioni dei gruppi di appartenenza e i rimanenti non possono più essere visti nel loro originario contesto votivo che è stato irreparabilmente distrutto, si è qui ritenuto di presentare il materiale raggruppandolo per forme.

Tale criterio è stato preferito a quello della tecnica decorativa anche perchè si era già potuto constatare, durante l'esplorazione, che allo stesso gruppo votivo appartenevano sia vasi decorati a bande rosse semplici sia a bande marginate con motivi in nero ottenuti a negativo.

Quest'ultima tecnica è stata già indicata (TINE', 1972) come "tecnica a cancellatura" ma dopo la scoperta del villaggio di Catignano in Abruzzo, dove la stessa è ampiamente rappresentata, il Tozzi  l'ha meglio individuata come tecnica a negativo, ipotesi confermata anche sperimentalmente (NOVELLI, 1980). Si tratta di una decorazione preparata con grasso animale nei punti dove non si vuole che il colore nero aderisca alla parete del vaso. Successivamente tutta la zona da decorare viene coperta da colore nero che in fase di cottura scompare, per combustione del sottostante strato di grasso, nei punti in cui questo era stato distribuito. L'effetto decorativo finale sarà quello presentato dalle aree che prima erano state risparmiate dallo strato di grasso, quindi decorazione a "risparmio" o a "negativo".

Che tale tecnica venisse impiegata contemporaneamente a quella tradizionale a sole bande rosse, così come indicavano i rinvenimenti della Scaloria, è stato confermato da analoghe associazioni sia nel villaggio di Catignano che in quello di Passo di Corvo. Pertanto tale associazione deve essere tenuta presente nella definizione di "Stile Scaloria Bassa", anche per permettere una più chiara distinzione cronologica di tale stile rispetto a quelli precedenti nel Tavoliere, caratterizzati prima da bande rosse e bianche e poi da sole bande rosse, la cui sintassi decorativa è per altro diversa.

E' ovvio che la cultura sottintesa da tale stile, che potremmo meglio chiamare "Scaloria Bassa - Catignano" anche per sottolineare alcune varianti locali nell'area in cui esso è finore individuato, è in questa sede solo parzialmente ricostruibile trattandosi di un complesso votivo, per il quale volutamente erano stati scelti solo vasi appartenenti a una sola classe ceramica.

E' probabile che nella parte alta della grotta una tale ricostruzione della cultura possa essere ancora possibile anche se finora si è avuta l'impressione che i molti sconvolgimenti, operati dal Quagliati in poi in un deposito tra l'altro di limitato spessore e già compromesso dallo scavo delle tombe neolitiche, abbiano alquanto ridotte queste possibilità.

GLI SCAVI NEL CAMERONE QUAGLIATI

Riferiamo ora, sia pure brevemente e al solo fine di chiarire le motivazioni del culto installatosi nella parte bassa della grotta, i risultati degli scavi eseguiti nella parte alta di essa.

Nell'estate 1978 un'attenta prospezione magnetometrica, eseguita dalla Fondazione Lerici, valse a localizzare un'ampia anomalia che veniva a corrispondere all'area dove era stato ipotizzato, in base al rilevamente interno, l'originario ingresso della grotta completamente interrato. Si procedette ad aprire di un ampio saggio, prima con escavatore meccanico e in seguito con scavo a mano. Quest'ultimo mise in luce un deposito di riempimento ricco di reperti archeologici, ma del tutto privo di coerenza stratigrafica. Frammenti dei vari stili ceramici, che in seguito sarebbero stati trovati anche nel deposito del camerone Quagliati, si presentavano qui misti in tutti i livelli, in un deposito per molti aspetti simile a quello che viene ritrovato entro i fossati di recinzione e a "C" dei villaggi neolitici del Tavoliere.

Si è avuta infatti la netta impressione che nell'originario ingresso della grotta (una specie di pseudo dolina carsica, simile a quella della vicina grotta Occhiopinto) sul finire del Neolitico, sia precipitato, fino a colmarlo, del terreno dilavato da una vicina area abitata.

Ciò permetterebbe di avanzare l'ipotesi dell'esistenza di un villaggio all'aperto, non lontano dall'ingresso della grotta, da cui potrebbe provenire simile interro. Tale ipotesi non è stata però finora confermata dai saggi eseguiti in prossimità di questo ingresso che hanno restituito solo qualche scheggia di selce ma non un solo frammento ceramico. D'altra parte, nel corso della campagna 1979, non fu possibile eseguire altri saggi (non avendo ottenuto il permesso del proprietario del terreno) in un'area maggiormente indiziata, posta circa ad 80 m. ad Est dall'ingresso.

Qui il rilevamento magnetometrico segnalava, in corrispondenza di tracce apprezzabili sulla foto aerea, un'altra significativa anomalia, che potrebbe anche essere riferita a strutture (fossati?) di un villaggio neolitico.

Riaperto l'ingresso, i lavori vennero concentrati all'interno della grotta eseguendo alcuni saggi nella stessa area dove il Quagliati aveva raccolto nel 1932 numeroso materiale ceramico e litico, ora conservato, pressocchè inedito, al Museo di Taranto (

Nonostante gli evidenti ed ampi sconvolgimenti dello strato archeologico, operati da scavi clandestini successivi all'esplorazione Quagliati, i saggi hanno permesso di raccogliere sufficienti elementi per considerare l'area come necropoli propria del momento finale della frequentazione della grotta, prima che un'ampia frana ne ostruisse l'ingresso, sigillando così il tutto, fino alla accidentale riapertura del 1932.

Nessuno dei saggi aperti però è stato in grado di restituire da solo una completa e attendibile seriazione stratigrafica. Ma i dati restituiti da questi saggi, considerati nel loro complesso, e tenendo conto della tipologia e distribuzione quantitativa dei tipi ceramici, permettono di tracciare le successive fasi della vita nella grotta, fasi che possono essere coerentemente riferite alla sequenza delle culture preistoriche ricostruita con gli scavi dei villaggi neolitici del retrostante Tavoliere:

- uno strato, di cui non è stata ancora raggiunta la base, ha restituito resti del Paleolitico finale;

- uno dei saggi aperto in prossimità dell'ingresso ha presentato una concentrazione di ceramica impressa che attesta una apprezzabile frequentazione nell'ambito del Neolitico antico ;

- un altro saggio ha presentato quasi integro uno strato contenente ceramiche figuline dipinte nella tipica decorazione denominata dello stile della Scaloria Bassa (TINE', 1972; 1975) (fase IV b del Neolitico del Tavoliere. E' durante questa fase che si deve inserire la celebrazione del culto nella parte bassa della grotta;

- nello strato superficiale, il più sconvolto, quasi tutti i saggi hanno restituito ceramiche decorate nello stile tipico della Scaloria (RELLINI, 1934) che per distinguerlo dal precedente è stato proposto di ridenominare stile della "Scaloria Alta" (TINE', 1972; 1975). Associati a queste ceramiche o comunque, date le condizioni di sconvolgimento di questo strato, non distinguibili da esse, sono apparsi anche alcuni esemplari di vasi decorati in uno stile molto vicino a quello noto nel villaggio di Ripoli (CREMONESI, 1965) e ad alcuni esemplari ritrovati nella grotta di S. Angelo III a Cassano Jonio (TINE', 1964);

- sia pure in quantità minima e pertanto in nessun caso formanti strati apprezzabili, sono stati raccolti sporadicamente anche esemplari di vasi dello stile di Masseria La Quercia , decorati a bande bianche  fase 4 a1) e alcune anse a rocchetto dello stile di Masseria Bellavista - Diana .

Da quanto detto, almeno per il momento, si può concludere che la Grotta Scaloria venne frequentata, oltre che durante le ultime fasi del Paleolitico, nel corso di tutte le fasi del Neolitico del Tavoliere sia pure non sempre con la stessa intensità e assiduità. Piuttosto sporadici sono infatti i resti riferibili alle fasi antiche  e media , mentre diventano imponenti quelli della fase 4 b, corrispondente sia al momento di abbandono dei villaggi del Tavoliere sia alla celebrazione del culto nel fondo della grotta stessa.

Che possa esserci una connessione diretta tra questi due ultimi avvenimenti, non sembra si possa disconoscere nè sottovalutare. E' infatti significativo, a questo proposito, che durante il successivo impiego della grotta come necropoli per gente che probabilmente abitava nella stessa grotta o in qualche villaggio in prossimità di essa, corrisponda un periodo di pressochè totale mancanza di vita nell'area del Tavoliere. Nessun frammento del caratteristico stile della Scaloria Alta è stato infatti segnalato finora nelle parecchie centinaia di campionature raccolte in superficie nei villaggi del Tavoliere o tra i materiali dei villaggi già scavati, mentre solo sporadicamente tracce di tale epoca appaiono in aree ai margini del Tavoliere stesso, nei territori al di là dei due fiumi Ofanto e Fortore, che ne delimitano i naturali confini, e nelle isole Tremiti.

Simili fatti permettono di attribuire un particolare significato al cerimoniale svolto nella parte prodonda della grotta che, data anche la omogeneità dei reperti ceramici, può essere riferito ad un solo periodo del Neolitico, se non proprio ad un momento particolare di tale periodo. La datazione (3530 + - a.C.) ottenuta dai carboni raccolti nei pressi di quella che possiamo definire la struttura principale del culto (la vaschetta rettangolare), può essere considerata indicativa di tale particolare momento, che possiamo ritenere anche coincidere con la fine del periodo 4b.

L'abbandono della grotta dopo la celebrazione di tale culto, se non proprio l'estinzione della popolazione che l'effettuò, potrebbe essere attestato anche dal rinvenimento di una singolare tomba contenente i resti di oltre venti inumati per lo più bambini, donne e adulti anziani. Tale tomba mostra le caratteristiche di una fossa comune eseguita per accogliere le vittime di una epidemia, che può essersi rivelata particolarmente ferale nei riguardi dei soggetti più deboli di una comunità affetta da malaria cronica, attestata da tracce inequivocabili presenti in molti degli inumati.

Anche la assenza di corredo, a parte due pendagli alle orecchie di un adulto anziano, fa propendere, in accordo con il rito funebre osservato a Passo di Corvo per una datazione di questa fossa ancora nella fase 4b, mentre il fatto che essa sia stata interamente incassata nel deposito di tale fase, induce a datarla attorno alla fine del periodo stesso.

Pertanto in base a tutte le suddette considerazioni è verosimile che ci sia stata una stretta connessione tra il culto praticato sul fondo della grotta e gli eventi che portarono le ultime popolazioni della fase 4b, stanziate all'ingresso della Scaloria, ad abbandonare il sito per raggiungere altri più idonei e salutari fuori dal Tavoliere.

Quale ruolo abbia giocato in questa decisione l'acuirsi del clima malarico, specialmente nell'area costiera del Tavoliere, è possibile immaginarlo dal modo in cui, contrariamente ad ogni rituale funebre neolitico, venne sepolta una buona parte di quella comunità.

Coppa Nevigata - Testimonianze archeologiche dal VII al II millennio avanti Cristo

 Il sito archeologico di Coppa Nevigata, posto pochi chilometri ad Ovest di Manfredonia, all'altezza dell'antica foce del Candelaro, presenta una imponente stratificazione, che indica un insediamento prolungato, attraverso i millenni. Il momento di frequentazione più antico, già evidenziato dal Mosso e poi dagli scavi del Puglisi, e riferibile ad una fase iniziale del neolitico: un aspetto economico caratterizzato da estrema specializzazione, con raccolta intensiva di molluschi, quindi ancora con un'impronta "mesolitica".

Gli scavi a Coppa Nevigata di questi ultimi anni hanno posto il sito in una prospettiva più ampia, rivelando l'esistenza dell'agricoltura (testimoniata da semi di grano e orzo) e portato in luce strutture (fossato di recinzione) che inseriscono il sito nella fitta trama di villaggi trincerati che coprono il Tavoliere durante tutto il neolitico.

Un'indagine territoriale ha preso in considerazione una serie di questi villaggi, posti in vicinanza della foce del Candelaro, traendo una serie di dati non solo archeologici, ma anche naturalistici, finalizzati alla ricostruzione dell'ambiente. Una serie di datazioni pone questi abitati fra il VII e il V millennio a. C.. Un momento più tardo, per ora appena indiziato (sub-neolitico), è emerso dagli ultimi scavi a Coppa Nevigata, costituendo un aggancio con l'insediamento dell'età dei metalli. Coppa Nevigata presenta una sequenza pressoché completa dell'età del Bronzo (II millennio). Per l'insediamento più antico, nell'ambito di questo periodo (fase protoappenninica, prima meta del II millennio) si hanno tracce di una capanna a margini curvilinei, che in epoca immediatamente successiva lasciò posto ad un grande muro, largo m. 5,5, messo in luce per un tratto di una trentina di metri, nel quale si aveva un accesso realizzato con blocchi megalitici. Nelle vicinanze di questo ingresso sorgeva forse anche una sorta di torrione.

Nella fase seguente (Appenninico, XV-XIV sec.) l'insediamento appare spostarsi più verso Est, occupando il piccolo promontorio affacciato sulla laguna, difeso verso la terraferma da un nuovo muro. Si hanno anche resti di una area sepolcrale posta nelle immediate adiacenze dell'area scavata.

Con il Subappenninico (XIII-XII sec.) l'abitato assume un impianto piuttosto regolare, con strutture quadrangolari disposte lungo strette stradine rettilinee. E' questo il momento di maggiore attestazione di attività di scambio con il mondo egeo, indiziato specialmente dalla presenza di frammenti di tipo miceneo.

La vita nel sito prosegue fino agli inizi dell'eta del Ferro (primi secoli del I millennio a. C.), periodo per il quale si hanno rilevanti tracce di metallurgia, mentre il sito appare abbandonato in età storica.