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Stato:

Italia

Regione:

Puglia

Provincia:

Foggia

Coordinate

41°42'50"76 N 15°38'26"52 E

Altitudine:

550 mt centro, 660 mt periferia, 680 mt frazione Borgo Celano m s.l.m.

Superficie:

232,82 km²

Abitanti:

14.544

 

Densità:

63 ab./km²

Frazioni:

Borgo Celano, Amendola

Comuni contigui:

Apricena, Cagnano Varano, Foggia, Rignano Garganico, San Giovanni Rotondo, San Nicandro Garganico

CAP:

71014

Pref. telefonico:

0882

Nome abitanti:

Sammarchesi (santemarchìse)

Santo patrono:

San Marco Evangelista, San Matteo Evangelista, Madonna Addolorata

Giorno festivo:

25 aprile, 21 settembre

San Marco in Lamis è un comune italiano di 14.544 abitanti della provincia di Foggia in Puglia. Il nome onora Sanctum Marcum, mentre la specifica deriva dal latino lama, ossia palude

TERRITORIO

Fa parte del Parco Nazionale del Gargano e della Comunità Montana del Gargano. Confina con Apricena, Cagnano Varano, Foggia, Monte Sant'Angelo, Rignano Garganico, San Giovanni Rotondo, San Nicandro Garganico. Il suo clima è molto rigido, d’inverno si vedono nevicate e si raggiungono i 0° C, le fresche estati raggiungono i 18° C.

STORIA

La storia della città si intreccia con quella del convento di San Matteo Evangelista, il cui edificio a prima vista può essere scambiato per un'antica fortezza, ma in realtà è un monastero di frati cappuccini risalente al IX-X secolo. Nel Medioevo garantiva protezione agli abitanti del luogo, per la sua posizione inespugnabile, arroccata su un colle.
Il centro storico è denominato Padula, ovvero palude (in lamis in latino equivale proprio a "nelle paludi"), a testimonianza del fatto che un tempo la zona fosse paludosa, prima di una sua definitiva bonifica. E' di tipo medievale, con case basse a schiera prevalentemente bianche, con strade strette e vicoli ciechi.
Come tutti i Comuni d’Italia, anche San Marco In Lamis annovera tra i caduti per la difesa della Patria durante le guerre mondiali (1915-18; 1940-45) circa 350 suoi concittadini, oltre che tanti ex IMI (Internati Militari Italiani), grandi mutilati e invalidi di guerra, partigiani e tantissimi patrioti volontari per la libertà che si sono rifiutati di servire la Repubblica Sociale di Salò per contribuire, con la lotta, alla liberazione dell'Italia dal Nazifascismo.

GONFALONE

Scudo azzurro con leone rampante, con tra le zampe, il libro del Vangelo, nelle cui pagine si leggono queste parole: "Pax tibi Marce Evangelista meus". Il leone poggia i piedi sulla cima di due monti. Lo scudo, di forma rettangolare, è contornato da una cornice arabescata, presentante alla sommità due fiorellini. Tutto lo scudo, infine, è sormontato da una corona. I bordi dei lati più lunghi sono di color cinabro. Il fondo, semiovale, è di color rosa e presenta, nella parte inferiore, una frangia dorata. Il fondo accoglie nella parte centrale lo stemma comunale, racchiuso tra le scritte semicircolari "MUNICIPIO DI" nella parte superiore e "SAN MARCO IN LAMIS" nella parte inferiore. Sotto quest'ultima scritta è riprodotta un'aquila ad ali spiegate

 

MONUMENTI

Su quella variante della Via Francigena oggi chiamata Via Sacra Langobardorum, si trovano, a ridosso del paese, i due conventi francescani di San Matteo e di Santa Maria di Stignano, la cui storia è intimamente legata a quella dei sammarchesi e della loro città.

Castel Pagano o Castelsaraceno


Da un punto di vista territoriale il sito non rientra nel comune di San Marco in Lamis, ma in quello di Apricena, da un punto di vista storico con la città di San Marco e in particolar modo condivide molto con il convento di Stignano.
Ubicato su uno sperone del Gargano a 545 metri di altitudine, a Sud-Ovest del promontorio del Gargano, nel comune di Apricena, il castello, di cui rimangono poche rovine, faceva parte di un borgo la cui origine è incerta. La posizione elevata, ottima all'epoca per controllare il territorio sottostante, gli permette una vista stupenda verso il Gargano ed i monti del Molise da una parte e su tutto il Tavoliere dall'altra. L'anno di fondazione di questa rocca è incerta, si pensa possa essere antecedente persino alla costruzione di Apricena, quindi intorno alla seconda metà del IX secolo.
Già fiorente nel XI secolo sotto la signoria del normanno conte Enrico, passò poi da Rainulfo, duca di Aversa, a Ruggero, signore di Rignano, in seguito ad una lunga ed aspra guerra. Nel 1137 il castello cadde nelle mani di Lotario III, sceso in Italia istigato da Papa Innocenzo II e dai principi spodestati da Ruggero, per occupare Rignano ed il feudo di Castelpagano.
Nel 1177 il monastero di San Giovanni De Lama, attuale convento di San Matteo, insieme a quello di Santa Maria di Pulsano e ad altre terre, fu dato da Guglielmo II alla moglie, la regina Giovanna, figlia di Arrigo II, re d'Inghilterra. Il suo nome è presente anche su di un antico documento del 21 settembre 1231 narrante la storia di Leonardo di Falco, mendicante cieco della zona, che fu sorpreso nel sonno dalla Vergine Maria che gli donò la vista e gli indicò un simulacro su di una grossa quercia, nelle cui vicinanze fu poi edificato il Santuario di Stignano.
Federico II di Svevia, residente nella vicina Apricena, lo restaurò adeguandolo per i suoi svaghi di caccia e vi installo una guarnigione di Saraceni, da cui il nome, poiché i non cristiani venivano chiamati pagani. In seguito il borgo fu feudo di Manfredi, figlio di Federico II e fondatore di Manfredonia. Nel 1496 Re Ferdinando lo donò ad Ettore Pappacoda di Napoli, che fece erigere il Santuario di Stignano nel 1515; estinta tale famiglia, tornò al demanio regio. Il 10 marzo 1580 Antonio Brancia, da cui il prende il nome la località sottostante, lo comperò per 90 mila ducati. Nel 1732 fu dei Mormile, poi lo comperò Don Garzia di Toledo e da questi, nel 1768, il Principe Cattaneo di Sannicandro.
Fu soggetto a diversi terremoti, testimoniati dalle fonti che narrano la vicenda del 1627, quando Apricena e dintorni subirono enormi danni. I ruderi consistono in un muro lungo una cinquantina di metri e alto non più di un metro e mezzo con due aperture che furono due porte dagli stipiti lavorati. Questo muro fa angolo a sinistra con un resto di fabbrica brevissimo, mentre a destra è unito con una torretta circolare che attualmente non supera i cinque metri; da questa torre parte una muraglia continua, ed un terzo muro chiude a sud il quadrilatero. In un angolo si erge la torre maggiore a cinque facce, alta sei o sette metri. All'interno del quadrilatero si vedono tracce di muri che tuttavia non bastano ad intuire la struttura interna del castello. Il borgo fu abbandonato all'inizio del Seicento per il trasferimento degli abitanti ad Apricena, dovuto alla penuria d'acqua, lasciando il complesso vittima dello sciacallaggio dei pastori locali che prelevarono le pietre della struttura per costruire i loro rifugi nella sottostante valle di Sant'Anna. Nei dintorni del castello vi sono innumerevoli anfratti e grotte, dove sono stati ritrovati diversi reperti, alcuni anche antecedenti all'era medievale.
La storia molto spesso si intreccia con la leggenda, e di leggende ce ne sono ben tre. La prima riguarda la già citata apparizione della Madonna al cieco nato, Leonardo Di Falco. La seconda racconta di una fantastica battaglia tra il maligno e l'Arcangelo Michele che si tenne nella valle di Stignano. Naturalmente l'Arcangelo sconfisse il maligno che aveva preso le sembianze di un gigantesco serpente e del quale rimasero due ossa, successivamente portate al Santuario di Stignano. La terza, invece, assume più l'aspetto di una storia fiabesca: racconta di un principe saraceno di Castelpagano che si era innamorato di una principessa che viveva su un castello situato sul Monte della Donna. La famiglia della fanciulla, che non voleva dare in sposa la propria figlia ad un saraceno, per ovviare all'inconveniente matrimonio escogitò uno stratagemma: finché il principe non avesse costruito un ponte fatto con pelli di animale che congiungesse il monte della Donna sino a Castelpagano non avrebbe avuto in sposa la fanciulla. Il principe si prodigò molto al fine di costruire il fatidico ponte ma ossessionato dall'enormità dell'opera impazzì. Tutto ciò, non ha nulla di fondato, anche se vi sono alcuni riscontri storici. Uno dei tanti è il fatto che nella zona ci fu davvero l'influenza dei saraceni, tanto che l'imperatore Federico II che militava in quelle zone, aveva un corpo di guardia esclusivamente saracena. Invece il fatto più assurdo è che, come sappiamo, sul monte della Donna non vi è alcun castello, ma la leggenda ha un fondo di verità: prima del monte vi è una piana rialzata chiamata Volta Pianezza dove apparentemente non si scorge nulla, ma invece su quel ripiano sorgeva una torre di avvistamento semicircolare oramai diroccata, di cui si scorge solo il perimetro murario.

LUOGHI DI CULTO

Convento di San Matteo Evangelista


Conosciuto come il Convento di San Giovanni De Lama, il monastero è situato a circa un paio di chilometri ad est di San Marco in Lamis alle pendici del monte Celano (871 m). Non si hanno notizie certe sulla data di fondazione del santuario, probabilmente fu opera dei Longobardi, anche se la presenza di una chiesa e di un ospizio erano cosa certa già dal V-IV secolo: perché agli inizi del Medioevo i pellegrini abruzzesi e molisani che si recavano a Monte Sant'Angelo per visitare la grotta dell'Arcangelo cercando rifugio proprio in questa zona che si trovava ad un giorno di cammino dalla grotta. Altra prova attendibile è la presenza, a meno di un chilometro, delle rovine del Convento di San Nicola che testimonia la fervida affluenza di pellegrini lungo l'antica Via Francigena. La prima data certa che troviamo nei documenti è quella del 1007. Certamente il convento fu fondato dai monaci benedettini con il nome di San Giovanni De Lama, quindi fu uno dei primi insediamenti ecclesiastici della Capitanata insieme a pochi altri, ma ebbe una notevole importanza nell'ambito sociale dell'epoca. Il feudo omonimo era uno dei più grandi insieme a quello di Castelpagano; è grazie alla sua importanza che a valle del convento nacque un sobborgo di pastori che fondarono l'attuale San Marco in Lamis.
Dopo lo splendore, sul convento si abbatté un duro periodo di crisi, dovuta al fatto che l'ordine dei benedettini era stato messo in crisi da lotte interne alla chiesa. Partiti i Benedettini, Clemente V, con Bolla del 20 febbraio 1311, affidò il Monastero ai Cistercensi dell'abbazia di Santa Maria di Casanova presso Villa Celiera (PE) per poi passare nelle mani di alcuni abati commendatari. Una svolta si ebbe solamente più tardi, quando l'affidamento del monastero passò nelle mani dei frati Minori Osservanti, con bolla papale del 14 febbraio 1568, che donarono nuovamente splendore al convento. In questo periodo il monastero ricevette una reliquia proveniente dalla cattedrale di Salerno attribuita all'apostolo evangelista Matteo (un dente molare), e questo non fece altro che far aumentare l'afflusso di pellegrini che salivano sul monte Gargano in cerca di quella spiritualità che non si trovava altrove. Ancora oggi si conservano tradizioni tramandate dall'epoca, come l'unzione con l'olio della lampada vicina alla reliquia: rito effettuato il 21 settembre per celebrare la festa di San Matteo dove la statua viene portata in processione dagli abitanti di Cerignola, di cui San Matteo è il santo protettore. La reliquia è custodita in un reliquario seicentesco completamente d'argento, dopo la sua donazione il convento fu noto come Convento di San Matteo anche se ufficialmente il nome canonico resta, ancora oggi, Convento di San Giovanni in Lamis.
Negli ultimi secoli il convento è sempre stato meta di pellegrinaggi, aumentati notevolmente negli ultimi anni dall'afflusso di visitatori alla tomba di San Pio da Pietrelcina a San Giovanni Rotondo e da non trascurare è la famosa biblioteca dedicata a "Padre Antonio Fania da Rignano Garganico" allestita nell'ultimo secolo in alcuni meandri del Convento, con più di 60.000 volumi, che si attesta tra le più importanti di tutta la Capitanata grazie anche alla sua funzione di museo dovuta alla presenza di un notevole numero di opere d'arte presenti al suo interno (quadri, statue, simulacri...): da ricordare la raccolta di antichissime Bibbie e le innumerevoli mappe raffiguranti la Capitanata.
Se si osserva attentamente il museo dall'esterno, ci si può accorgere molto facilmente delle correzioni e degli accrescimenti apportati alla struttura, quale testimonianza delle numerose serie di eventi che hanno fatto la storia del monastero. Inizialmente doveva avere più le sembianze di una fortezza, grazie ai suoi contrafforti ed alla sua posizione, quasi a controllo della valle dello Starale. Nel 1926 sul lato orientale fu eretta una balconata in corrispondenza dell'unica navata per espletare all'esterno la presenza della chiesa. La facciata centrale fu munita dell'attuale scalinata nel 1838, per accedere all'ingresso che a sua volta conduce attraverso una serie di archi e vele al chiostro di forma rettangolare che ci rimanda a quello spirito benedettino che mostra le origini della costruzione. Dal chiostro si può ammirare il loggiato cinquecentesco ed il pozzale medievale alla cui sommità è posta una statua raffigurante l'Arcangelo Michele. Un lungo corridoio conduce alla chiesa ad un'unica navata che presenta un presbiterio rialzato completamente realizzato con marmi policromi da maestri napoletani. Sopra l'altare troviamo la statua di San Matteo la cui storia è davvero particolare perché altro non è che il rifacimento di un Cristo effettuato da un frate verso la fine del Cinquecento, il quale gli mise in mano la penna con la quale l'Evangelista scrisse il vangelo; la statua è completamente realizzata in legno d'olivo garganico e sul libro si trova la data del 1596.
Sui muri si notano i resti di affreschi medievali, tra i quali vi è la rappresentazione di San Francesco in visita sul Gargano ed i resti di un Giovanni Battista. Lateralmente vi sono degli altari minori di stile barocco realizzati con pietra di Monte Sant'Angelo dedicati a San Giuseppe, l'Immacolata Concezione, Sant'Antonio da Padova e San Giovanni Battista da cui si ha il nome canonico della chiesa. Al di sopra di questi altari vi sono delle tele recenti, raffiguranti alcuni Francescani della Capitanata, fra cui San Francesco Antonio Fasani, autore l'artista sammarchese Filippo Pirro. Nell'abside è collocato un coro in legno massiccio che alcuni ignoti frati minori del convento intagliarono nel 1600, sulle cui lunette si possono ammirare 14 bellissimi quadri del 1927 che raffigurano la Via Crucis realizzati in cartapesta e terracotta dall'artista Salvatore Bruno da Lecce.
Il refettorio grande è estremamente semplice, le uniche particolarità sono un magnifico affresco seicentesco raffigurante l'ultima cena ed alcuni quadri che ritraggono santi francescani. Il refettorio piccolo invece è particolare grazie all'architettura medievale composta dall'unione di archi e volte in pietra grezza. Infine vi è la sala del fuoco chiamata così perché nel passato i monaci si riunivano davanti ad un grosso camino per pregare.

Santuario di Santa Maria di Stignano


Leggenda e storia ne fanno uno dei primi santuari mariani del Foggiano e una delle più notevoli architetture del 1500 collocato sull'antica Via Francigena, trae le sue origini in epoca medievale. Il suo nome infatti lo si trova per la prima volta in un documento del 21 settembre 1231 dell'archivio di stato di Napoli, attestante il già esistente culto alla Vergine.
La tradizione, infatti, narra di un cieco della zona, tale Leonardo Di Falco, che, nel suo vario errare per mendicare un po' di cibo, fu sorpreso nel sonno dalla voce di una donna bellissima, la quale ad un tempo, gli ridonò la vista e gli indicò la presenza di un suo simulacro nascosto sui rami di una robusta quercia. Il miracolato avrebbe informato subito i vicini abitanti di Castelpagano i quali, colpiti dal duplice prodigio, accorsero in processione sul luogo, e costruirono una piccola chiesetta nel luogo della apparizione della Vergine, precisamente nel secondo arco della navata sinistra per chi entra nel tempio.
I due quadri sul tamburo dell'ingresso principale, che sono probabilmente opera del Seicento, ritraggono il miracolo e il conseguente rinvenimento. Oltre alla leggenda vi è la vera storia che narra che in quel periodo fu ordinato di distruggere le icone e le statue che si trovavano in tutte le chiese, così alcuni monaci nascosero la statua della Madonna su di una quercia che si trovava proprio dove c'è l'attuale santuario, fino a quando non fu ritrovata da un pastore di Castelpagano che pascolava nella valle... e poi nacque la leggenda. Secondo gli storici la chiesetta era uno dei tanti oratori che costellavano i declivi e le vette che menano da Stignano a Castelpagano, e che trovano spiegazione storica nel fatto che essi siano stati i primi posti di riposo.
Nel 1500, la bellezza del luogo e il crescente alone della Vergine miracolosa sollecitarono il cistercense Fra Salvatore Scalzo il quale, ansioso di una riforma nel suo ordine, abbandonò i confratelli monaci dell'abbazia di S. Giovanni in Lamis (l'attuale Convento di S. Matteo) e si ritirò qui fondando un nuovo sodalizio e costruendo un Convento accanto alla Chiesetta: con l'aiuto del noto feudatario Ettore Pappacoda di Napoli, distrusse il vecchio oratorio e costruì questa nuova Chiesa nel 1515. Il merito fu quasi esclusivamente del Pappacoda il quale, dove era l'antico ingresso dell'oratorio sulla attuale parete di levante pose a suo vanto l'epigrafe che tuttora vi si legge. Fallito il tentativo di riforma di Fra Salvatore Scalzo, nel 1560 il Papa Medici, Pio IV, affidò il Santuario ai Frati Minori Osservanti. La chiesa fu poi dichiarata insigne e dotata di speciali indulgenze. I frati minori incrementarono anche la fabbrica portando a termine la Chiesa nel 1613 con la costruzione del Transetto, della Cupola, del Coro e del Campanile nel 1615. La Chiesa fu consacrata nel 1679 da Mons. Vincenzo Maria Orsini, Arcivescovo di Manfredonia poi divenuto Papa col nome di Benedetto XIII.
La storia narra che nel 1774 presso Rodi Garganico si arenò un capodoglio e gli abitanti del sobborgo impauriti dall'innocuo mostro marino invocarono l'aiuto della Madonna. Per ringraziare la Vergine della grazia ricevuta, portarono al convento due grosse ossa custodite nella sacrestia del santuario fino a quando quest'ultimo fu soggetto a diversi furti. La festa, che si celebrava il 15 agosto, richamava per tutta l'estate folle considerevoli; in tale occasione il vescovo di Lucera, nel cui territorio il santuario ricadeva, inviava ben venti sacerdoti che vi svolgessero servizio di confessori. Nei primi decenni del sec. XVII il convento, insieme a quello di San Matteo, divenne noviziato della provincia francescana di Sant'Angelo. Nel 1686 una persistente siccità aveva prosciugato ogni riserva d'acqua mettendo la comunità dei Frati in grave difficoltà. P. Salvatore ricorse alla Vergine di Stignano e, un giorno, dopo aver pregato con confidenza, trovò la cisterna del secondo chiostro colma di freschissima acqua. La fama di quest'acqua miracolosa si sparse dovunque: i Frati di Stignano giravano tutta la Capitanata per la questua ed erano da tutti conosciuti, la loro ospitalità qualche volta procurò qualche imbarazzo come quando, nel 1647, al tempo della rivolta di Masaniello, avendo a Foggia preso il comando della rivolta il "notar" Sabato Pastore, alcuni nobili del capoluogo dauno cercarono a Stignano sicuro asilo. I Padri Francescani fecero di questo Convento una casa di studio e di Noviziato per la formazione dei religiosi, rendendolo ambita dimora di Religiosi Santi e Dotti. Nei secoli posteriori il Santuario subì altri rimaneggiamenti a causa di terremoti (1627) e incendi (1814).
Dall'esterno si ammira la magnifica facciata cinquecentesca della Chiesa di stile romanico abruzzese e del bel monumento a Pio XII donato nel giugno 1966 dalla Associazione di Cultura Contardo Ferrini. L'altare maggiore è stato progettato dal Prof. Luigi Schingo da San Severo. Nell'aula magna vi è una cattedra settecentesca con magnifiche pitture sulla vita della Madonna. Nell'interno vi è l'incantevole loggiato cinquecentesco con il pregevolissimo portale del 1576 e le pitture cicliche sulla vita di S. Francesco. Una antica leggenda narra che S. Francesco al ritorno dall'Oriente sia passato per questa valle e abbia benedetto i suoi frutti, era il 1216.

EVENTI

Le fracchie

La città è nota soprattutto per la tradizionale Processione delle fracchie, una manifestazione religiosa popolare molto suggestiva, che si ripete puntualmente da circa tre secoli ogni venerdì Santo per la rievocazione della Passione di Cristo, e che, ogni anno, richiama un grande afflusso di forestieri. Le fracchie sono delle enormi fiaccole, realizzate con grossi tronchi di albero aperti longitudinalmente a forma di cono e riempiti di legna, per essere incendiate all'imbrunire e divenire quindi dei falò ambulanti che illuminano il cammino della Madonna Addolorata lungo le strade del paese alla ricerca del figlio Gesù morto. Sembra che le origini di questo rito risalgano ai primi anni del XVIII secolo, epoca di edificazione della chiesa dell'Addolorata e le sue ragioni, oltre che di ordine religioso e devozionale, vadano collegate anche ad una motivazione di ordine pratico riconducibile alle precise condizioni fisiche dell'abitato: infatti, quando venne costruita, nel 1717, la chiesa dell'Addolorata si trovava fuori del centro abitato e lì sarebbe rimasta fino all'ultimo ventennio del XIX secolo. Una collocazione questa che sollecitò la fantasia degli abitanti, i quali pensarono di illuminare con le "fracchie" la strada che la Madonna percorreva dalla sua chiesa fino alla Collegiata, dove era custodito il corpo del Cristo.
Incerta risulta l'etimologia del vocabolo "fracchia". Potrebbe derivare dal latino fractus: rotto, spezzato, aperto (in riferimento al tronco dell'albero "aperto" per essere riempito di legna). Oppure, potrebbe trovare origine dal termine dialettale abruzzese farchia (torcia, fiaccola), trasformatosi per metatesi in "fracchia".

Fiera di San Matteo

Si svolge ogni anno dal 19 al 21 settembre in concomitanza con la festa di San Matteo.
Si tratta di una fiera centenaria di rilevante importanza storica, che, piena di attrattive, richiama gente un po' da tutta la provincia. Suggestivo lo spettacolo pirotecnico che da anni si svolge nella notte dell'ultima giornata di fiera, dopo l'esibizione del cantante di turno nella villa comunale
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Notte Bianca

Molto interessante è anche la Notte Bianca, denominata "Cchiù fa nott e cchiù fa fort", che si tiene durante l'ultimo sabato del mese di agosto, durante la quale vi sono eventi di tipo culturale e sociale, quali concerti, gastronomia ed avvenimenti fieristici in grado di calamitare migliaia di persone di ogni età e ceto sociale per salutare l'estate in un regime assolutamente festoso.