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Le vie Francigene in Capitanata.

Da Capua, nel cuore delle terre dominate dal potente abate di Cassino, la grande strada imperiale portava a Benevento ed è facile immaginare lo stupore dei pellegrini di fronte all’arco di Traiano un’opera che riproduceva nel cuore montagnoso e boscoso dell’Italia, i monumenti trionfali già visti in mezzo alle rovine di Roma imperiale. Dopo Benevento la direttrice si divideva in tre direzioni. Sono le cosiddette “Vie dell’Angelo” i percorsi che, attraverso i valichi dell’Appennino, conducono tutti al santuario di San Michele sul Gargano. Il tracciato più meridionale tocca Troia, con la sua cattedrale romanica, la più bella di tutta la Puglia. Colpisce, in quel monumento insigne, il contrasto fra rusticità ed eleganza, fra imponenza monumentale e squisita raffinatezza decorativa; bene evidente nelle porte in bronzo niellato, capolavori di arte bizantina degni di una chiesa di Costantinopoli che Oderisio da Benevento modellò all’inizio del XII secolo. Colpisce e affascina l’uso sapiente della dismisura, della iperbole; per cui il magnifico rosone traforato è incredibilmente grande e una specie di geniale asimmetria governa l’assemblaggio di motivi decorativi occidentali, bizantini, musulmani. I pellegrini che venivano dalla Lombardia e dalla Croazia, dalla Normandia e dalla Polonia, di fronte alla cattedrale di Troia capivano che un nuovo mondo meraviglioso ed incognito si apriva alla loro avventura. Ancora di più lo capivano se, percorrendo la via dell’Angelo mediana, arrivavano a Lucera. “Lucera saracenorum si chiamava in antico questa città. Perché qui dove oggi c’è il castello Angioino, Federico II Hoenstaufen, l’imperatore che parlava tutte le lingue del Mediterraneo oltre al tedesco, che amava il diritto romano, i cavalli, i falconi e tutte le arti, aveva edificato una imponente fortezza-caserma per ospitarvi la sua guardia armata di mercenari musulmani.
La via dell’Angelo più settentrionale da Benvenuto porta a San Severo e da lì a San Michele Arcangelo, in vetta
al Gargano.
Il Gargano più affascinante è quello dell’interno carsico e boscoso, pieno di grotte di petraie e di doline alternate a pascoli, a faggete, a macchie di querce. Nel tempi antichi il Gargano era come una fortezza difesa dal suo stesso impervio isolamento, ma era anche un avamposto armato verso il Levante infido dei Greci e il Sud ostile dei musulmani. I crociati, prima di salire sulle navi che da Manfredonia, da Bari, da Brindisi o da Otranto li avrebbero portati in Libano e in Palestina, i pellegrini che si preparavano al “pasagium ultramarinum”, si fermavano in vetta al Gargano.
Fin quassù salivano in preghiera, prima di partire per la guerra, i duchi longobardi, gli strateghi bizantini, i conti franchi, i baroni tedeschi. Perché tutta la Cristianità sapeva che al termine dell’Italia, in cima a una montagna alta sul mare come la prua di una nave gigantesca, c’era il Tempio dell’Angelo Guerriero.
Il Santuario di San Michele Arcangelo di fondazione antichissima (fra il V e il VI secolo) esiste ancora ed è la principale attrattiva della cittadina che da lui prende il nome.
Il luogo sacro è preannunciato da una torre gotica a sezione poligonale fatta edificare dal re Carlo di Angiò ai fratelli Giordano e Maraldo nel 1272. Entrando in chiesa una porta in bronzo divisa in dodici pannelli ageminati d’argento e di rame e intarsiati a niello policromo, lascerà il visitatore stupito e ammirato.
E bene a ragione perché la porta, commissionata nel 1076 dall’amalfitano Pantaleone a una bottega di Costantinopoli,
è uno dei capolavori assoluti dell’arte bizantina nel suo momento più alto. Nel cuore della basilica è la Grotta dell’Arcangelo. Per pregare in questo luogo di straordinaria suggestione arrivavano i pellegrini da tutta Europa, al termine del percorso che prima ho delineato.
I preti che li accompagnavano raccontavano le gesta dell’Arcangelo armato che aveva sconfitto Satana e che dal cielo proteggeva i Cristiani dal Male sempre incombente.
Qualcuno avrà recitato in latino e poi tradotto nelle lingue e nei dialetti delle varie nazioni le parole ell’Apocalisse di Giovanni:

“E si fece battaglia nel cielo; Michele e i suoi angeli combattevano
col Dragone; il Dragone e i suoi angeli combattevano ma non vinsero
ed il luogo loro non fu più trovato. E il gran Dragone, il serpente
antico, che è chiamato Diavolo e Satana il quale seduce tutto
il mondo, fu gettato in terra; e furono con lui gettati i suoi angeli…”.

montesantangelo

Un brivido di paura avrà attraversato la schiena dei pellegrini di mille anni fa, ma qualcosa di emozionante prova anche
il turista di oggi quando scende nella grotta dell’Arcangelo. Specie se – da Monte Sant’Angelo che si trova a 800 metri
di altitudine ed è quindi un belvedere naturale – si sarà fermato a contemplare la configurazione accidentata e selvaggia del Gargano. Da un lato, dopo la profonda Valle delle Rose e il nereggiare della Selva Umbra, è la remota punta di Vieste; dall’altro lato sembra che il monte scenda a picco sul mare sopra Mattinata e Manfredonia. È uno spingersi di grandi dorsi contro la furia del mare, un dominio di rupi immani, bianche e rossicce. Di fronte c’è l’Adriatico, alle spalle e tutto intorno un deserto aspro e bellissimo; rocce, pascoli, boschi.
I pellegrini antichi dovevano avvertire che questo è veramente “finis terrae”, l’ultimo avamposto dell’Europa cristiana. Dopo c’è l’universo incognito abitato dal Male che solo la spada dell’Arcangelo può tenere lontano.
Ci sono luoghi, nel Gargano, che meriterebbero un viaggio apposito per l’importanza e la rarità di monumenti medioevali
antichissimi: come il complesso conventuale di San Matteo a San Marco in Lamis di fondazione longobarda, come l’antica cattedrale di Siponto costruzione romanica di tipo orientale nella struttura a pianta quadrata con cupola centrale, come il Battistero, antico di mille anni, che in Monte Sant’Angelo è conosciuto con il nome di Tomba di Rotari.sanmarcoconventorotari
Il pellegrino che si fosse fermato a pregare nella cattedrale di Siponto si sarebbe trovato sulla via della costa quella che aggira il Gargano, tocca Bari e incrocia ad Egnazia la strada che da Canosa di Puglia porta a Brindisi e ad Otranto, “finis Italiae”.

La leggenda che narra il caso garganico, nota come Apparitio sancti Michaelis, fu redatta forse non prima del IX secolo e ci è giunta in differenti redazioni sia greche sia latine. Essa consta di tre episodi:
il ritrovamento da parte del pastore Gargano, in una grotta sul monte, di un toro che gli era fuggito, il lancio di una freccia dell’infuriato padrone contro l’animale e la deviazione del proiettile, che torna verso l’uomo ferendolo; quindi una battaglia tra sipontini e beneventani, alleati e cristiani, contro i pagani napoletani, e la vittoria dei primi grazie all’intercessione dell’arcangelo; infine l’edificazione del santuario - in seguito a ripetute apparizioni dell’arcangelo - da parte del vescovo di Siponto, alla cui diocesi apparteneva fino al VII secolo il Gargano.

Il “miraggio” della Terrasanta tra pellegrinaggio e crociate 

Siamo evidentemente dinanzi a un testo composito e farraginoso. Il primo episodio di esso è senza dubbio un “mito di fondazione”, con elementi vari che rinviano al culto di Diomede, vivo in Puglia, mentre ci si aspetterebbe che Michele - dato il suo carattere di psicopompo - potesse esser chiamato a obliterare una precedente venerazione per Hermes-Mercurio
e, d’altra parte, il toro fa pensare a Mithra. Certo comunque tra fine del IV e avvio del V secolo la grotta del Gargano era già sede di un culto micaelico, come attestano alcune iscrizioni dalle quali si ricava che già esisteva al riguardo un pellegrinaggio d’una certa portata. L’episodio della battaglia potrebbe richiamare la guerra gotica, che vide Napoli soggetta al dominio goto (e quindi ariano: l’Apparitio, riferendosi ai “pagani”, compie al riguardo un escamotage alquanto consueto), mentre Siponto e Benevento erano in mano imperiale, dunque controllata dai fautori dell’ortodossia (nel senso, evidentemente, etimologico del termine).
L’episodio che vede protagonista il vescovo di Siponto corrisponde anche alla possibilità di determinare un termine ad quem per la fondazione del santuario: dopo il VII secolo, il monte passò difatti alla diocesi di Benevento. Secondo un testo agiografico del IX secolo, la Vita Barbati, tale trasferimento di giurisdizione si dovette alla volontà di Romualdo, figlio del duca (poi re) Grimoaldo, che intese in tal modo remunerare il vescovo beneventano Barbato per aver implorato da Dio, con la mediazione di Michele, la grazia della liberazione di Benevento dall’assedio bizantino del 663. Per quanto la prima apparizione dell’arcangelo sul monte venga tradizionalmente datata 493, le ragioni che abbiamo esposte consigliano di guardar piuttosto al VI-VII secolo come data d’avvio del culto micaelico, non senza tener presente che esso s’impianta (ma con o senza soluzione di continuità) su un culto, specie terapeuticotaumaturgico (il figlio di Esculapio) preesistente.
La tesi, diffusa fino alla metà del XX secolo, che il culto dell’arcangelo Michele si sia diffuso tra i popoli germanici in quanto adatto a obliterare in qualche modo le loro divinità guerriere pagane non si è mai basato su prove effettive: sia i luoghi sacri individuati, sia le caratteristiche morfologiche di quelle divinità (oltre alle armi, il fatto di venir venerati in luoghi come le montagne o le grotte e associati a fenomeni cratofanici come eruzioni e terremoti) sono in realtà piuttosto generici.
Che in qualche specifico caso il culto micaelita abbia sostituito - ma sarà volta per volta da stabilire quando, e in quali circostanze - quello reso a Thorr, o a Wotan-Odhinn, o in area celtica a Lugo a Belenos (già “decrittato”, in area gallo-romana, come Helios-Apollo), o a Hermes, o a Mithra, può ben essere accaduto, Sutri (VT), affresco della chiesa della Madonna del Parto ma non significa che su tali episodi sia possibile organizzare un discorso tipologico, e tanto meno costruire una teoria generale.
Semmai, i popoli germanici specie orientali, che sono entrati presto e sono restati a lungo a contatto con la cultura dell’impero romano-orientale e con il suo esercito nel quale Michele aveva funzione di santo archistrategos, possono aver desunto proprio da quel modello il loro atteggiamento micaeloduliaco.
Più ragionevole è il ritenere che, di pari passo con la cristianizzazione e la diffusione della conoscenza delle Scritture, le genti “barbariche” - celti prima, poi germani, più tardi anche uraloaltaici, slavi e balti - abbiano approfondito la loro venerazione rispetto agli “angeli delle nazioni”: ogni popolo aveva il suo.
Il culto angelico in quanto culto nazionale si sviluppò in modo speciale soprattutto presso i goti della penisola iberica e gli scoti d’Irlanda, dove acquistò anche un ruolo teologico molto intenso.
Furono senza dubbio i longobardi, a partire dal VII secolo, a conferire al santuario del Gargano e a Michele - la venerazione del quale avevano appreso sia dai bizantini, sia dai goti - fama che fino ad allora esso non aveva avuto. Fu in gran parte sotto il segno e la tutela dell’arcangelo che si celebrarono nel mondo longobardo sia la conciliazione tra cattolici e ariani, sia il sostanziale prevalere dei primi sui secondi: al re longobardo Grimoaldo (padre di quel Romualdo che si era rivolto a Barbato e alla mediazione di Michele) si attribuisce la fondazione della basilica palatina di Pavia appunto a Michele dedicata, mentre Cuniperto impose nel regno longobardo la coniazione di monete che recavano impressa l’effigie dell’arcangelo.
Il culto degli arcangeli - sette, secondo una tradizione angelologica che non mancava di preoccupare qualche teologo - aveva avuto un ruolo nella cristianizzazione delle gentes, ma era suscettibile di sviluppi magico-ereticali: per questo il concilio lateranense del 746 ne limitò il culto consentito ai tre Gabriele, Raffaele e Michele.
Se Monte Gargano sorge su uno sprone roccioso quasi all’estremo sud dell’Europa, molto più a nord una posizione diversa
ma a modo suo affine è occupata da un alto scoglio posto al confine tra Normandia e Bretagna: a poca distanza dalla terraferma certo (circa 22 chilometri a ovest di Avranches), ma in posizione tale che, nelle ore d’alta marea, il mare possa insinuarsi nel mezzo e separarlo da essa, laddove durante la bassa marea diventa praticabile una limacciosa lingua di terraferma che può essere percorsa. In questo luogo incerto fra cielo, mare e terra era radicato un culto al dio celtico Belenos, la memoria del quale resta forse nei toponimi Tombelaine e Mont Tombe, allusivi all’aspetto montuoso del luogo e forse al nome Belenos. In età romana si era avviata una qualche soluzione acculturativa tra Belenos e Mithra, e il luogo aveva conosciuto la costruzione di altari destinati al taurobolion. Più tardi, alcuni eremiti cristiani erano venuti a stabilirsi nei dintorni: tra essi la tradizione vuole giungesse da una delle capitali della vita spirituale gallo-romane, Poitiers, l’evangelizzatore della zona, san Paterno (che i francesi chiamano saint Pair) che, prima di divenire a metà del sec.VI vescovo di Avranches, vi fondò un monastero. Un suo successore, sant’Auberto, ebbe nel 708 un sogno nel quale Michele gli ordinava di costruire in suo onore un monastero sul Mons Tumba. Dopo molte sollecitazioni, il buon vescovo - alquanto intimidito: i modi dell’arcangelo sanno esser bruschi -si mise alla ricerca del luogo designato dal suo santo committente, che egli avrebbe riconosciuto in quanto vi avrebbe trovato un toro ch’era stato trafugato e là nascosto. Dopo altre vicissitudini, il santuario fu fondato e Auberto inviò messaggeri in Puglia affinché portassero dal Monte Gargano una reliquia micaelica (giunse, in effetti, un frammento del manto dell’arcangelo).
Si era appunto ai primi dell’VIII secolo: in un tempo nel quale il culto dedicato agli arcangeli dava luogo a inquietudini e a polemiche: il radicarsi dei due santuari micaelici, il pugliese e il bretone-normanno, dovette pesare nel sostegno all’immagine del loro titolare.
E’ stata notata l’analogia molto stretta fra il testo dell’Apparitio sancti Michaelis e quello della leggenda di fondazione di Mont-Saint-Michel detto “au péril de la mer”: che il luogo si denominasse, ancora alla fine del medioevo, “Mont Gargan”, è stato posto nel folklore francese in rapporto con un mitico figlio del dio Belenos, cui si attribuiva appunto quel nome, e che è divenuto poi il gigante Gargantua. Nell’870 abbiamo la prima voce di testimonianza sicura d’un pellegrinaggio al santuario di Mont-Saint-Michel e alla tomba di sant’Oberto: ce l’ha procurato il monaco Bernardo, celebre autore d’un Itinerarium nel quale ci narra di un suo pellegrinaggio che lo condusse a Gerusalemme, al Gargano, a Roma e sullo scoglio fra Bretagna e Normandia.duomotroia
All’epoca, il monte era rifugio delle genti circostanti contro le incursioni dei pirati nordeuropei che avrebbero più
tardi insediato la regione e le avrebbero conferito il suo nome moderno. Infatti, nel 911, il norvegese Rollone, capo d’una banda d’incursori danesi, decise d’insediarsi in quell’area, divenne - per concessione del re di Francia - dux Normannorum e anche protettore del santuario. Da allora, Michele sarebbe divenuto il santo nazionale dei normanni, e il drago che a lui era associato nell’immagine tradizionale identificato come draco normannicus. Nell’XI secolo, gli avventurieri normanni che scendevano in Italia per cercarvi la fortuna non avrebbero dimenticato né la Valdisusa, né il Monte Gargano: sarebbe nata così una forte tradizione di “pellegrinaggio micaelico”, una Via sancti Michaelis tra Normandia e Puglia attraverso le Alpi occidentali da tener in conto insieme con il Camino de Santiago e la Via Francigena, come componente di quel reticolo di strade di pellegrinaggio che ha contribuito come poche altre realtà storiche a “fare l’Europa”. A Mont-Saint-Michel il duca Guglielmo il Conquistatore volle che fosse affiliato il monastero di Saint Michael in Cornovaglia.
Ciò si vede bene in santuari impressionanti per la loro posizione, come Saint-Michel l’Aiguilhe a Le Puy fondata nel 962 dal vescovo Godescalco, secondo la tradizione il primo pellegrino francese a Santiago de Compostela, o la “Sacra” o “Sagra” di San Michele in Valdisusa fondata secondo un’incerta tradizione nel 966 o nel 999-1002, mentre oggi si propende piuttosto per il periodo 983-987 collegandola alla volontà di un nobile pellegrino alverniate, Ugo di Motboissier, e di suo figlio Maurizio. La prossimità cronologica e in qualche modo anche l’affinità tipologica - due edifici sacri fondati su due luoghi alti e inaccessibili - induce a chiedersi se Ugo, giunto in Valdisusa, non agisse avendo ben presente il modello di Le Puy. Oggi tuttavia si tende a ritenere che esistesse già sull’alto monte Pirchiariano (un’altra “montagna sacra”) una tradizione eremitica - quella riunita attorno a Giovanni Vincenzo - e che in un secondo tempo la fondazione alverniate vi abbia radicato una realtà cenobitica.
Ad ogni modo la “notizia della fondazione” del santuario piemontese, anonima, risale al terzo quarto dell’XI secolo.
Sulla linea dei tre grandi santuari del Monte Gargano, di San Michele “della Chiusa” (la “Sacra”) e di Mont-Saint-Michel
si costituì l’asse portante della spiritualità micaelica e del pellegrinaggio micaelico di età medievale. Naturalmente, nacquero altre chiese dedicate all’arcangelo.
Il panorama viario si fece più denso e movimentato a partire dai primi anni dell’XI secolo, seguendo del resto le linee della rinascita demografica, economica e sociale dell’Europa occidentale del tempo. Le terre e le città del meridione d’Italia si andaronoarricchendo di nuovi culti santorali e di nuove reliquie, attorno ai e alle quali nascevano anche nuove feriae, le “fiere” stagionali; per le strade si aprirono nuovi hospitia o xenodochia per i pellegrini e i viandanti in genere – avventurieri, mercenari in cerca d’ingaggio, mercanti -, mentre si moltiplicavano anche i ponti e i guadi che consentivano di varcare comodamente i corsi d’acqua. L’inquietudine delle città specie pugliesi, sospese tra la nominale sudditanza a Bisanzio, la minaccia dei principati longobardi dell’interno e la ricerca di autonomia, attiravano sempre più guerrieri pesantemente armati dalla Francia settentrionale che scendevano la penisola in cerca di fortuna e non trascuravano il pellegrinaggio al loro patrono, l’arcangelo guerriero del Gargano.


Si capì che per aumentare l'entrate economiche, bisognava creare degli ospedali, per far fermare pellegrini malati e o stanchi, ma creare anche degli itenerari. “servizio di linea” che prevedeva un paio di partenze all’anno, tra la pasqua e l’agosto; l’itinerario seguito, all’andata costeggiava la costa settentrionale dell’Adriatico e quindi quella occidentale della Grecia fino alla Morea; ma al ritorno ci si accostava piuttosto alla Puglia, e i pellegrini sovente scendevano dalle navi per visitare il santuario di Santa Maria di Leuca de finibus terrae – il “Finisterre italico”, detto anche Santa Maria di Casopoli – o raggiungere gli altri prestigiosi santuari adriatici:
come Barletta, dov’era custodita nella chiesa del Santo Sepolcro una reliquia del legno della Vera Croce; San Michele del Gargano stesso; oppure, più a nord, il santuario della Madonna di Loreto.

L’attività ospitaliera del monastero cassinese fu rilevante e consentì di rimpolpare notevolmente l’asse patrimoniale con beni nella città di Troia, con un mulino nel territorio di Mignano, un orto in territorio di Teano e il feudo di Pontecorvo con una rendita di 50 soldi pavesi all’anno in mandato hospitum.
La consistenza patrimoniale dei primi decenni del XII secolo la si rileva pienamente da un diploma di Federico II del gennaio 1220 con cui, prendendo sotto la sua protezione lo “xenodochium Sancti Benedicti pro solatio egenorum et peregrinorum extructum”, ne conferma i diritti e i possedimenti tra cui “Sanctum Egidium apud pontem sancti Germani cum hospitali”.
E’ evidente la tendenza del monastero cassinese a monopolizzare il settore ospitaliero in zone importanti del Mezzogiorno, tra cui Monte Sant’Angelo, dove il flusso dei pellegrini era tale a consentire un notevole sviluppo dell’indotto economico e l’accumulo di cospicue rendite.
Un grande ospedale, infatti, venne costruito anche a Monte Sant’Angelo tra il 1098 e il 1100. Nel novembre 1098, Giovanni, abate de Curte, figlio di Guaimario di Salerno, chiese ad Enrico, conte di Monte Sant’Angelo, suo zio, “unum locum extra urbem ut posset construere xenodochium pro amore Dei ad receptionem et misericordiam hospitum et peregrinorum”. Il conte Enrico, assecondandone la volontà, concesse
“terram cum cisternis et pertinentiis suis extra predictam civitatem quae est de subtus viam publicam quae pergit Sipontum ad costruendum et edificandum ibi xenodochium et ad congregandos homines ibi extraneos adventicios qui in pertinentiis predicti xenodochii manere vel ubicumque sub potestate eius habitare voluerint”  e una serie di privilegi, come la “licentia dandi et offerendi”, il diritto di asilo, il diritto di percepire il dazio sulle merci e il plateatico per l’occupazione del suolo da chi facesse “mercatum aut negotium (…) ante ipsum xenodochium”, il diritto di amministrare la bassa giustizia e di comporre le liti che avvenivano nell’ambito della giurisdizione dell’ospizio.
Nel tratto appenninico, tra Benevento e Troia, di circa 110 chilometri, doveva esserci qualche adeguato luogo di
sosta, qualche luogo di ricovero, un hospitium, che ne alleviasse le fatiche del cammino.
Giovanni Vitolo, in un denso saggio, propone come tappa intermedia l’abbazia spagnola (fondata molto probabilmente da
pellegrini spagnoli) di Sant’Angelo di Orsara, in provincia di Foggia, che si trovava all’incirca a metà strada tra Benevento e Siponto e i cui possedimenti di Vaccarizza, Foggia e Siponto erano dislocati lungo il percorso dei pellegrini. Tra questi possedimenti c’erano anche degli ospedali nei quali non doveva essere raro che qualche ospite fosse colto dalla morte, se nel 1159 l’abate Pelagio, nel definire gli obblighi del suo monastero nei confronti del vescovo di Foggia, chiese ed ottenne che egli rinunciasse ad ogni pretesa sui lasciti fatti sia dagli inservienti, sia dai pellegrini deceduti.
I centri di ricovero, del resto, riflettono la storia dei loro utenti, dei loro bisogni e dei processi di interrelazioni tra persone e culture diverse. E se è vero che i pellegrini spesso trovavano sistemazione di fortuna in case private, in stalle, in chiese sconsacrate, nelle grotte, sotto le stelle, è anche vero che quelle vicende de minimis sono segnate nella memoria dei loro cammini e di una strada, in particolare: la via Francigena.
Diffuso era anche l’ordine dei cavalieri Teutonici, che aveva precettorie a Brindisi, a Siponto, Vico Garganico, Andria, Barletta, Monopoli, Lecce e Molfetta.
A Siponto, oltre al grande edificio ove venivano accolti e assistiti i pellegrini, della magione dei “Fratres Alamagnorum” rimane la romanica chiesa di San Leonardo, riecheggiante moduli pisani nei ricorsi di arcature cieche che ne decorano le pareti e l’abside.
Lo studioso protestante tedesco Ferdinand Gregorovius (1821-1891) definì il santuario micaelico di Monte Sant’Angelo,
sul Gargano, “la metropoli del culto dell’Arcangelo in Occidente”: tale definizione trova puntale riscontro in una storia che dura da più di quindici secoli e ha contribuito e creare un ricco patrimonio di fede, arte e cultura e a fare del promontorio garganico uno dei luoghi previlegiati della religiosità e della devozione popolari dell’Europa medievale.
Quando si insediò sulla montagna garganica, quello per l’Angelo era un culto essenzialmente iatrico e naturale. L’Apparitio narra infatti che Michele guariva dagli attacchi febbrili per il tramite di un’acqua miracolosa (stilla) che sgorgava dalla roccia all’interno della grottasantuario.
È significativo che su questo promontorio, prima che vi si affermasse la devozione per Michele, fossero onorate divinità come Calcante e Podalirio, il cui culto iatrico-divinatorio ricorda alcune caratteristiche di quello micaelico. La presenza dell’acqua e le peculiarità del contesto fisico-ambientale (grotta, bosco, montagna, roccia) caratterizzarono da subito la tradizione garganica e si tipizzarono fissandosi in diversi ontesti storico-ambientali per tutto il medioevo.
Sulla montagna garganica, ricca di boschi, anfratti e caverne, immersa in uno scenario naturale aspro e selvaggio, il culto per l’Angelo trovò le condizioni ideali per il suo radicamento e il suo sviluppo. Posta sulla sommità della montagna, scavata nel cuore della roccia, in una grotta naturale che si addentra per circa ventiquattro metri nelle viscere della terra, la chiesa micaelica è definita cripta e domus angulosa, con le pareti irte di sporgenze e rientranze, con la volta rocciosa irregolare, che in qualche punto ancora oggi si sfiora con la testa, in qualche altro a mala pena si tocca con le mani; all’esterno, la sommità della montagna è in parte ricoperta da un bosco di cornioli (cornea silva) e in parte degrada verso un altopiano verdeggiante.  duomolucera

Tale ricchezza e varietà di nomi evidenzia come il pellegrinaggio al Gargano, tra VII e IX secolo, si fosse ormai
internazionalizzato, divenendo fenomeno di livello europeo: tutto questo coincide col periodo di massima espansione e di più incisiva presenza dei Longobardi in Puglia, dove i duchi beneventani, nell’VIII secolo, istituirono i gastaldati di Siponto (740), Canosa (747) e Lucera (774). Nel corpus epigrafico garganico rivestono eccezionale importanza quattro iscrizioni in alfabeto runico futhork, un tipo di alfabeto in uso, soprattutto in ambito sacro, nell’Inghilterra anglosassone e in Olanda tra VI e IX secolo. Queste di Monte Sant’Angelo sono le prime iscrizioni runiche rinvenute e riconosciute come tali in Italia.
Esse presentano quattro antroponimi di pellegrini anglosassoni, verosimilmente ecclesiastici, che, tra la fine del VII e la prima metà dell’VIII secolo, si recarono per devozione nel santuario garganico, lasciandovi il ricordo autografo della loro visita e confermando l’interesse delle popolazioni di stirpe germanica per esso. Le prime tre (Hereberehct, Herraed, Wigfus) sono tracciate a sgraffio, ad altezza d’uomo, sulla facciata destra della lunga galleria di accesso al santuario; la quarta (Leofwini) è stata rinvenuta all’interno del santuario. Accanto a questi quattro antroponimi va registrato anche quello di un Eadrihd Saxso, un vir honestus che ha voluto dichiarare la propria origine usando, questa volta, l’alfabeto latino. La presenza di questi pellegrini anglosassoni nel santuario garganico getta nuova luce sui rapporti che intercorsero nel VII-VIII secolo tra Inghilterra e Italia e che, sulla base delle fonti letterarie, soprattutto Beda e Paolo Diacono, sembravano interessare quasi esclusivamente Roma, Montecassino e talvolta Pavia. Le epigrafi del santuario garganico dimostrano, invece, che i pellegrini inglesi prolungavano talvolta il loro iter per visitare la grotta-santuario dell’Angelo, ormai divenuta una tappa sulla via per la Terrasanta. Nella seconda metà dell’VIII secolo, i monaci cassinesi tentarono di trattenere presso il loro monastero alcuni pellegrini inglesi, diretti proprio al santuario pugliese. I tanti pellegrinaggi al Gargano, il tentativo di riprodurre altrove il modello del santuario pugliese, i numerosi antroponimi di pellegrini provenienti da tutta Europa, la ricorrenza della tradizione cultuale garganica in martirologi e opere agiografiche altomedievali fanno del santuario di Monte Sant’Angelo un vero meeting point di pellegrini romani, bizantini e germanici e del culto micaelico un fenomeno di respiro europeo, un fenomeno che rappresenta emblematicamente la nuova visione della storia e della cultura dei secoli V-VIII, non più, o non solo, classicistica e romanocentrica, ma romanobarbarica ed europeista.
La fama del santuario continuò ad attirare folle di pellegrini anche dopo il Mille, quando, sulla ribalta politica dell’Italia meridionale, si affacciarono i Normanni, i quali percorsero più volte il Cammino dell’Angelo, che collegava la loro patria alla Puglia. Accanto a questi due santuari, negli ultimi decenni, è venuto assumendo sempre maggiore importanza quello di Santa Maria delle Grazie (San Giovanni Rotondo), perché legato alla vita e alla santità di Padre Pio: sono tre dei circa centottanta santuari sorti in Puglia tra V e XX secolo, dei quali circa centoquaranta dedicati a Maria e quaranta a martiri e santi locali o di provenienza esterna, quasi tutti ancora attivi, anche se talvolta con intitolazioni diverse da quelle originarie.


A motivo della conformazione prevalentemente pianeggiante del territorio e dell’assenza di fiumi di grande portata, la Daunia è stata percorsa, sin da epoca pre e protostorica, da uomini, mercanzie e greggi in ogni direzione. Di queste antiche vie non esiste evidentemente alcuna documentazione, ma è verosimile che alcuni degli antichi tracciati siano stati sistemati ed adattati alle esigenze della potenza militare e commerciale di Roma.

La documentazione storica e archeologica attesta, nella piana del Tavoliere, la presenza di numerose strade che mettevano in collegamento la costa tirrenica con quella adriatica attraverso l’Appennino e le regioni del nord con quelle dell’estremo sud della penisola italiana. Le più documentate, dagli itinerari di viaggio e dalla presenza di strutture di accoglienza, sono la via Appia Traiana e la via Litoranea.
La prima si diramava a Benevento dalla più antica via Appia e giungeva in Daunia, ad Aecas (Troia), dopo il valico appenninico della mutatio Aquilonis (successivamente San Vito). Di qui proseguiva per Herdonia e Canosa. Il suo tracciato è desumibile con notevole precisione dagli Itinerari lasciati dai viaggiatori antichi e dalle mappe dei cartografi del tempo.
La Tabula Peutingeriana sembra essere la più antica attestazione di una via Aecas-Sipontum; un tragitto che, ramificandosi dalla direttrice principale della Appia Traiana all’uscita dall’abitato di Aecas, congiungeva Luceria e Arpos e consentiva loro di avere uno sbocco diretto sul mare a Siponto. Il consolidamento della Aecas-Sipontum è da attribuire, probabilmente, oltre che allo spostamento dell’asse produttivo ed economico dalle zone interne a quelle costiere, anche alla decadenza del porto lagunare di Salapia, che fece di Sipontum lo scalo marittimo più importante dell’Apulia settentrionale.
La via Litoranea correva lungo la costa adriatica tagliando fuori il promontorio garganico. Dopo aver superato il fiume Fortore, che costituiva il confine naturale a settentrione del territorio dauno, essa proseguiva per Teanum Apulum e giungeva all’antica Ergitium, generalmente identificata con la località Brancia, nei pressi dell’attuale fermata di San Marco in Lamis delle Ferrovie del Gargano. Da Ergitium (il medievale casale di Sant’Eleuterio), si diparte un antico sentiero che, lungo il fondo di una faglia tettonica, taglia trasversalmente i rilievi del Gargano meridionale sino a Mattinata. Sin da epoca altomedievale questo sarà uno dei tragitti più battuti per giungere a Monte Sant’Angelo.
Superato il torrente Candelaro, la via ne seguiva sostanzialmente il corso sino all’omonimo casale e di qui, dopo aver incrociato la diramazione dell’Appia Traiana proveniente da Arpi, perveniva alla città di Siponto. Da Siponto, toccando Anxano e Salinis, la Litoranea giungeva a Bardulos, l’attuale Barletta, dopo l’attraversamento dell’Ofanto.
Sono ulteriormente attestate altre strade che collegavano il percorso appenninico più interno dell’Appia antica con l’Appia Traiana: la Herdonitana che, sfruttando la valle del torrente Calaggio, collegava Eclano ad Erdonia, e la Venusia-Erdonia.

Fondazione del santuario micaelico e viabilità medievale Sul finire del VI sec. la Daunia e il santuario micaelico, fondato nel corso del V sec., cominciarono ad essere oggetto di interesse dei Longobardi del vicino ducato di Benevento. I loro intenti si realizzarono verso la metà del VII sec., quando riuscirono a sconfiggere definitivamente i Bizantini e, sotto l’episcopato di Barbato, ad annettere la diocesi di Siponto a quella di Benevento.
La grotta micaelica divenne così il santuario nazionale dei Longobardi, convertiti al cattolicesimo romano, e cominciò
ad attrarre ingenti flussi di pellegrini da ogni parte d’Europa, come attestano le fonti scritte medievali e i numerosi antroponimi di matrice germanica e anglosassone tracciati sulle sue strutture murarie.

La fondazione del santuario garganico ed il consolidarsi del fenomeno del pellegrinaggio mutarono in parte l’assetto viario della regione. Se la via Appia Traiana mantenne a lungo la sua funzione, acquisì sempre più importanza il collegamento diretto tra Benevento e Siponto, lungo un tracciato più breve e veloce tra Aecas ed Arpos che, sfruttando la via naturale del corso del torrente Aquilone (Celone), evitava la lunga deviazione per Luceria. La Daunia interessata, già dal IV secolo, dal flusso dei pellegrini che percorrevano l’antica via Appia Traiana in direzione degli imbarchi per la Terra Santa, conobbe, a partire dai secoli VIII e IX, una nuova stagione di presenze provenienti da tutta Europa. Le ragioni furono diverse. Se nella tarda antichità i pellegrini gallo-ispanici, come il pellegrino di Bordeaux, per raggiungere la Palestina percorrevano la penisola balcanica grazie all’ancora efficiente sistema viario consolare, durante l’Alto medioevo essi preferirono sempre più attraversare longitudinalmente la penisola italiana verso gli imbarchi pugliesi. Questo consentiva loro sia di passare da Roma, ritenuta la seconda Gerusalemme, sia di salire, una volta giunti in Daunia, al santuario dell’Arcangelo per ottenerne la celeste protezione prima di imbarcarsi per le terre abitate dagli infedeli.
Appia Traiana, con la diramazione verso Siponto, finì così per diventare nel corso del Medioevo “una sorta di ‘Cammino di San Michele’, oltre che la via normalmente adoperata da chi voleva recarsi a Gerusalemme”.
Su questo tracciato, come tappa intermedia tra Aecas e Siponto, dopo la scomparsa di Arpi, acquisì un ruolo di rilievo il castrum Fogie. Questo tragitto incrociava, per quanti si dirigevano al santuario garganico, quello della via Litoranea all’altezza del casale Candelaro e della cella monastica con domus hospitalis di San Leonardo, sorta tra la fine dell’XI e gli inizi del XII secolo, “iuxta stratam Peregrinorum inter Sipontum et Candelarium”, come recita un atto del 1132.sanleonardo
Di qui i pellegrini avevano varie possibilità per salire verso Monte Sant’Angelo. Le vie più frequentate erano quella che da San Leonardo di Siponto portava a Monte Sant’Angelo, passando dall’abbazia di Santa Maria di Pulsano, e quella che prendendo l’avvio dal casale di Macchia si inerpicava verso la montagna inoltrandosi nel vallone di Scannamugliera”. La grande quantità di gradini tagliati nella viva roccia ha fatto sì che essa venisse denominata anche “scala santa” dai pellegrini che la percorrevano a piedi nudi e carichi di una grossa pietra in segno di penitenza.abbazia-di-pulsano
È questa, con ogni probabilità, la difficile “salita al monte Gargano, al quale uomini ed asini ascendono per mezzo di una via a gradoni scavati nella roccia” a cui fanno riferimento, nei loro Itinerari, il monaco inglese che la percorse nel 1345, fra’ Mariano da Siena nel 1431 e Gaugello Gaugelli nel 1463.
Per quanti provenivano dalla costa adriatica, al santuario micaelico si poteva, però, accedere direttamente dalla strada che coincide in gran parte con il tragitto dell’attuale S.S. 272. Essa, biforcandosi dalla via Litoranea ad Ergitium (località Brancia) all’imbocco della valle di Stignano, la risaliva sino a San Marco in Lamis sorto ai piedi dell’abbazia benedettina di San Giovanni de Lama. Valicato monte Celano giungeva, in quota, a San Giovanni Rotondo e di qui al casale di Sant’Egidio, sulla riva dell’omonimo lago-pantano oggi prosciugato. Superato il pantano dal versante verso Monte Calvo la strada si inoltrava nel vallone della Fratta, lungo il quale è ancora oggi possibile osservare le rovine del piccolo monastero di San Nicola appartenente, come quello di Sant’Egidio, all’abbazia della SS. Trinità di Cava dei Tirreni. Fuori dalla boscaglia la strada cominciava a scendere gradatamente verso la piana di Mattinata, proseguendo sul fondo di valle Carbonara; da questa una ripida mulattiera si inerpicava verso il santuario dell’Arcangelo.

Ad una delle numerose vie che dalle Alpi conducevano a Roma, già in un documento dell’876 dell’abbazia del SS. Salvatore del Monte Amiata, veniva dato il nome di via francisca. La prosecuzione di questi percorsi, che da Roma menavano
ai porti pugliesi e che, per lunghi tratti, perpetuavano l’antico sistema viario romano, assume nella documentazione medievale la medesima denominazione di via francigena o francisca. Essa indica una rete fitta di canali di comunicazione, un’“area di strada” tra l’Europa settentrionale ed i paesi del sud del Mediterraneo. L’appellativo francigena non va quindi riferito soltanto ai Franchi, ma a gran parte dei viaggiatori, guerrieri o pellegrini che fossero, provenienti da tutta l’Europa occidentale.
Esso è attestato anche come designazione di diversi percorsi che attraversano la Daunia.
Designa anzitutto il tratto viario che, dipartendendosi dall’Appia Traiana, conduceva da Troia a Siponto. L’attestazione più antica sembra quella riportata da un documento del 1024 detto Privilegium Baiulorum Imperialium. Per una fortuita e insieme fortunata coincidenza, al 1024 risale un altro documento, rogato a Termoli, nel quale un tale di nome Giso dona al monastero tremitese di San Giacomo la chiesa dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista che si trova vicino ad una strada denominata prima via francigena e poi via francisca. Questo atto risulta particolarmente importante sia per la sua antichità sia perché evidenzia come, già agli inizi del sec. XI, le denominazioni di francigena e francisca si equivalessero e potessero indifferentemente essere adoperate per indicare il medesimo tragitto.
La maggior parte delle menzioni si trovano, però, in documenti che riguardano i possedimenti del monastero benedettino
di San Giovanni de Lama, attuale convento francescano di San Matteo. La ricorrenza più antica si trova nel Sigillum di Bicciano, protospatario e catepano d’Italia e Calabria, del dicembre 1030, con cui si confermano a Pietro, abate di San Giovanni, le concessioni fatte dai suoi predecessori. La denominazione strata francesca viene adoperata sia per indicare il tratto montano fra San Giovanni Rotondo e Monte Sant’Angelo ad est dell’abbazia, sia il tratto di pianura tra il torrente Triolo e il monte Castello sulle cui pendici sorgeva l’abitato di Castel Pagano.
Potrebbe quindi far riferimento al tratto di strada che dalla piana di Apricena, diramandosi dalla via Litoranea all’altezza del Casale Sant’Eleuterio, comincia ad incunearsi nella valle di Stignano.stignanosanmarco

Tale concessione con il duplice riferimento alla strata francisca viene confermata, quasi alla lettera, nel 1095 da Enrico, conte di Monte Sant’Angelo. A questa medesima strada francesca o francisca faranno ancora riferimento un documento, risalente al 1134, del re di Sicilia e d’Italia Ruggero II, ed uno pontificio del 1167.
Strata francigena vengono però, denominate, nel 1201, anche altre due vie, di cui una è detta maiore, che passavano nei pressi di Tressanti, e quindi all’incrocio della via che da Foggia conduceva a Salpi con la via Litoranea che proveniva da Siponto. Si tratta, con molta probabilità, della stessa strada che prosegue sino a Bari, dove viene denominata “ruga Francigena” in un documento del 1153. Che nella documentazione medievale, riguardante la Daunia, la stessa denominazione venga applicata a differenti percorsi induce a pensare che non esistesse una sola strada francigena, ma una rete di strade che mettevano in comunicazione le terre dei Franchi con le lontane contrade del vicino e medio Oriente.
Questo evidenzia una delle caratteristiche delle reti viarie medievali, configurabili, per lo più, come un ventaglio di varianti e derivazioni da un asse centrale di antica origine. Il nome francigena fa riferimento, quindi, non a percorsi ben prestabiliti, ma ad un’area di Stratae, di Viae e di sentieri che conducevano alla medesima destinazione. Il fatto che si tratti delle stesse denominazioni adoperate per il reticolo delle strade più importanti del medioevo che, dal mondo dei Franchi, conducevano pellegrini, mercanti, eserciti e privati viaggiatori a Roma, induce a ritenere che queste strade non si fermassero nell’Urbe dei cesari e dei papi, ma proseguissero attraverso la Campania sino agli imbarchi pugliesi per la Terra Santa.
Da qualche tempo è invalsa l’abitudine di sostituire, per il tratto che da Stignano perviene a Monte Sant’Angelo, la denominazione di via francesca con quella di maggiore suggestione di Via sacra Langobardorum. Da più parti giunge l’invito a dismettere l’uso di questa seconda denominazione, perché circoscriverebbe ad una sola etnia e quindi ad un solo periodo storico il pellegrinaggio micaelico, ma soprattutto perché non attestata nei documenti. Alle suddette ragioni si aggiunga che la denominazione Via sacra Langobardorumtende a isolare questo percorso facendone un segmento staccato da qualsiasi contesto storicogeografico, mentre quello di via francesca o francigena, oltre che frequentemente attestata nei documenti, lo inserisce nel più ampio contesto delle strade francigene che dalle Alpi conducevano in Terra Santa.
Prudenza vorrebbe, però, che nemmeno il nome di via francigena venisse troppo enfatizzato, perché anch’esso etnicamente
caratterizzato, pur con tutta l’ampiezza che la denominazione di “franco” comporta, ed anche limitato ad una determinata epoca storica. Dalla fine dell’epoca crociata, infatti, il nome di via francigena sembra scomparire dalla ocumentazione.

L’individuazione dei vari percorsi della via francigena è resa possibile oltre che dagli Itinerari di viaggio pervenutici, anche dalla presenza della rete di ricoveri e luoghi di ospitalità, realizzata appositamente o quasi esclusivamente per i pellegrini. Non sembrano esservi dubbi che il tratto più frequentato dai pellegrini che avessero in animo di visitare il santuario micaelico, fosse quello che, seguendo la via Appia Traiana fino a Troia, se ne distaccava per giungere attraverso la piana del Tavoliere sino alla montagna garganica. Questo sarà il percorso seguito dal monaco Bernardo nell’870 e da Nikulas di Munkathvera, un abate islandese, negli anni 1151-1154, oltre che da un anonimo frate inglese nel 1344-1345. Alle soglie dell’epoca moderna vi transiteranno Anselmo e Giovanni Adorno, pellegrini delle Fiandre, di ritorno dalla Terra Santa.

Per la sua brevità e chiarezza viene qui riportato il tratto del viaggio di un frate inglese che, dopo aver trascorso l’inverno nella città di Napoli, nei primi mesi del 1345, si dirige verso il santuario micaelico per poi proseguire verso la Terra Santa:
“Da Napoli per luoghi ameni ci recammo ad Acerra, Arienzo, Montesarchio fino alla ben fortificata città di Benevento, dove riposa il corpo di San Bartolomeo apostolo, e dove si trovano tre chiese a pianta circolare, con cupola, mirabili per ampiezza e splendidamente affrescate. Poi (ci recammo) all’inespugnabile Paduli, Sant’Arcangelo, Sant’Eleuterio, Ripalonga per vie incassate, tortuose e molto fangose fino a Troia. Da Troia sino a Foggia, a Salsola, al Candelaro
e al monastero di San Leonardo, dove sono i Cavalieri Teutonici crucesignati, per vie diritte ed in pianura fino a Manfredonia, che dista da Napoli quattro lunghi giorni di viaggio.
Da Manfredonia dopo tre miglia giungemmo ad un buon Casale ad inizio della salita al monte Gargano, al quale uomini ed asini ascendono per mezzo di una via a gradoni scavati nella roccia. La salita, dalla base della montagna sino alla città posta sulla cima, è lunga tre miglia. Quivi si trova la chiesa di San Michele Arcangelo, una cattedrale, in una cavità della roccia, nella quale Dio ha operato molti miracoli per l’intercessione del Santo Arcangelo Michele.
Dopo aver pregato nel santuario, scendemmo a Manfredonia e di qui alla città di Barletta, camminando costantemente sulla sabbia lungo la riva del mare per 30 miglia.”
Anche se inferiori di numero, notevoli sono le narrazioni di viaggio lasciate da pellegrini che pervenivano al santuario
micaelico transitando per la via Litoranea. La narrazione di viaggio più antica, lungo questo percorso, sembra essere quello di fra Mariano da Siena che vi giunge il 21 luglio del 1431 di ritorno dalla Terra Santa:
“A dì vinti, ci rinfreschamo a Barletta et è una bella città e cittadinesca; e poy cie ne venimo a Manfredonia et vedemo la champana di Manfredonia et è per cierto una grande chosa: sarebbe incredibile a dire la sua grandezza. Sono da Trani trenta sey miglia.
A dì vintiuno fumo a Sancto Michele di Puglia. Sagliesi una montagna cinque miglia et è una via ripidixima, facta per forza della montagna et parte n’è facta a schaloni et non si può troppo ben chavalcare.
In su’ la tersa fumo a Sancto Michele Angniolo: veramente è uno luogho di troppa devotione et è un grosso chastello et sono tucti richi. Dicevomi Messa. Sono da Manfredonia a qui sey miglia. Riposamoci un pocho et poy venimo a Sancto Johanny. Sono dodici miglia da Sancto Angniolo.
A dì vintidue fumo a Sancto Severino: è uno grosso chastello et bello et richo. Sono vinti miglia. A dì 23 fumo a rinfrescarci alla Serra della Chapriuola et qui pigliamo una guida per questo dì perché si truova grandiximi peri//coli e a grandi pericholi siamo venuti poy che smontamo in terra pe’ malandrini e ladronciegli et passi scuriximi.
La sera fumo a Termine. Sono trenta miglia, A dì vintiquattro fumo al Guasto…”.
Di una trentina di anni successivo è quello di Gaugello Gaugelli da Pergola (Urbino) che, per giungere al santuario micaelico, indica al pellegrino due vie possibili: la prima costeggia il promontorio garganico passando da Peschici, Vieste sino a Manfredonia, la seconda attraversa il promontorio garganico toccando Apricena e San Giovanni Rotondo.
L’itinerario di Mariano da Siena viene percorso, in senso inverso, nel Settembre del 1576, da padre Serafino Razzi, ed è
minuziosamente attestato nel Rituale dei pellegrini di Ripabottoni risalente al XVIII secolo, ma con tracce di letteratura devozionale di origini medievale. Il tragitto dei pellegrini di Ripabottoni documenta un percorso a cerchio che dà fisicità geografica ad un cammino spirituale rigoroso di conversione compiuto con la protezione dei santi Michele, Matteo, Giovanni e Leonardo, sotto la guida della Vergine: Santa Maria di Stignano, di Pulsano e dell’Incoronata. Il Rituale di Ripabottoni fornisce, probabilmente, l’esempio migliore, quanto meno per la Daunia, di come le strade possano diventare fattore generatore di nuove abitudini religiose: i pellegrinaggi a lungo percorso hanno dato origine, lungo il tragitto, a nuovi luoghi di culto, che da tappe o ospizi a servizio del pellegrinaggio “in linea” sono alla fine diventate mete significative di pellegrinaggi locali a “rete concentrica”.
L’identificazione di questi itinerari non esclude che esistessero, per raggiungere la grotta garganica, altri tragitti di cui, però, nei documenti non è stata stata ritrovata attestazione alcuna risalente ad epoca medievale.
Una fila ininterrotta di pellegrini al santuario micaelico ha attraversato le contrade della Daunia già prima dell’epoca
longobarda e anche dopo l’età dei Franchi, e ha continuato a percorrerne le vie sino ad oggi, lasciando ovunque segni della loro devozione e del loro passaggio.
La riscoperta di queste tracce lungo gli antichi percorsi e la valorizzazione dei siti santuariali e delle strutture di accoglienza potrà contribuire allo sviluppo dei territori attraversati, solo però se si riscopriranno anche le motivazioni che portavano uomini e donne, principi e pezzenti a lasciare le proprie sicure dimore per cercare l’assoluto nell’insicurezza e nella provvisorietàdel cammino.