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PAC


In Italia il reddito degli agricoltori nel 2011, benché aumentato rispetto all’anno precedente, è ancora inferiore a quello del 2005. Mentre la volatilità delle quotazioni e la debolezza della posizione degli agricoltori sui mercati e l’aumento delle importazioni rendono sempre più necessario intervenire per dare fiducia alle imprese. Confagricoltura crede nella necessità di una riforma della Pac, adeguandola ai tempi, ma purtroppo le proposte della Commissione europea hanno deluso le nostre aspettative.

“In una situazione come quella attuale - ha detto il presidente Mario GUIDI intervenendo al convegno di apertura di Fieragricola “Verso la nuova Pac: prospettive, sfide e opportunità per un’agricoltura sostenibile” - in cui c’è bisogno di maggiore impulso politico a favore del settore agricolo, l’Europa sembra invece imboccare la strada del disimpegno, anche finanziario. Il futuro del bilancio dell’UE secondo la Commissione prevede aumenti in termini reali praticamente per tutte le rubriche tranne che per la spesa agricola destinata ai mercati ed allo sviluppo rurale. Un taglio tra il 2013 ed il 2020 che noi stimiamo in oltre il 12 per cento in termini reali, per entrambi i “pilastri” della PAC”.

“Inoltre - ha continuato il presidente GUIDI - c’è il riorientamento delle risorse destinate ai pagamenti diretti degli agricoltori. Un criterio che dobbiamo assolutamente ridiscutere perché, essendo basato unicamente sul parametro della superficie, penalizza agricolture come quella italiana con un alto valore aggiunto per ettaro”.

Ma la proposta di riforma non soddisfa Confagricoltura anche per altri aspetti: il legame tra impegni ambientali e pagamenti diretti ad esempio, con l’introduzione del cosiddetto greening, penalizzerebbe notevolmente la competitività delle nostre aziende. Un recentissimo sondaggio della Rete Rurale Nazionale promossa dal Mipaaf ha dimostrato che solo il 10 per cento delle aziende con seminativi soddisfa il requisito della diversificazione in tre colture a seminativi (quindi il 90% delle imrpese dovrà cambiare i propri ordinamenti colturali). Mentre sono poco più di un quarto (il 27%) le aziende che hanno già a disposizione il 7% di aree da destinare a focus ecologico previsto dalla proposta. Come dire che i due terzi delle aziende dovranno individuare, anche rinunciando a produrre evidentemente, una porzione aziendale da destinare a finalità ambientali.

Alcuni problemi sono poi legati agli interventi di mercato. “Vorremmo ridiscutere, ad esempio, alcuni strumenti come i diritti di impianto vitivinicoli - ha aggiunto il presidente di Confagricoltura - e la fine delle quote zucchero, fissata al 2015. Nell’attuale contesto di mercato, il venir meno di queste misure potrebbe costituire un pericolo per la stabilità di questi comparti. Mentre mancano provvedimenti adeguati a dare forza agli agricoltori nella filiera agroindustriale”.

Infine, per quanto riguarda lo sviluppo rurale, c’è il rischio concreto che la programmazione del Fondo Europeo di Sviluppo Rurale collegata a quella di altri fondi comunitari snaturi la funzione del “secondo pilastro” della PAC che deve rimanere ad esclusivo vantaggio degli agricoltori.

Confagricoltura è pronta a dire la sua in un negoziato che parte tutto in salita e riguarda oltre il 70% del territorio europeo, con 14 milioni di imprese agricole nei 27 Paesi dell’Unione. Per non parlare dell’indotto: la sola catena agroindustriale europea (quindi trascurando tutte le moderne filiere non food tra cui le bioenergie) attiva 750 miliardi di valore aggiunto, praticamente il 6% del Pil comunitario ed impiega a vario titolo 48 milioni di addetti: più di un quinto della manodopera complessiva dell’Unione. Un valore quindi socioeconomico enorme.