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Psicologia

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A tutti  è capitato, in alcuni periodi della propria vita, di avere difficoltà a dormire o di non riuscire proprio a chiudere occhio e di passare una “notte in bianco” senza alcun motivo evidente.  Una delle "più gravi" complicazioni della nostra epoca, infatti,  è proprio quella dell'insonnia o presunta tale, cioè la difficoltà ad addormentarsi. Ne soffre un terzo della popolazione.
L'essere umano è un animale diurno e non è fisiologicamente equipaggiato per poter vivere di notte...ad esempio vede male la notte e reagisce con livelli alti di "energia" alla luce solare. Tuttavia, cause come il continuo viaggiare (jet lag) o lo stress, piuttosto che traumi di vario genere, possono seriamente compromettere il nostro meccanismo naturale che regola il ciclo notte-giorno (ciclo circadiano).

Si definisce insonnia lo stato in cui una persona percepisce il proprio sonno come insufficiente o insoddisfacente; in altre parole quando il paziente non riesce a trarre beneficio dal riposo perché dorme troppo poco oppure dorme male.  L’insonnia fa parte delle dissonnie, disturbi dovuti ad alterazioni di ritmo, quantità e qualità del sonno, così come le apnee notturne e le ipersonnie (narcolessia).  L’insonnia non è una malattia univoca ma si presenta in tanti modi diversi, ecco perché clinicamente viene classificata tenendo conto di almeno tre parametri: la sua durata, le possibili cause e la tipologia.

Durata dell’insonnia: varia da paziente a paziente e può subire modificazioni nel corso della vita di uno stesso individuo. Può esserci insonnia occasionale, transitoria o cronica.

  • Occasionale (da una a tre notti)
  • Transitoria (da tre notti a tre settimane)
  • Cronica (più di tre settimane)

Cause dell’insonnia: distinguiamo l'insonnia primaria o non organica (quando il paziente è sano e non ci sono cause apparenti che giustifichino l’insonnia) e secondaria (quando l’insonnia è dovuta ad altre malattie fisiche o altri problemi psicologici, come la depressione)

Tipo di insonnia: distinguiamo l'insonnia iniziale (quando il paziente fatica ad addormentarsi), centrale (caratterizzata da frequenti e sostenuti risvegli durante la notte) e tardiva (caratterizzata da risveglio mattutino precoce). Esiste anche un'insonnia soggettiva, ovvero la percezione di dormire poco e male, nonostante i dati oggettivi dimostrino il contrario e la persona dorma più o meno regolarmente.

Di seguito fornisco alcuni buoni consigli per provare a tornare a dormire serenamente, senza l’utilizzo dei farmaci:

  1. Vai a dormire solo quando hai sonno e non perché hai sviluppato un'abitudine;
  2. Spegni subito la luce;
  3. Evita di leggere e di guardare la televisione;
  4. Se non dormi subito dopo 20 minuti, alzati e cambia stanza sino a quando non ti torna il sonno;
  5. Ripeti il punto 4 tutte le volte che ne hai bisogno;
  6. Cerca di svegliarti sempre alla stessa ora;
  7. Evita i pisolini pomeridiani;
  8. Evita di dormire di più per recuperare il sonno piuttosto fai un buon rilassamento;
  9. Non guardare mai l’ora: non lasciare che la preoccupazione di non dormire accresca la tua ansia e ti impedisca di addormentarti.
  10. Fai un po’ di esercizio fisico regolarmente (anche una passeggiata rilassante va bene) nelle prime ore serali (prima delle 20, non più tardi) per scaricare stress e tensioni.


NB: Un accenno ai sonniferi. Il sonnifero, se preso occasionalmente su consiglio del medico, può essere utile a superare un particolare momento di crisi e a ristabilire un modello di sonno normale. Ma se assunti per un periodo prolungato, i sonniferi possono indurre un circolo vizioso di dipendenza fisica o psicologica. Questo accade perchè il corpo, in poche settimane, sviluppa una tolleranza al farmaco, il che significa che la dose iniziale diventa inefficace e si dorme meno. La tentazione allora è di prenderne una dose maggiore per dormire di più, e così via. Alla lunga i sonniferi possono inibire il sonno invece di risolvere il problema che sta all'origine dell'insonnia.

 

Il sonno è una divinità capricciosa e proprio quando lo si invoca, si fa aspettare.
Alexandre Dumas

 

Se avete dei quesiti da porre al Dott. Salvatore Panza scrivete direttamente alla casella di posta del Dottore: salvatore_panza@virgilio.it . Per altre informazioni visitate il sito: www.salvatorepanza.it oppure telefonate al 340.2351130

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Chiunque fra i suoi ruoli abbia quello del genitore sa come sia fra i più delicati. Allevare un figlio è la più meravigliosa responsabilità. Nessuno può dire di essere perfetto. Tutti commettiamo, inevitabilmente, degli errori. E a volte ci chiediamo: come potrei migliorare la qualità della relazione con i miei figli? Dove è che sbaglio?
Molti dei problemi che mi capita di osservare tra genitori e figli, spesso, dipendono esclusivamente da una comunicazione inefficace.
Voglio sottolineare e ricordare che il compito dei genitori è quello di educare i figli. Educare, dal verbo latino educere, significa “tirare fuori” ciò che è dentro, trarre fuori il meglio dai figli, non metterci qualcosa dentro. Il nostro compito da genitori non è sognare e volere che i nostri figli siano come noi vogliamo che siano, ma al contrario dobbiamo dare loro la possibilità di sognare e diventare quello che loro desiderano per se stessi.

Che fare allora per migliorare la comunicazione con i figli?

Beh, la mia esperienza personale e professionale dimostra che ci sono dei ben precisi passi da compiere per raggiungere quest’obiettivo. Ti assicuro per esperienza diretta che seguire questi semplici principi ti
aiuterà enormemente a migliorare la tua comunicazione con i tuoi figli.

1. Ricorda com’eri tu da bambino/a
Chiudi per un momento gli occhi e ricorda come eri da piccolo/a. Cosa ti
piaceva? Cosa ti disgustava? Che paure avevi?  Cerca di vedere il mondo con gli occhi dei tuoi figli. Che significa essere un bambino? Come ci si sente e come si pensa da bambino?
Una volta che avrai in mente questo, potrai davvero cominciare a capire tuo figlio. Capirli significa compiere il primo importante passo per comunicare positivamente con tuo figlio.

2. Aumenta l’autostima di tuo figlio
Ciò che tu dici a tuo figlio lo influenza a tal punto da indurlo a diventare la persona che tu pensi che egli sia.
Ti è mai successo di dire frasi come “Non diventerai mai nessuno nella vita?” o “Il cane è più intelligente di te” o “ inutile che giochi a calcio, tanto si vede chiaramente che non sei portato”… e l’elenco potrebbe continuare e anche degenerare (ci siamo capiti, vero?).
Sai, non è che non amiamo i nostri figli. E che a volte ci manca un po’ di
allenamento alla buona comunicazione ed un po’ di tatto.
Il bambino, a differenza dell’adulto, non possiede nel cervello dei meccanismi di difesa forti che gli permettono di schermarsi dai duri colpi inferti alla sua autostima, cioè alla percezione del suo valore. Pertanto è
particolarmente vulnerabile a tutti i commenti che minano alla base il
senso del suo valore come individuo.

3.Comunica amore
Credi che se ami tuo figlio, lui si sentirà senz’altro amato da te? Assolutamente NO, non basta! Tuo figlio si sentirà amato soltanto se glielo comunicherai in modo chiaro e diretto. Inoltre, sei sicuro di usare con tuo figlio un linguaggio che trasmetta amore, che rifletta la tua gioia nell’averlo al tuo fianco, che lo faccia sentire per davvero amato, rispettato ed apprezzato?
Oltre a quello che gli dici a parole, poi, è anche importante che tu trasmetta AMORE con il linguaggio del corpo (gesti, posture, sguardi,
espressioni facciali…). I bambini hanno assolutamente bisogno del contatto fisico: abbracciali, accarezzali, baciali, gioca con loro, ridi con loro, ecc …

4. Scopri la verità per aiutarlo… “perché”?
La domanda “perché?” è una fra le domande più potenti (occhio però all’atteggiamento, dev’essere quello della curiosità e del confronto, non quello dell’inquisitore).
Dopo una serie di perchè (solitamente massimo 5) si arriva alla vera causa, alla verità. Facciamo un esempio:
BAMBINO: “Ho paura del buio”
GENITORE: Perchè hai paura del buio?
BAMBINO: Perchè quando c’è buio arrivano i mostri.
GENITORE: Come mai (perchè?) pensi che nel buio ci siano i mostri?
BAMBINO: Perchè l’ho visto nei cartoni animati
GENITORE: E perchè dovresti aver paura dei mostri?
BAMBINO: Perchè sono cattivi e mi mangiano.
In questo esempio sono bastati 3 “perchè” per arrivare alla verità.
Il bimbo non aveva paura del buio, ma di essere mangiato dai mostri. A quel punto basta lavorare sulla vera paura (i mostri, non il buio) e il problema sarà risolto.

5. Fidati di loro
È fondamentale dare massima fiducia ai figli (fino a prova contraria ovviamente), a qualsiasi età. Fidati di loro, delle loro capacità, delle loro abilità, di quello che ti dicono. Non farli crescere in una campana di vetro. Lo so che per amore, la tendenza è quella di evitare il più possibile che soffrano, ma sappi che questo non solo non li aiuta ma, al contrario, li danneggia psicologicamente in quanto li rende insicuri e dipendenti dai genitori (anche in età adulta). Se hanno una difficoltà cerca di astenerti il più possibile dal dare loro una soluzione ma limitati a fornire poche informazioni generiche e lascia che ci arrivino loro a risolvere il problema. Lasciamoli sbagliare, cadere, farsi male e rialzarsi… solo così si allenano a gestire al meglio le proprie emozioni negative e a non aver paura di niente: così stanno imparando, semplicemente, a vivere!

Ti informo che il 7 Ottobre 2016 terrò un seminario (completamente GRATUITO) in cui tratterò più approfonditamente di questi argomenti e di altri molto importanti per migliorare la qualità della tua vita e di quella delle persone che hanno a che fare con te. Ti consiglio vivamente di riservare il tuo posto prenotando (sempre GRATUITAMENTE) al 349.1432810.
Ti aspetto!! Per maggiori informazioni visita il mio sito  www.salvatorepanza.it

Dott. Salvatore PANZA

Se avete dei quesiti da porre a Salvatore Panza inoltrateli direttamente alla casella di posta del Dottore: salvatore_panza@virgilio.it . Per altre informazioni visitate il sito: www.salvatorepanza.it oppure telefonate al 340.2351130

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La magrezza è diventata un’ossessione contagiosa nella cultura contemporanea. Sempre più spesso si sente parlare d'anoressia. Questa parola ricorre su giornali e telegiornali, soprattutto, quando muore qualche giovanissima modella, che per mantenere una linea fisica "perfetta", cade vittima di questa subdola patologia psichica. La cosa che mi inorridisce di più è la presenza sul web di centinaia di siti e forum a favore dell’anoressia (o come “loro” dicono: pro-ana) nei quali questa malattia viene considerata uno stile di vita, una filosofia, la nuova religione della magrezza con tanto di “comandamenti” da seguire alla lettera.

Che cos’è l’Anoressia?

L’ Anoressia Nervosa è un disturbo dell’alimentazione che si manifesta, più frequentemente, nel sesso femminile (colpisce tra lo 0.5 e il 3.7 per cento delle donne), nella prima adolescenza (tra i 14 ed i 18 anni).

Chi soffre di Anoressia percepisce in modo distorto l'aspetto fisico ed il peso corporeo, i quali influenzano fortemente i livelli di autostima.
La perdita di peso viene considerata come una importante conquista, mentre l'aumento ponderale come un inaccettabile fallimento.
Tipicamente i soggetti con questo disturbo non si rendono conto del loro stato di denutrizione e delle gravi conseguenze che questo comporta sul piano della loro salute fisica.

Le principali caratteristiche dell’Anoressia Nervosa sono le seguenti:

  • Rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra o al peso minimo normale per età e statura (peso corporeo al di sotto dell’85% rispetto a quanto previsto)
  • Paura intensa di acquistare peso, anche quando si è sottopeso
  • Alterazione nel modo in cui il soggetto vive il peso o la forma del corpo, o eccessiva influenza del peso e della forma del corpo sui livelli di autostima
  • Amenorrea, cioè assenza di almeno tre cicli mestruali consecutivi (nelle donne dopo il menarca)

Si distinguono due sottotipi di Anoressia Nervosa:

1. con restrizioni, forma in cui non sono presenti regolarmente abbuffate o condotte di eliminazione

2. con abbuffate/condotte di eliminazione, forma in cui sono presenti regolarmente abbuffate o condotte di eliminazione (per es. vomito autoindotto, abuso di lassativi e/o diuretici, ecc.).

Il trattamento di elezione per l’anoressia

Il trattamento di elezione per la cura dell’anoressia nervosa, come per gli altri disturbi alimentari, prevede un lavoro congiunto da parte di più figure specialistiche che lavorano in équipe: il dietista-nutrizionista, lo psicoterapeuta cognitivo-comportamentale e lo psichiatra.
La Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale mira a modificare l’idea che il peso e le forme corporee costituiscono l’unico o il principale fattore in base al quale stimare il proprio valore personale. Lo scopo di questo tipo di trattamento è quello di aiutare chi soffre di un disturbo dell’alimentazione a imparare a gestire il proprio sintomo, a sostituirlo con comportamenti più adeguati e soddisfacenti e a identificare e modificare alcune modalità di pensiero problematiche che favoriscono il mantenimento della patologia alimentare.

Se soffri di anoressia, chiedi aiuto perchè ricorda “Si vive una volta sola. Ma se lo fai bene, una volta è abbastanza.” Joe E.Williams


Se avete dei quesiti da porre a Salvatore Panza inoltrateli direttamente alla casella di posta del Dottore: salvatore_panza@virgilio.it . Per altre informazioni visitate il sito: www.salvatorepanza.it oppure telefonate al 340.2351130

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L’Attacco di Panico è un’eccessiva reazione fisica e psichica dovuta ad un’errata percezione ed interpretazione di una situazione considerata come pericolosa (ansiogena, che crea ansia), anche se in realtà non è tale (si tratta in realtà di uno stimolo inoffensivo). Un Attacco di Panico inizia all’improvviso (“a ciel sereno”), raggiunge rapidamente l’apice (di solito in meno di 10 minuti) ed ha una durata complessiva inferiore ai 30 minuti.

Nello specifico i sintomi fisici che accompagnano l’attacco di panico sono: aumento della frequenza cardiaca (tachicardia) o palpitazioni, sudorazione eccessiva, tremori, difficoltà a respirare (dispnea), sensazione di soffocamento, dolori o fastidi al petto, senso di debolezza, nausea o disturbi addominali, vertigini, sensazione di confusione mentale, stordimento, sensazione di “testa leggera” o svenimento,  mal di testa, torpore o formicolio (parestesie), sensazione di groppo alla gola, vampate di calore o senso di freddo improvviso, sensazione di dover continuamente andare al bagno, gambe molli, rossore in volto, sensazione di irrealtà (derealizzazione), sensazione di essere distaccati da se stessi (depersonalizzazione).

Durante un Attacco di Panico i pensieri che i pazienti, generalmente, sperimentano sono: “avrò un infarto o un ictus”, “ora svengo”, “sto perdendo il controllo di me stesso”, “sto impazzendo”, “sto morendo”. Tali pensieri sembrano così reali in quel momento da far sì che alcuni arrivino a chiamare l’ambulanza o vadano in ospedale al pronto soccorso.

Per quanto detto, per la forza terrifica di questi sintomi, la preoccupazione per il possibile successivo attacco e per le sue implicazioni è così forte da far sviluppare comportamenti di evitamento dei luoghi dove il soggetto ha già sperimentato degli attacchi o dai quali potrebbe essere difficile o imbarazzante allontanarsi in caso di un attacco di panico. Tali comportamenti possono sfociare in una vera e propria Agorafobia (la cosidetta “paura della paura” ovvero vivere con il terrore che l’attacco di panico possa ripresentarsi in un luogo dove nessuno può prestare soccorso o dove non si può trovare una via di fuga); in tal caso ci si trova di fronte ad un “Disturbo di Panico con Agorafobia”. Le situazioni che più frequentemente vengono evitate includono: lo stare fuori casa da soli o lo stare a casa da soli; l’essere in mezzo alla folla o in coda in banche e supermercati; viaggiare in automobile, in treno, in metropolitana, in autobus o in aereo; l’essere su di un ponte, in ascensore o in un tunnel.

Spesso il paziente diventa schiavo del suo disturbo, costringendo tutti i familiari ad adattarsi di conseguenza, a non lasciarlo mai solo e ad accompagnarlo ovunque. Simili modalità di comportamento risultano molto limitanti per la vita del soggetto in quanto possono compromettere la capacità di recarsi al lavoro o di portare avanti le incombenze domestiche (ad es. fare la spesa, viaggiare, ecc.).

La qualità della vita può essere, quindi, gravemente compromessa dal Disturbo di Panico se non viene curato adeguatamente.

Che cosa si può fare per guarire da questo disturbo?

Prima di tutto ricorda sempre (anche mentre hai un attacco) che: d'attacchi di panico non si muore. Questo è sicuro!

Anche se non sono letali, gli attacchi di panico sono comunque terribili e per questo devono essere affrontati velocemente; ma vagare da un medico all’altro alla ricerca d'una diagnosi fisica non è assolutamente la soluzione.

Per risolverli è necessario ed indispensabile un buon lavoro di Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale che, partendo dalla storia della persona, permetta di comprendere il motivo della loro insorgenza. Tutti i disturbi hanno un motivo scatenante, sempre, ed individuarlo e comprenderlo significa trovare la chiave per risolverlo.

Generalmente, il lavoro diagnostico non è lungo e la spiegazione appare chiara nel giro di poche sedute. Una volta trovata la spiegazione, è possibile liberarsi dal senso d'impotenza, che rappresenta la componente più importante di questo disturbo e decidere se modificare o meno quello che nella propria vita non va, in modo da liberarsi da questa patologia in modo definitivo.

Per quanto riguarda i famigliari dei pazienti affetti da DAP, mantenere un atteggiamento equilibrato è fondamentale. Per esempio drammatizzare o minimizzare sono due estremi che non solo non aiutano il paziente, ma anzi potrebbero farlo peggiorare in quanto lo fanno sentire solo, non capito e a volte anche preso in giro.

Drammatizzare non aiuta perché crea ancora più incertezza e confusione in un momento in cui la persona, invece, ha bisogno di “sentire nuovamente il terreno sotto i piedi” ed essere rassicurato e informato correttamente sulla sua condizione.

Minimizzare è l’atteggiamento tipico di chi non rendendosi conto delle difficoltà che si provano nel DAP (perché non lo ha mai sperimentato personalmente), sostiene, anche con tutte le intenzioni  positive, che con un po’ di buona volontà si risolve tutto, creando oltretutto sensi di colpa nel malcapitato; purtroppo in questi casi la volontà non basta.

Lo stesso atteggiamento può averlo con se stesso la persona affetta da DAP che può vivere con sensi di colpa la sua condizione.

Una cosa molto importante da sapere è che: dagli attacchi di panico oggi si guarisce anche velocemente.

 

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