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Daniele Calamita - “agronomo-sindacalista-esperto di politiche sociali”

Il 26 giungo a Foggia abbiamo avuto l’ennesimo incendio e l’ennesima morte di un migrante al “gran ghetto” di Foggia, evento che si somma ad altri eventi tragici avvenuti in questi anni (borgo mezzanone, Stornara, gran ghetto ecc..) la domanda che da anni, molti cittadini sensibili, si pongono è sempre la stessa: quando avrà fine questa mattanza di innocenti vite umane?.

Sono anni che questa amara terra diventa famosa per queste ignobili vicende, però assistiamo ad uno stantio rituale che è quasi sempre lo stesso, si accendono i riflettori, ci si indigna, si sbraita ma poi dopo pochi giorni, spenti i riflettori, finito il buonismo di occorrenza, che non fa mai male alle nostre coscienze, tutto torna nell’oblio, nell’indifferenza generalizzata, nel dai che dobbiamo fare la situazione è questa; e tutto ritorna alla normalità fatta di gente che vive in condizioni disumane in baracche di occorrenza, con temperature torride e che a breve saranno utili braccia a poco costo per i nostri interessi.

Quante innocenti vite si sono spente in questi anni? e quante ancora si dovranno spegnere prima che qualcosa cambi realmente?.

In passato sono stato sindacalista attivo e impegnato in prima persona su questi temi, senza finta modestia posso anche dire che mi sono cimentato sulla risoluzione della problematica che durava da almeno 20 anni (ma nessuno ne parlava) e che per lo meno, visto che non si è risolta ed è evidente che persiste ancora, forse se un merito c’è stato è stato quello di trasformare un fenomeno invisibile che di colpo è apparso davanti gli occhi e le coscienze di tutti, dimostrando alla collettività che vi era una dura realtà da affrontare che andava ben oltre quella che era la più macabra immaginazione di paese civile o considerato tale.

Negli anni della mia esperienza sindacale ho sviluppato tante iniziative tutte volte a far comprendere alla collettività le condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori agricoli (non solo migranti); ho trovato nelle persone e nelle storie che ho incrociato sul mio cammino una ricchezza straordinaria, vite incentrate sul sacrificio e in cerca di riscatto della propria dignità. Ho la pretesa di pensare che quel cammino e quel periodo sia stato utile per molti ed ha contribuito a smuovere le coscienze, accendendo i riflettori su delle condizioni rispetto alla quali la Politica ha dovuto assumere anche posizioni sul versante legislativo come ad esempio la legge regionale 28/06, e le due leggi nazionali contro il caporalato, ove per non dimenticare la prima legge ebbe come prima firmataria e presentatrice la nostra conterranea l’On. Colomba Mongiello a dimostrazione che questa terra voleva riscattarsi e cambiare direzione.

Foggia è stato l’avamposto di elaborazione contro i ghetti ed il caporalato, ma non ci si fermava alla sola denuncia, si avanzavano idee e proposte affinché si superasse l’ignobile sfruttamento lavorativo e abitativo, con l’ambizione di ridare dignità a tanti esseri umani e mettere fine a questa infinita mattanza.

Tante idee e tanti percorsi, passando per tante energie positive spese per realizzare quegli ambiziosi principi, che forse si sono perse o che magari sono stipate in qualche cassetto impolverato della Regione Puglia; idee frutto della concertazione, del confronto e della condivisione con un folto gruppo di associazioni, con il coinvolgimento dell’università e di tanti tecnici privati (architetti, ingegneri, agronomi), in un momento storico, oserei dire, di positive convergenze; all’epoca avevamo veramente l’impressione e la ferma convinzione che le cose potesse cambiare e invece, visto l’ultimo evento, è evidente che tutto è rimasto così com’era; penso che abbiamo fallito tutti se ancora oggi in quei luoghi si muore. Non vi possono essere scusanti e nessuno ne esce innocente, siamo TUTTI colpevoli.

A distanza di anni, mi chiedo ancora che fine abbia fatto l’idea progettuale che lanciammo, l’idea era quella che pochissimi ricorderanno e che aveva come titolo “ECOVILLAGGIO e AGRICOLTURA AD ALTO IMPATTO SOCIALE”, l’idea la rispolvero, si fondava sul autocostruzione abitativa da parte dei migranti, la costruzione di moduli abitativi a impatto energetico e ambientale 0 e abbinato a questo il lancio dell’agricoltura ad alto impatto sociale, un’agricoltura nuova che puntasse alla socialità e che aveva alla base la coltivazione di terreni pubblici incolti, coltivando biologico e genuino, con un sistema cooperativo di lavoratori italiani e migranti; provando proprio attraverso la condivisione di percorsi lavorativi e fare la vera integrazione sociale, sottraendo i lavoratori sia ai ghetti che ai caporali.

Qualcuno all’epoca, sminuiva l’idea, non conoscendole bene, dicendo: volete sostituire il ghetto brutto con quello bello. Ovviamente non era quella l’idea infatti l’ecovillaggio doveva essere allocato in luoghi visibili, doveva avere in sé il sistema legale dello stato (sportelli dell’ispettorato, sportelli del collocamento, sportelli delle imprese e dei sindacati e delle associazioni) e doveva essere un laboratorio di inclusione sociale, nella LEGALITA’ con il coinvolgimento attivo di tutti gli attori e dei cittadini. Quell’idea aveva l’ambizione di tracciare un nuovo modello sociale.

Quell'idea ebbe anche la condivisione pubblica di personalità di indubbia fama e spessore accademico come il Prof. ALDO BONOMI e pensate un pò del Prof. Andrés Duany il più importante architetto a livello mondiale, che venne a Foggia in una tre giorni organizzata dall’Università di Foggia e che vide la prestigiosa presenza anche di tantissimi altri esponenti regionali e nazionali, nonché di tutti gli Ordini Professionali del territorio e tutti si confrontarono pubblicamente sull’idea decretando che si trattava di un’idea innovativa che veramente avrebbe potuto invertire una rotta, dando anche lustro al territorio che aveva generato queste deformazioni e ridando anche energie e prospettive positive all’intera economia settoriale.

All’idea principale (Ecovilaggio e Agricoltura ad alto impatto sociale) si collegava e se ne abbinava un’altra che era quella della corretta educazione alimentare per le nuove generazioni, infatti era anche previsto che nei distributori automatici nelle scuole e nei luoghi pubblici, si dovevano, bandire le merendine e dovevano essere riforniti, dal sistema dell’agricoltura etica (anche con aziende private che intendevano aderire al percorso) con frutta fresca locale e con derrate alimentari (trasformate), dando ai nostri figli cibi genuini a chilometro 0 e a costi bassi.

L’idea nacque, lo voglio ricordare, dalla considerazione che all’epoca la Regione spendeva 1 milione di euro l’anno per portare l’acqua potabile al ghetto; il computo metrico per realizzare il progetto era di 1,5 milioni di euro ed avrebbe risolto definitivamente il problema ghetti ed al tempo stesso avrebbe generato un circuito economico LEGALE che avrebbe prodotto ricchezza generalizzata (diretta e indiretta) per tutto il territorio, senza escludere che avrebbe eliminato l’onta che grava su questa terra.

Forse all’epoca i tempi non erano ancora maturi e forse quell’idea progettuale era troppo avveniristica o forse nei giochi interni della Politica doveva essere bocciata, sinceramente non lo so, e onestamente non lo voglio neanche sapere; la cosa che so e che quell’idea, oggi più che mai visto anche i 103 milioni di euro stanziati per i PNRR, potrebbe essere rispolverata, attualizzata e proposta. Non mi interessa cercare colpe o responsabilità e neanche avere nessuna forma di paternità dell’idea (infatti derivava dalla convergenza di gente persone), la cosa che mi interessa e che in questa terra non si debba morire più tragicamente e che magari si inizi finalmente a respirare un’aria nuova si ricominci a sentire il profumo dello sviluppo, della legalità e che vivere qui sia motivo di orgoglio e non di vergogna. Spero che qualcuno sollecitato decida di prendere visione dell’idea progettuale, la faccia propria e la sostenga nelle sedi opportune. Meritiamo un futuro migliore e non possiamo arrenderci al è così, se non per noi stessi lo dobbiamo ai nostri figli.