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La Bulimia Nervosa (BN) è un grave disturbo del comportamento alimentare che insorge, solitamente, in modo graduale, nella tarda adolescenza (16 - 20 anni) o nella prima età adulta, interessando soprattutto il sesso femminile. La Bulimia si manifesta principalmente con:

  • Abbuffate ricorrenti caratterizzate dall’ingestione di grandi quantità di cibo e dalla sensazione di perdere il controllo durante l’episodio
  • Ricorrenti ed inappropriate condotte compensatorie per prevenire l’aumento di peso, quali il vomito autoindotto, abuso di lassativi e diuretici, digiuno o esercizio fisico eccessivo

Si distinguono due sottotipi:

  1. Con condotte di eliminazione: se sono presenti regolarmente vomito autoindotto o uso inappropriato di lassativi e diuretici
  2. Senza condotte di eliminazione: se sono utilizzati regolarmente altri comportamenti compensatori inappropriati, quali il digiuno o l’esercizio fisico eccessivo (e non regolarmente il vomito autoindotto o l’uso inappropriato di lassativi e diuretici)

La bulimia nervosa si distingue dall’anoressia nervosa per il mantenimento di un peso corporeo entro limiti più vicini a quelli fisiologici, in quanto, il paziente bulimico, per evitare l’aumento di peso, dopo il manifestarsi delle abbuffate mette in atto comportamenti compensatori (si auto induce il vomito, abusa di lassativi e diuretici, digiuna e pratica un eccessivo esercizio fisico). La caratteristica principale della BN, come si è potuto evincere, è la presenza di abbuffate. Queste avvengono in solitudine, segretamente, in qualsiasi momento ed hanno, solitamente, durata inferiore alle due ore. La frequenza con cui si verificano è variabile, ma si presume la presenza di almeno un episodio quotidiano. Gli alimenti preferibilmente consumati sono cibi ipercalorici, incompatibili proprio con la dieta che il soggetto vorrebbe seguire. Nonostante queste abbuffate possano essere programmate in anticipo, sono inizialmente vissute con senso di estraniamento, come se i soggetti fossero posseduti da un’altra personalità, tanto che riferiscono di mangiare, per lo più senza raggiungere un senso di sazietà, bensì di malessere addominale. Le abbuffate non solo condizionano l’intero programma delle giornate, ma, nei casi più estremi, possono modificare sostanzialmente l’intera vita della persona.

 

Trattamento psicoterapeutico della Bulimia

La Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale è un trattamento di provata efficacia per la bulimia nervosa. Obiettivo principale del trattamento è, innanzitutto, quello di normalizzare il comportamento alimentare; i pazienti devono riacquistare accettabili attitudini nei riguardi del cibo e modificare la convinzione che il peso costituisca l’unico o il principale fattore in base al quale valutare il proprio valore personale.

Se avete dei quesiti da porre a Salvatore Panza scrivete direttamente alla casella di posta del Dottore: salvatore_panza@virgilio.it . Per altre informazioni visitate il sito: www.salvatorepanza.it oppure telefonate al 340.2351130

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Ogni giorno la cronaca nera ci riporta (sempre di più, ahimè) drammatiche storie di omicidi, spesso, commessi da persone insospettabili. Alcune domande che forse tutti ci poniamo sono: ma chi è realmente un serial killer? Cosa scatta nella mente di una persona, tanto da portarla a commettere un delitto?

La scienza afferma che esistono forti correlazioni tra determinati disturbi psicologici (tipici dei serial killer) e i traumi infantili, in particolare gli abusi sessuali. Esaminando la casistica internazionale degli omicidi, infatti, si nota che la maggior parte degli assassini seriali rientra in uno dei seguenti quadri familiari:

a) figlio illegittimo;
b) orfano di uno o di entrambi i genitori oppure abbandoni protratti nel tempo;
c) figlio di un genitore abusivo, di solito il padre, mentre l'altro è remissivo, spesso la madre, ma è anche possibile il quadro opposto;
d) infanzia caratterizzata da violenze fisiche, psicologiche e/o sessuali, perpetrate da uno o da entrambi i genitori.

È stata coniata la cosiddetta “Sindrome del bambino maltrattato” proprio per spiegare in che modo i maltrattamenti subìti nell’infanzia, portino a sviluppare, nella mente del futuro adulto, una sorta di “dipendenza dal male”.

Sono stati evidenziati due fattori specifici che rendono i maltrattamenti così potenti tanto da modificare il funzionamento del cervello del bambino e a portarlo a diventare un serial killer: un forte legame tra abusante e abusato (genitori e familiari in genere) e la confusione tra ciò che è bene e ciò che è male. Con questi due ingredienti devastanti il bambino incomincia a sperimentare la costante sensazione di essere diverso dagli altri, marchiato e disprezzato. È allora che il bambino (a causa del trauma subìto) inizia a ritirarsi socialmente e a vivere in un mondo parallelo fatto esclusivamente di emozioni negative quali la vergogna, la colpa (paradossalmente il bambino si attribuisce la colpa, come se meritasse quei maltrattamenti, è lui quello sbagliato), la rabbia, l’angoscia, la paura, la solitudine, che gli impediscono di chiedere aiuto.

Tale sintomatologia, protratta nel tempo, porta in età adulta allo sviluppo di una personalità disturbata, tipicamente ad un “Disturbo borderline di personalità”. I tratti caratteristici di tale disturbo sono la scarsa capacità di gestione della rabbia, relazioni interpersonali caotiche contrassegnate da una forte paura dell’abbandono, labilità e disgregolazione affettiva, forte impulsività, sbalzi di umore (tristezza, ansia, rabbia), aggressività verbale e fisica agita su se stessi e su gli altri.

Per chi ha avuto un’infanzia caratterizzata da abusi, maltrattamenti, abbandoni ripetuti e protratti nel tempo, arriva il giorno della rivalsa, del riscatto. L’omicidio ha proprio questa funzione nella mente del serial killer in quanto gli permette di sperimentare una forte e “piacevole” sensazione di potere che annulla momentaneamente tutta la sofferenza psicologica portata dentro da anni (brutti ricordi, emozioni negative, bassa autostima, inadeguatezza, sottomissione, ecc…). Quella sensazione “piacevole” funziona da rinforzo nel cervello dell’assassino che sarà portato a volerla riprovare ancora… diventando così un killer seriale.

 

Se avete dei quesiti da porre a Salvatore Panza inoltrateli direttamente alla casella di posta del Dottore: salvatore_panza@virgilio.it . Per altre informazioni visitate il sito: www.salvatorepanza.it oppure telefonate al 340.2351130

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Siamo ormai in pieno clima natalizio…le strade delle nostre città luccicano di luci scintillanti e i negozi sono sempre più addobbati. Il Natale è una delle feste più antiche del mondo che è riuscita a sopravvivere nella nostra società. Fede e tradizione sono ovviamente responsabili di questo dato, ma è anche una questione sociale e psicologica.
Il Natale infatti ha una natura complessa, e sicuramente gran parte della sua essenza sta nell’essere un rito “necessario alla nostra psiche”.
Ecco perché:

  • perché ci porta gioia, una vera e propria “ricarica” per un anno di duro lavoro che ci attende appena svoltato l’angolo;
  • perché ci permette di rinsaldare i rapporti con parenti e amici, costituendo una fortissima occasione di socializzazione per stringere e rinsaldare i rapporti sociali.

Il Natale, insomma, risponde al bisogno di praticare rituali in gruppo e condividere significati ed emozioni. Per questo motivo è assolutamente necessario alla nostra psicologia di esseri umani.

Ma è per tutti così?

Con queste premesse tutti “dovremmo” essere coinvolti in questa atmosfera festaiola e invece… sempre più persone lamentano ansia e agitazione più frequenti, proprio in questo periodo. Si parla, infatti, di una vera e propria “depressione natalizia” i cui sintomi sono una certa riduzione della qualità e quantità del sonno, alterazione dell’appetito, malessere diffuso, accentuarsi di sentimenti come la tristezza e la malinconia. Senza contare che la corsa all’acquisto dei regali, spesso priva di sentimento e percepita da molti come un obbligo, diventa una sofferenza da cui è difficile sottrarsi, un obiettivo unico da raggiungere e che ci fa dimenticare di prendere del tempo da dedicare a noi stessi provando ad ascoltare questo malessere, più o meno lieve, che comunque è piuttosto normale provare in questo periodo ma che per alcuni potrebbe diventare causa di forte disagio psico-fisico. E’ da evidenziare il fatto che spesso l’attenzione verso la sfera interiore in molti risulta già scarsa in altri periodi dell’anno. A soffrirne di più, infatti, sembrano essere le persone già colpite da un evento negativo sul piano personale, lavorativo o affettivo, per coloro che hanno subito dei cambiamenti significativi nella propria vita o che hanno perso una persona cara e per tutti quelli che hanno a che fare da vicino con la solitudine.
Tutto ciò può stridere con i ritmi spesso frenetici che ci accompagnano in questi giorni e con l’immagine sociale del Natale come sinonimo di felicità per tutti.

Che fare allora se la tristezza ci assale proprio in quei giorni in cui “dovremmo” essere felici, come sembrano esserlo gli altri?

  • Semplicemente, ritrovare il gusto e la voglia di fare le cose senza sentirle come un “dovere”, proprio come facevate da bambini.
  • Chiudete un attimo gli occhi, ritornate con la mente a quando eravate bambini, recuperate un ricordo felice dei vostri natali passati e rivedete qual’era il vostro comportamento, l’entusiasmo, l’energia, la grinta che avevate, la voglia di stare insieme agli altri, la gioia di aprire i regali, ecc.
  • Quando riaprite gli occhi cominciate ad imitare il comportamento di quel bambino, non è difficile perché è ancora dentro di voi, è una parte di voi e solo che lo costringete a comportarsi diversamente, a non essere libero di esprimersi.

 

P.S.: Se avete dei quesiti da porre a Salvatore Panza, inoltrateli direttamente alla casella di posta del Dottore: salvatore_panza@virgilio.it. Per altre informazioni visitate il sito: www.salvatorepanza.it oppure telefonate al: 340.2351130.

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Salutiamo il 2016 e diamo il benvenuto al 2017


La notte dell’ultimo dell’anno è magica perché è come se si chiudesse un sipario e se ne aprisse un altro. Tutti, quella notte, tra i fuochi d’artificio, alziamo gli occhi al cielo ed esprimiamo dei desideri, facciamo un resoconto delle cose buone e di quelle meno buone che abbiamo ottenuto nell’anno che sta andando via e soprattutto pensiamo a come vorremmo che fosse il nuovo anno facendo i famosi buoni propositi.
L'ottimismo, l'entusiasmo e la speranza del Capodanno purtroppo a volte si esauriscono in poche settimane, e ben presto ci ritroviamo nuovamente impantanati nell'autocompatimento.
Perché non riusciamo a portare a termine i nostri buoni propositi?
I nostri propositi, spesso, sono formulati in modo vago e non contengono un vero e proprio piano d'azione concreto.

Come fare, allora, per correggere questi difetti ed andare fino in fondo nei nostri nuovi propositi?

Il metodo delle sei modifiche prevede i seguenti passi:

- Scegliere sei buoni propositi per il 2017. Fate attenzione a non stabilire obiettivi unicamente in un’area della vostra vita ma copritele tutte: famiglia, rapporto di coppia, salute, lavoro-soldi, crescita personale, hobby-divertimento
- Scegliere uno dei sei propositi per incominciare.
- Impegnarsi pubblicamente (dirlo a parenti e amici) per la realizzazione di questo proposito entro due mesi.
- Spezzettare questa nuova abitudine in otto piccoli passi, partendo da uno che vi sembra ridicolmente semplice.
- Effettuare il secondo step dopo la prima settimana, e ancora una volta comunicarlo pubblicamente.
- Ogni settimana inserire un passo sempre più difficile. Resistete alla tentazione di progredire più velocemente.
- Ripetere l'operazione fino ad arrivare all'ottava settimana: a questo punto gli 8 piccoli passi che componevano il primo proposito dovrebbero essere compiuti, e si può passare a quello successivo.

La fine dell’anno rimanda alla fine di un periodo e all’inizio di un nuovo ciclo, una sorta di rinascita. Provare ad ascoltare se stessi è, senza dubbio, il regalo migliore che ci si possa fare.


A tutti i miei lettori auguro un domani migliore.

BUON 2017 !!!


P.S.: Se avete dei quesiti da porre a Salvatore Panza, inoltrateli direttamente alla casella di posta del Dottore: salvatore_panza@virgilio.it. Per altre informazioni visitate il sito: www.salvatorepanza.it oppure telefonate al: 340.2351130.

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Il desiderio di avere un bambino è il risultato naturale dell’evoluzione esistenziale di un Uomo. A volte, però, le cose non vanno come dovrebbero… Si parla di infertilità di coppia, secondo la definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (O.M.S.), quando una coppia non riesce a procreare dopo 12 mesi di rapporti volutamente fecondi. Si stima che circa l’ 8-10% delle coppie abbia problemi di infertilità, con un’incidenza causale del fenomeno uguale per gli uomini e per le donne.
L’infertilità si pone come “una crisi di vita” che coinvolge, su diversi piani esistenziali, sia l’individuo che la coppia, dando luogo a vissuti negativi quali frustrazione, stress, senso di inadeguatezza, perdita, depressione, ruminazione, rituali ossessivo-compulsivi, sensi di colpa.
Le tipiche domande che si pone la coppia al momento della diagnosi di infertilità sono: perché proprio a noi? che facciamo ora?. Per la coppia una diagnosi di infertilità è un vero e proprio shock, un trauma psicologico. Dopo la reazione iniziale, però, la maggior parte delle persone trova la forza di reagire e di cercare una soluzione.
Le reazioni psicologiche dell’uomo e della donna sono differenti: dopo una diagnosi di infertilità, spesso l’uomo si sente inadeguato, perché associa l’infertilità alla sfera sessuale, nonostante non ci sia alcuna correlazione tra i due aspetti. “Io non sono in grado di darti un bambino, non sono all’altezza”, è questo il pensiero più frequente degli uomini.
La donna invece percepisce con negatività e ansia il trattamento di fecondazione assistita. Sarà lei infatti a dover subire i trattamenti più invasivi. Dal momento della diagnosi, spesso, entra in gioco anche un senso di invidia nei confronti di chi ha già avuto un figlio senza problemi e non ha dovuto affrontare tutto quello che sta passando lei per averlo.
È importante sottolineare l’influenza che lo stato psicologico della coppia ha sulla possibilità di procreare. Numerosi studi, infatti, hanno dimostrato come gli stati d'animo influiscano fisicamente sui neurotrasmettitori e quindi anche sugli ormoni. Il nemico numero uno è l’Ansia: non è raro il caso di una coppia che non riuscendo a concepire, decida di adottare un bambino, e subito dopo ne aspetti uno... in modo naturale. Come se qualcosa si "sbloccasse" una volta esaurita l'urgenza della genitorialità. Questo aspetto emotivo è presente soprattutto nella donna, che socialmente e umanamente patisce di più la mancanza di un figlio. Una situazione più chiaramente legata ad un disagio psicologico è quella che si manifesta durante la Pma (Procreazione medicalmente assistita). Spesso l'embrione, impiantato con una tecnica come la FIVET, non attecchisce all'utero in quanto sono presenti alti livelli di cortisolo, l'ormone dello stress, fonte di abortività. In questi casi, il mio consiglio è quello di consultare uno Psicologo-Psicoterapeuta Cognitivo Comportamentale (figura sempre presente nei migliori centri di Pma) che aiuterà la futura mamma a rilassarsi (eliminando le paure, l’ansia e la depressione) e a vivere in modo positivo la gravidanza in arrivo.

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