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Chiunque fra i suoi ruoli abbia quello del genitore sa come sia fra i più delicati. Allevare un figlio è la più meravigliosa responsabilità. Nessuno può dire di essere perfetto. Tutti commettiamo, inevitabilmente, degli errori. E a volte ci chiediamo: come potrei migliorare la qualità della relazione con i miei figli? Dove è che sbaglio?
Molti dei problemi che mi capita di osservare tra genitori e figli, spesso, dipendono esclusivamente da una comunicazione inefficace.
Voglio sottolineare e ricordare che il compito dei genitori è quello di educare i figli. Educare, dal verbo latino educere, significa “tirare fuori” ciò che è dentro, trarre fuori il meglio dai figli, non metterci qualcosa dentro. Il nostro compito da genitori non è sognare e volere che i nostri figli siano come noi vogliamo che siano, ma al contrario dobbiamo dare loro la possibilità di sognare e diventare quello che loro desiderano per se stessi.

Che fare allora per migliorare la comunicazione con i figli?

Beh, la mia esperienza personale e professionale dimostra che ci sono dei ben precisi passi da compiere per raggiungere quest’obiettivo. Ti assicuro per esperienza diretta che seguire questi semplici principi ti
aiuterà enormemente a migliorare la tua comunicazione con i tuoi figli.

1. Ricorda com’eri tu da bambino/a
Chiudi per un momento gli occhi e ricorda come eri da piccolo/a. Cosa ti
piaceva? Cosa ti disgustava? Che paure avevi?  Cerca di vedere il mondo con gli occhi dei tuoi figli. Che significa essere un bambino? Come ci si sente e come si pensa da bambino?
Una volta che avrai in mente questo, potrai davvero cominciare a capire tuo figlio. Capirli significa compiere il primo importante passo per comunicare positivamente con tuo figlio.

2. Aumenta l’autostima di tuo figlio
Ciò che tu dici a tuo figlio lo influenza a tal punto da indurlo a diventare la persona che tu pensi che egli sia.
Ti è mai successo di dire frasi come “Non diventerai mai nessuno nella vita?” o “Il cane è più intelligente di te” o “ inutile che giochi a calcio, tanto si vede chiaramente che non sei portato”… e l’elenco potrebbe continuare e anche degenerare (ci siamo capiti, vero?).
Sai, non è che non amiamo i nostri figli. E che a volte ci manca un po’ di
allenamento alla buona comunicazione ed un po’ di tatto.
Il bambino, a differenza dell’adulto, non possiede nel cervello dei meccanismi di difesa forti che gli permettono di schermarsi dai duri colpi inferti alla sua autostima, cioè alla percezione del suo valore. Pertanto è
particolarmente vulnerabile a tutti i commenti che minano alla base il
senso del suo valore come individuo.

3.Comunica amore
Credi che se ami tuo figlio, lui si sentirà senz’altro amato da te? Assolutamente NO, non basta! Tuo figlio si sentirà amato soltanto se glielo comunicherai in modo chiaro e diretto. Inoltre, sei sicuro di usare con tuo figlio un linguaggio che trasmetta amore, che rifletta la tua gioia nell’averlo al tuo fianco, che lo faccia sentire per davvero amato, rispettato ed apprezzato?
Oltre a quello che gli dici a parole, poi, è anche importante che tu trasmetta AMORE con il linguaggio del corpo (gesti, posture, sguardi,
espressioni facciali…). I bambini hanno assolutamente bisogno del contatto fisico: abbracciali, accarezzali, baciali, gioca con loro, ridi con loro, ecc …

4. Scopri la verità per aiutarlo… “perché”?
La domanda “perché?” è una fra le domande più potenti (occhio però all’atteggiamento, dev’essere quello della curiosità e del confronto, non quello dell’inquisitore).
Dopo una serie di perchè (solitamente massimo 5) si arriva alla vera causa, alla verità. Facciamo un esempio:
BAMBINO: “Ho paura del buio”
GENITORE: Perchè hai paura del buio?
BAMBINO: Perchè quando c’è buio arrivano i mostri.
GENITORE: Come mai (perchè?) pensi che nel buio ci siano i mostri?
BAMBINO: Perchè l’ho visto nei cartoni animati
GENITORE: E perchè dovresti aver paura dei mostri?
BAMBINO: Perchè sono cattivi e mi mangiano.
In questo esempio sono bastati 3 “perchè” per arrivare alla verità.
Il bimbo non aveva paura del buio, ma di essere mangiato dai mostri. A quel punto basta lavorare sulla vera paura (i mostri, non il buio) e il problema sarà risolto.

5. Fidati di loro
È fondamentale dare massima fiducia ai figli (fino a prova contraria ovviamente), a qualsiasi età. Fidati di loro, delle loro capacità, delle loro abilità, di quello che ti dicono. Non farli crescere in una campana di vetro. Lo so che per amore, la tendenza è quella di evitare il più possibile che soffrano, ma sappi che questo non solo non li aiuta ma, al contrario, li danneggia psicologicamente in quanto li rende insicuri e dipendenti dai genitori (anche in età adulta). Se hanno una difficoltà cerca di astenerti il più possibile dal dare loro una soluzione ma limitati a fornire poche informazioni generiche e lascia che ci arrivino loro a risolvere il problema. Lasciamoli sbagliare, cadere, farsi male e rialzarsi… solo così si allenano a gestire al meglio le proprie emozioni negative e a non aver paura di niente: così stanno imparando, semplicemente, a vivere!

Ti informo che il 7 Ottobre 2016 terrò un seminario (completamente GRATUITO) in cui tratterò più approfonditamente di questi argomenti e di altri molto importanti per migliorare la qualità della tua vita e di quella delle persone che hanno a che fare con te. Ti consiglio vivamente di riservare il tuo posto prenotando (sempre GRATUITAMENTE) al 349.1432810.
Ti aspetto!! Per maggiori informazioni visita il mio sito  www.salvatorepanza.it

Dott. Salvatore PANZA

Se avete dei quesiti da porre a Salvatore Panza inoltrateli direttamente alla casella di posta del Dottore: salvatore_panza@virgilio.it . Per altre informazioni visitate il sito: www.salvatorepanza.it oppure telefonate al 340.2351130

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La magrezza è diventata un’ossessione contagiosa nella cultura contemporanea. Sempre più spesso si sente parlare d'anoressia. Questa parola ricorre su giornali e telegiornali, soprattutto, quando muore qualche giovanissima modella, che per mantenere una linea fisica "perfetta", cade vittima di questa subdola patologia psichica. La cosa che mi inorridisce di più è la presenza sul web di centinaia di siti e forum a favore dell’anoressia (o come “loro” dicono: pro-ana) nei quali questa malattia viene considerata uno stile di vita, una filosofia, la nuova religione della magrezza con tanto di “comandamenti” da seguire alla lettera.

Che cos’è l’Anoressia?

L’ Anoressia Nervosa è un disturbo dell’alimentazione che si manifesta, più frequentemente, nel sesso femminile (colpisce tra lo 0.5 e il 3.7 per cento delle donne), nella prima adolescenza (tra i 14 ed i 18 anni).

Chi soffre di Anoressia percepisce in modo distorto l'aspetto fisico ed il peso corporeo, i quali influenzano fortemente i livelli di autostima.
La perdita di peso viene considerata come una importante conquista, mentre l'aumento ponderale come un inaccettabile fallimento.
Tipicamente i soggetti con questo disturbo non si rendono conto del loro stato di denutrizione e delle gravi conseguenze che questo comporta sul piano della loro salute fisica.

Le principali caratteristiche dell’Anoressia Nervosa sono le seguenti:

  • Rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra o al peso minimo normale per età e statura (peso corporeo al di sotto dell’85% rispetto a quanto previsto)
  • Paura intensa di acquistare peso, anche quando si è sottopeso
  • Alterazione nel modo in cui il soggetto vive il peso o la forma del corpo, o eccessiva influenza del peso e della forma del corpo sui livelli di autostima
  • Amenorrea, cioè assenza di almeno tre cicli mestruali consecutivi (nelle donne dopo il menarca)

Si distinguono due sottotipi di Anoressia Nervosa:

1. con restrizioni, forma in cui non sono presenti regolarmente abbuffate o condotte di eliminazione

2. con abbuffate/condotte di eliminazione, forma in cui sono presenti regolarmente abbuffate o condotte di eliminazione (per es. vomito autoindotto, abuso di lassativi e/o diuretici, ecc.).

Il trattamento di elezione per l’anoressia

Il trattamento di elezione per la cura dell’anoressia nervosa, come per gli altri disturbi alimentari, prevede un lavoro congiunto da parte di più figure specialistiche che lavorano in équipe: il dietista-nutrizionista, lo psicoterapeuta cognitivo-comportamentale e lo psichiatra.
La Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale mira a modificare l’idea che il peso e le forme corporee costituiscono l’unico o il principale fattore in base al quale stimare il proprio valore personale. Lo scopo di questo tipo di trattamento è quello di aiutare chi soffre di un disturbo dell’alimentazione a imparare a gestire il proprio sintomo, a sostituirlo con comportamenti più adeguati e soddisfacenti e a identificare e modificare alcune modalità di pensiero problematiche che favoriscono il mantenimento della patologia alimentare.

Se soffri di anoressia, chiedi aiuto perchè ricorda “Si vive una volta sola. Ma se lo fai bene, una volta è abbastanza.” Joe E.Williams


Se avete dei quesiti da porre a Salvatore Panza inoltrateli direttamente alla casella di posta del Dottore: salvatore_panza@virgilio.it . Per altre informazioni visitate il sito: www.salvatorepanza.it oppure telefonate al 340.2351130

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Che cosa è la Riprogrammazione mentale? È una specie di lavaggio del cervello? Assolutamente no! È una tecnica ampiamente studiata e riconosciuta come assolutamente efficace e sicura (la si utilizza anche con i bambini) che si basa sui “condizionamenti neuroassociativi”.
Che significano queste parolone difficili? Nel 1904, il fisiologo russo Premio Nobel Ivan Pavlov dimostrò, nel suo famoso esperimento sulla secrezione salivare dei cani, che il cervello, in risposta a determinati stimoli, produce delle "risposte comportamentali condizionate". Nel suo esperimento Pavlov suonava un campanello ogni volta che presentava ad un cane il cibo. In questo modo creò nel cane una cosiddetta "neuroassociazione" tra cibo e suono del campanello in grado di stimolare nel cane una risposta comportamentale condizionata (condizionamento neuroassociativo): successivamente, attivando il solo suono del campanello, il cane reagiva in maniera identica a quando gli veniva presentato il cibo cioè con la salivazione.

Ulteriori esperimenti, condotti anche su soggetti umani, dimostrarono che il condizionamento neuroassociativo (neuroassociazione) è tanto più forte quanto più cresce il numero delle esperienze ad esso relative e quanto più intenso è lo stato d'animo associato; e noi sappiamo che ogni comportamento è dettato da un preciso stato d'animo. Tale "apprendimento" resta latente, relegato nell'inconscio, pronto a riattivarsi al presentarsi dello stimolo giusto. Se teniamo conto del fatto che il 98% di quello che fa il cervello è al di fuori del dominio della coscienza, possiamo comprendere l'enorme importanza che i condizionamenti neuroassociativi hanno nella nostra vita, nella determinazione dei nostri stati d'animo e, di conseguenza, dei nostri comportamenti.
Durante i miei corsi di formazione (ad esempio: “L’anno più importante della tua vita”) utilizzo molto questa tecnica per “riprogrammare” (come un computer) la mente dei partecipanti al fine di far raggiungere loro gli obbiettivi che si sono prefissati. Dopo quella tecnica ipnotica di riprogrammazione mentale, il cervello inizia ad essere attratto magicamente come una calamita dall’obiettivo sul quale si è lavorato. È una magia? No, è semplicemente Neurologia, Scienza.
Altri due obiettivi tipici sui quali mi ritrovo spesso ad utilizzare questa tecnica sono: perdere peso e smettere di fumare.
Iniziamo dal perdere peso chiedendoti: riesci a ricordare quante volte ti sei messo a dieta? Quanti tipi diversi di dieta hai provato? Come è andata?

Gli studi ci dicono che la maggior parte delle persone (circa il 90%) che si mette a dieta non solo non riesce a mantenere stabilmente il nuovo peso raggiunto ma il più delle volte prende qualche Kg. in più rispetto al peso di partenza.

Perché, generalmente, è così difficile perdere peso?

Molte persone credono che dimagrire sia una questione di forza di volontà nel rispettare le regole imposte dalla dieta o, peggio ancora, nel resistere alla fame saltando i pasti: questo è un grave ERRORE!! Il perdere peso PER SEMPRE (che significa non riacquistare più i Kg. persi) dipende esclusivamente dal cervello. Fino a quando ad esempio si utilizza e si continua a vedere il cibo come uno strumento per regolare le emozioni negative (mangio quando sono annoiato, arrabbiato, ecc…), sarà matematicamente impossibile raggiungere e mantenere il peso forma. Soltanto se il cibo ricomincia ad essere percepito dal nostro cervello come un qualcosa di indispensabile per la sopravvivenza e il nutrimento (mangio perché ho fame e smetto di mangiare quando sono sazio) sarà possibile perdere peso e mantenerlo senza sforzi.

Un altro motivo importante per il quale è difficile perdere peso e mantenerlo nel tempo è il seguente. Se ti chiedessi: sei contento di metterti a dieta per l’ennesima volta? La tua risposta MOLTO probabilmente sarà negativa. Come si può sperare di mantenere il nostro peso forma se tutto questo per il cervello è puro DOLORE? Diventa tutto molto più difficile! Il nostro cervello ci fa raggiungere solo gli obiettivi che nella nostra mente sono associati al PIACERE. Chi è magro per natura non si sforza di mantenere il suo peso forma, né si chiede se ingrasserà mangiando quel pezzo di pizza o di torta: se ha fame lo mangia, se non ha fame non lo mangia senza fare appello alla forza di volontà, non è un dolore rinunciare a quel cibo.

Qual è la buona notizia? La buona notizia è che tutti nasciamo magri e predisposti a mantenere un peso normale, con tranquillità e senza lottare.

Fare appello soltanto alla parte razionale del nostro cervello per dimagrire (cosa posso e cosa non posso mangiare) spesso risulta essere una strategia perdente. Per cambiare definitivamente le abitudini alimentari deleterie e i comportamenti sbagliati bisogna agire in profondità, sulla nostra mente inconscia, attraverso la Riprogrammazione mentale.
Stesso discorso vale per la dipendenza dal fumo di sigaretta. Molte persone provano costantemente a smettere di fumare nel corso della loro vita, magari riescono a non fumare per un periodo di tempo più o meno prolungato, ma poi per un motivo o per un altro ci ricascano nuovamente.

La dipendenza dal fumo è considerata, dal punto di vista medico e psicologico, una tossicodipendenza al pari delle altre. Come tutte le tossicodipendenze, per uscirne definitivamente non basta convincersi razionalmente che quel comportamento è sbagliato (ad es. il fumo fa male, provoca il tumore, porta alla morte, ecc…, tutte informazioni che il fumatore conosce perfettamente, sono scritte anche sul pacchetto) ma è necessario convincere anche la parte più profonda e inconsapevole del nostro cervello che ci spinge a fumare nonostante tutto.

In entrambi i casi (perdere peso e smettere di fumare) si utilizza l’ipnosi e la riprogrammazione mentale come tecniche principali. L'ipnosi ha un potente effetto sulle abitudini sbagliate (mangiare in eccesso e fumare) e favorisce il cambiamento dei comportamenti grazie all'utilizzo dello stato mentale chiamato trance ipnotica. La trance ipnotica rende meno attiva la parte cosciente e razionale della mente. I condizionamenti e le abitudini, così, perdono forza. In questa condizione, le suggestioni (frasi, immagini, metafore, idee) comunicate dall’Ipnoterapeuta sono in grado di raggiungere la mente ad un livello più profondo: l'inconscio. Soltanto se il cambiamento avviene in profondità sarà facile mantenerlo nel tempo (per sempre!) senza dover utilizzare la forza di volontà.

P.S.: Se avete dei quesiti da porre a Salvatore Panza, scrivete direttamente alla casella di posta del Dottore: salvatore_panza@virgilio.it. Per altre informazioni visitate il sito: www.salvatorepanza.it oppure telefonate al: 340.2351130.

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L’Attacco di Panico è un’eccessiva reazione fisica e psichica dovuta ad un’errata percezione ed interpretazione di una situazione considerata come pericolosa (ansiogena, che crea ansia), anche se in realtà non è tale (si tratta in realtà di uno stimolo inoffensivo). Un Attacco di Panico inizia all’improvviso (“a ciel sereno”), raggiunge rapidamente l’apice (di solito in meno di 10 minuti) ed ha una durata complessiva inferiore ai 30 minuti.

Nello specifico i sintomi fisici che accompagnano l’attacco di panico sono: aumento della frequenza cardiaca (tachicardia) o palpitazioni, sudorazione eccessiva, tremori, difficoltà a respirare (dispnea), sensazione di soffocamento, dolori o fastidi al petto, senso di debolezza, nausea o disturbi addominali, vertigini, sensazione di confusione mentale, stordimento, sensazione di “testa leggera” o svenimento,  mal di testa, torpore o formicolio (parestesie), sensazione di groppo alla gola, vampate di calore o senso di freddo improvviso, sensazione di dover continuamente andare al bagno, gambe molli, rossore in volto, sensazione di irrealtà (derealizzazione), sensazione di essere distaccati da se stessi (depersonalizzazione).

Durante un Attacco di Panico i pensieri che i pazienti, generalmente, sperimentano sono: “avrò un infarto o un ictus”, “ora svengo”, “sto perdendo il controllo di me stesso”, “sto impazzendo”, “sto morendo”. Tali pensieri sembrano così reali in quel momento da far sì che alcuni arrivino a chiamare l’ambulanza o vadano in ospedale al pronto soccorso.

Per quanto detto, per la forza terrifica di questi sintomi, la preoccupazione per il possibile successivo attacco e per le sue implicazioni è così forte da far sviluppare comportamenti di evitamento dei luoghi dove il soggetto ha già sperimentato degli attacchi o dai quali potrebbe essere difficile o imbarazzante allontanarsi in caso di un attacco di panico. Tali comportamenti possono sfociare in una vera e propria Agorafobia (la cosidetta “paura della paura” ovvero vivere con il terrore che l’attacco di panico possa ripresentarsi in un luogo dove nessuno può prestare soccorso o dove non si può trovare una via di fuga); in tal caso ci si trova di fronte ad un “Disturbo di Panico con Agorafobia”. Le situazioni che più frequentemente vengono evitate includono: lo stare fuori casa da soli o lo stare a casa da soli; l’essere in mezzo alla folla o in coda in banche e supermercati; viaggiare in automobile, in treno, in metropolitana, in autobus o in aereo; l’essere su di un ponte, in ascensore o in un tunnel.

Spesso il paziente diventa schiavo del suo disturbo, costringendo tutti i familiari ad adattarsi di conseguenza, a non lasciarlo mai solo e ad accompagnarlo ovunque. Simili modalità di comportamento risultano molto limitanti per la vita del soggetto in quanto possono compromettere la capacità di recarsi al lavoro o di portare avanti le incombenze domestiche (ad es. fare la spesa, viaggiare, ecc.).

La qualità della vita può essere, quindi, gravemente compromessa dal Disturbo di Panico se non viene curato adeguatamente.

Che cosa si può fare per guarire da questo disturbo?

Prima di tutto ricorda sempre (anche mentre hai un attacco) che: d'attacchi di panico non si muore. Questo è sicuro!

Anche se non sono letali, gli attacchi di panico sono comunque terribili e per questo devono essere affrontati velocemente; ma vagare da un medico all’altro alla ricerca d'una diagnosi fisica non è assolutamente la soluzione.

Per risolverli è necessario ed indispensabile un buon lavoro di Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale che, partendo dalla storia della persona, permetta di comprendere il motivo della loro insorgenza. Tutti i disturbi hanno un motivo scatenante, sempre, ed individuarlo e comprenderlo significa trovare la chiave per risolverlo.

Generalmente, il lavoro diagnostico non è lungo e la spiegazione appare chiara nel giro di poche sedute. Una volta trovata la spiegazione, è possibile liberarsi dal senso d'impotenza, che rappresenta la componente più importante di questo disturbo e decidere se modificare o meno quello che nella propria vita non va, in modo da liberarsi da questa patologia in modo definitivo.

Per quanto riguarda i famigliari dei pazienti affetti da DAP, mantenere un atteggiamento equilibrato è fondamentale. Per esempio drammatizzare o minimizzare sono due estremi che non solo non aiutano il paziente, ma anzi potrebbero farlo peggiorare in quanto lo fanno sentire solo, non capito e a volte anche preso in giro.

Drammatizzare non aiuta perché crea ancora più incertezza e confusione in un momento in cui la persona, invece, ha bisogno di “sentire nuovamente il terreno sotto i piedi” ed essere rassicurato e informato correttamente sulla sua condizione.

Minimizzare è l’atteggiamento tipico di chi non rendendosi conto delle difficoltà che si provano nel DAP (perché non lo ha mai sperimentato personalmente), sostiene, anche con tutte le intenzioni  positive, che con un po’ di buona volontà si risolve tutto, creando oltretutto sensi di colpa nel malcapitato; purtroppo in questi casi la volontà non basta.

Lo stesso atteggiamento può averlo con se stesso la persona affetta da DAP che può vivere con sensi di colpa la sua condizione.

Una cosa molto importante da sapere è che: dagli attacchi di panico oggi si guarisce anche velocemente.

 

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Anche se, generalmente, la parola CONFLITTO genera subito emozioni negative da allontanare il più presto possibile, in realtà il conflitto tra due persone rappresenta una parte naturale di qualunque relazione basata sul confronto aperto tra due diverse mentalità e visioni del mondo.

E' completamente normale, quindi, che anche persone molto simili, che vanno sempre d'accordo, prima o poi vivano situazioni in cui le loro intenzioni, desideri, esigenze o opinioni non collimano perfettamente e tutto ciò può portare alla nascita di un conflitto.

Da questo punto in poi le strade che si generano sono soltanto due: queste divergenze possono o risolversi o dar luogo ad un allontanamento dei protagonisti del conflitto.

In questo articolo voglio svelarti alcuni “trucchetti” per non perdere l’affetto di una persona importante a causa di un semplice conflitto. Inizio dicendoti cosa NON bisogna fare, gli errori più comuni nella gestione di un conflitto:

1. Cancellazione. Quando non si menziona affatto che esista un problema, quando si fa finta di niente per non affrontare la discussione. Purtroppo è molto diffusa ed è un GRAVE ERRORE!!
2. Generalizzazione. Dire all'interlocutore frasi del tipo “Sei SEMPRE il solito…” “Tu non vieni MAI…” ecc… generalizzando comportamenti che magari l'altro non sempre manifesta.
3.  Finzione. Fingere sentimenti che in realtà non si provano per evitare di avvertire quelli che si sentono veramente.
4.  Acting out. L'acting out consiste nel rompere oggetti, percuotere qualcuno, abbandonare la discussione andando via.

Nessuno di questi atteggiamenti, ovviamente, risulta essere valido per gestire costruttivamente i conflitti interpersonali.

Che cosa bisognerebbe fare allora per gestire efficacemente una situazione conflittuale?


Le strategie più efficaci che permettono di trasformarne l'energia generata da un conflitto in una straordinaria fonte di crescita per qualunque tipo di relazione (coppia, genitori-figli, amici, colleghi, ecc…) sono:

1. Distaccarsi emotivamente dalla spirale negativa di attacchi e contro-attacchi di cui un conflitto è spesso costituito. Per raggiungere questo obiettivo, si può ricorrere ad un piccolo “trucco”: cercare di vedere la scena del conflitto da lontano, come se fossimo in cima ad una montagna o su di un balcone. Questo ci permette di non rimanere “intrappolati” nel circolo vizioso comunicativo che spesso i conflitti comportano.
2. Rimanere focalizzati sui nostri veri obiettivi nel breve e lungo periodo. Spesso nei conflitti si perde di mira il problema vero, e si divaga in una spirale senza fine di recriminazioni reciproche particolarmente distruttive. E' bene invece rimanere focalizzati sul problema che causa il conflitto e sull’obbiettivo che vogliamo raggiungere. Avendo in mente questi due paletti si può lavorare bene insieme per trovare una soluzione.
3. Riconoscere i propri errori e scusarsene. Ciò stimolerà l'altro a fare altrettanto. Evitare di difendere ingiustamente i propri errori, potrà permettere alle parti coinvolte di vedere la loro situazione da nuovi punti di vista.
4. Formulare delle richieste specifiche, invece che criticare l'interlocutore o affibbiargli etichette negative generalizzate alla totalità della sua persona del tipo “Sei un irresponsabile”, “Sei un disonesto ” ecc…, circoscrivi esattamente quale suo comportamento non ti è piaciuto e suggeriscigli le azioni concrete che vuoi che intraprenda.

La violenza non è forza ma debolezza, né mai può essere creatrice di cosa alcuna, ma soltanto distruggerla…

Benedetto Croce


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